CAT | Art e animali
Il Centro Internazionale di Fotografia Tre Oci rende omaggio al grande Elliott Erwitt con una mostra dal titolo: “Personal Best”, una selezione delle sue più celebri fotografie. Realizzata e allestita personalmente dall’artista, l’esposizione, inaugurata il 29 marzo e già presentata alla Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi, al Reina Sofia di Madrid e all’International Center of Photography (ICP) di New York, approda a Venezia. Fino al 15 luglio, i circa 140 scatti in b/n (tranne uno), dai ritratti di famiglie americane ai volti di personaggi famosi, sono ospitati nei tre piani di un meraviglioso palazzo veneziano, la “Casa dei Tre Oci”.
Dall’immagine del 1949 in cui, al Metropolitan Museum of Art, una statua della dea Diana punta una freccia verso un ignaro visitatore, a quella del 1959 che riprende il dialogo fra Richard Nixon e Nikita Krusciov, passando per Che Guevara, Marilyn Monroe, Jacqueline Kennedy, a quella più recente che ritrae il presidente Obama e sua moglie Michelle, sono molte le celebrità presenti.
Il suo “mondo” è prevalentemente abitato da persone comuni (uomini, donne, bambini) colte nei momenti più ordinari della loro vita, ma anche da animali, cani soprattutto, a cui dedica una vera e propria serie di buffi ritratti che lo hanno reso famoso. Fra i più celebri, quello del chihuahua con cappotto e cappellino accanto alle gambe di una donna e alle zampe di un altro grosso cane. Superata la comicità del primo impatto, dovuta alla bizzarra inquadratura, una cosa è evidente: sono tutti sullo stesso piano.
Erwitt utilizza il linguaggio fotografico per creare un racconto visivo da cui emerge una quotidianità fatta di humour, ironia e poesia. Definito “il fotografo della commedia umana”, la riconosce e la mette in scena nelle situazioni più disparate. Come quando, con uguale ed estrema naturalezza, ritrae un bambino che si punta la pistola alla testa, le comunità di nudisti, lo sguardo tra una mamma e il proprio piccolo o il bacio fugace tra il collega Robert Franck e la sua prima moglie. Ottantaquattro anni, sorprendentemente lucido, dotato di un’ironia tagliente, testimone di molti dei più importanti eventi della storia contemporanea, ha fotografato qualsiasi cosa sia passata davanti al suo obiettivo per oltre sessant’anni di carriera, dalle star di Hollywood ai politici, passando per l’Architettura, la street photography e quant’altro.
Nato a Parigi nel 1928 da genitori russi di origine ebrea, trascorre l’infanzia in Italia fino al 1938, per poi trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti con la famiglia, nel ‘39, a causa del Fascismo. Dal ‘50 al ‘52 incomincia a lavorare come fotografo freelance, realizzando sia servizi giornalistici che pubblicitari. “Ho iniziato per divertimento, ma poi avevo bisogno di guadagnare qualcosa” – dice. Il viaggio è una costante nella sua vita. “Viaggiare è fondamentale per avere nuovi stimoli”. La macchina fotografica sarà sempre sua devota compagna, anche negli anni di servizio militare nell’esercito americano. La svolta però avviene nel ‘53, quando, ancora giovanissimo, viene invitato da Robert Capa ed Henri Cartier-Bresson, a far parte dell’agenzia fotografica Magnum Photos, di cui è tutt’ora socio.
“Quando la fotografia accade, succede senza sforzo, come un dono che non va interrogato né analizzato”.
L’edizione italiana dell’esposizione, curata da Denis Curti e promossa dalla Fondazione di Venezia, vede la partnership di Jacob Cohën, per il quale Elliott Erwitt ha firmato l’ultima campagna pubblicitaria. Dall’incontro dell’artista con Nicola Bardelle, direttore creativo del brand italiano, nasce un progetto che si basa sulla rivisitazione di alcune foto. Nello specifico, il celebre “jumping dog” del 1983 e l’immagine del Prado di Madrid del 1995.
