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	<title>Art in Italy</title>
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		<title>Venezia/Elliot Erwin: da Marilyn a Obama, &#8220;Personal Best&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 21:37:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roby</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Centro Internazionale di Fotografia Tre Oci rende omaggio al grande Elliott Erwitt con una mostra dal titolo: “Personal Best”, una selezione delle sue più celebri fotografie. Realizzata e allestita personalmente dall’artista, l’esposizione, inaugurata il 29 marzo e già presentata alla Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi, al Reina Sofia di Madrid e all’International [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2789" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/cane-g-+-stivali-+-cane-p-contrasto.jpg"><img class="size-medium wp-image-2789" title="Elliott Erwitt, New York City, 1974" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/cane-g-+-stivali-+-cane-p-contrasto-300x228.jpg" alt="Elliott Erwitt, New York City, 1974" width="300" height="228" /></a><p class="wp-caption-text">Elliott Erwitt, New York City, 1974</p></div>
<p>Il<strong> Centro Internazionale di Fotografia Tre Oci </strong>rende omaggio al grande <strong>Elliott Erwitt</strong> con una mostra dal titolo: <strong>“Personal Best”</strong>, una selezione delle sue più celebri fotografie. Realizzata e allestita personalmente dall’artista, l’esposizione, inaugurata il 29 marzo e già presentata alla<em> Maison Européenne de la Photographie</em> (MEP) di Parigi, al <em>Reina Sofia</em> di Madrid e all’<em>International Center of Photography</em> (ICP) di New York, approda a Venezia. Fino al 15 luglio, i circa 140 scatti in b/n (tranne uno), dai ritratti di famiglie americane ai volti di personaggi famosi, sono ospitati nei tre piani di un meraviglioso palazzo veneziano, la “Casa dei Tre Oci”.</p>
<p>Dall’immagine del 1949 in cui, al <strong>Metropolitan Museum of Art</strong>, una statua della dea Diana punta una freccia verso un ignaro visitatore, a quella del 1959 che riprende il dialogo fra <strong>Richard Nixon</strong> e <strong>Nikita Krusciov</strong>, passando per <strong>Che Guevara</strong>, <strong>Marilyn Monroe</strong>, <strong>Jacqueline Kennedy</strong>, a quella più recente che ritrae il presidente <strong>Obama</strong> e sua moglie <strong>Michelle</strong>, sono molte le celebrità presenti.</p>
<div id="attachment_2790" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/marylin-monroe-contrasto.jpg"><img class="size-medium wp-image-2790" title="Elliott Erwitt, Marylin Monroe, New York City, 1956" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/marylin-monroe-contrasto-300x232.jpg" alt="Elliott Erwitt, Marylin Monroe, New York City, 1956" width="300" height="232" /></a><p class="wp-caption-text">Elliott Erwitt, Marylin Monroe, New York City, 1956</p></div>
<p>Il suo “mondo” è prevalentemente abitato da persone comuni (uomini, donne, bambini) colte nei momenti più ordinari della loro vita, ma anche da animali, cani soprattutto, a cui dedica una vera e propria serie di buffi ritratti che lo hanno reso famoso. Fra i più celebri, quello del chihuahua con cappotto e cappellino accanto alle gambe di una donna e alle zampe di un altro grosso cane. Superata la comicità del primo impatto, dovuta alla bizzarra inquadratura, una cosa è evidente: sono tutti sullo stesso piano.</p>
<p>Erwitt utilizza il linguaggio fotografico per creare un racconto visivo da cui emerge una quotidianità fatta di humour, ironia e poesia. Definito <strong>“il fotografo della commedia umana”</strong>, la riconosce e la mette in scena nelle situazioni più disparate. Come quando, con uguale ed estrema naturalezza, ritrae un bambino che si punta la pistola alla testa, le comunità di nudisti, lo sguardo tra una mamma e il proprio piccolo o il bacio fugace tra il collega <strong>Robert Franck</strong> e la sua prima moglie. Ottantaquattro anni, sorprendentemente lucido, dotato di un&#8217;ironia tagliente, testimone di molti dei più importanti eventi della storia contemporanea, ha fotografato qualsiasi cosa sia passata davanti al suo obiettivo per oltre sessant’anni di carriera, dalle star di Hollywood ai politici, passando per l’Architettura, la <em>street photography</em> e quant’altro.</p>
<div id="attachment_2791" class="wp-caption alignleft" style="width: 199px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/salto-+-pepsi.jpg"><img class="size-medium wp-image-2791" title="Elliott Erwitt. Valdez Peninsula, Argentina, 2001 / Paris, France, 1989" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/salto-+-pepsi-189x300.jpg" alt="Elliott Erwitt. Valdez Peninsula, Argentina, 2001 / Paris, France, 1989" width="189" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Elliott Erwitt. Valdez Peninsula, Argentina, 2001 / Paris, France, 1989</p></div>
<p>Nato a <strong>Parigi</strong> nel 1928 da genitori russi di origine ebrea, trascorre l’infanzia in Italia fino al 1938, per poi trasferirsi definitivamente negli<strong> Stati Uniti</strong> con la famiglia, nel ‘39, a causa del Fascismo. Dal ‘50 al ‘52 incomincia a lavorare come fotografo freelance, realizzando sia servizi giornalistici che pubblicitari. “Ho iniziato per divertimento, ma poi avevo bisogno di guadagnare qualcosa” – dice. Il viaggio è una costante nella sua vita. “Viaggiare è fondamentale per avere nuovi stimoli”. La macchina fotografica sarà sempre sua devota compagna, anche negli anni di servizio militare nell&#8217;esercito americano. La svolta però avviene nel &#8216;53, quando, ancora giovanissimo, viene invitato da <strong>