La mostra è visitabile dal 30 marzo al 15 luglio 2012 presso la Casa dei Tre Oci, splendido esempio di architettura neo-gotica novecentesca che si affaccia sul Canale della Giudecca, con vista su Piazza San Marco, Zattere, Punta della Dogana, e ben riconoscibile grazie ai suoi tre grandi “occhi” (i finestroni archi-acuti del primo piano da cui prende il nome). L’originalità dell’edificio, costruito nel 1913, si deve al progetto del pittore e fotografo emiliano Mario De Maria, che lo disegnò nel 1910 e lo elesse sua casa/studio.
Acquisita nel 2000 dalla Fondazione Venezia per accogliere esposizioni permanenti e temporanee, eventi culturali e convegni, è da sempre stata luogo di incontri e dibattiti per gli intellettuali di passaggio. Lo scorso giugno, in concomitanza con la Biennale d’Arte, ha ospitato “Modernikon”, una collettiva di artisti russi. Ora, nella sua nuova veste di Centro Internazionale di Fotografia, apre al pubblico e torna ad essere il luogo che era. Al suo interno troveranno sede il Fondo De Maria, l’Archivio Italo Zannier, una biblioteca, un centro d’alta formazione con sale per workshop e corsi di specializzazione.
Francesca Galluccio
Elliott Erwitt. Personal Best
30 marzo – 15 luglio 2012
Centro Internazionale di Fotografia
Casa dei Tre Oci, Giudecca, Venezia
mer-dom 10-19
tel. 041.2412332
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Stefano Bombardieri, particolare dell'installazione "The Faunal Countown" , foto Eleonora Sole Travagli
Quando pensiamo all’artista tout court, il flusso di coscienza s’innesca vorticoso e nella sua corsa inarrestabile conduce a caratteri stereotipati quali genio e sregolatezza, stramberia, asocialità.
Ecco il Maestro mitizzato, quasi smaterializzato, irreale e intriso di alterità, tra i pochi eletti in grado di contemplare il perfetto mondo delle idee di platonica memoria.
Non è affatto questa la sensazione provata varcando la soglia dell’atelier Bombardieri. Stefano è presente con un carico d’inaspettata calma e disponibilità tali da risultare disarmanti.
Qui, in questo atelier/officina/fucina dove lavora con il padre Remo, le idee sono tutt’altro che aleatorie. La loro forma è materia tangibile che appare evidente non solo alla vista, al tatto, ma anche all’olfatto per l’amalgama degli “ingredienti” impiegati nella Creazione.
Le mani di Stefano hanno voce. Guardandole salta in mente il detto “avere le mani in pasta”, in questo caso però nel senso reale del termine! Sono le mani del lavoro che si immergono nella materia, forgiandone, plasmandone la forma. Sono mani che danno alla vita.
Conosciuto soprattutto per i suoi enormi animali in polistirolo e vetroresina, che “invadono” pacificamente anfratti urbani destando anche lo stupore del cittadino più distratto ed assopito, domando all’artista il perché di questi soggetti.
Stefano mi spiega che non vi è nulla che non sia legato al suo vissuto. Ha portato a “casa” con sé questi animali da quando, appena ventenne o poco più, ha iniziato a scoprire l’Africa insieme a suo padre; quando insieme a lui ha abbellito un intero villaggio del Malawi realizzando sculture in cambio di ospitalità. “Le abbiamo realizzate con i materiali trovati sul posto…Il mal d’Africa è reale, tutto è più forte: i colori, gli odori, il cielo…e quel tutto ti chiama prepotentemente, tanto che non lo puoi più dimenticare”. E con The Faunal Countdown, la prima rassegna di arte urbana “invadente” che sta pian piano lasciando Ferrara, i suoi “animaloni” hanno lanciato un grido d’allarme attraverso led luminosi inseriti come microchip nei loro corpi, riportanti il numero esatto di esemplari ancora esistenti prima della definitiva estinzione.
L’opera d’arte, quindi, veicolo di etica dal messaggio chiaro che penetra le persone e non rifugge il reale, lo esalta semmai in tutta la sua brutalità. (continua…)
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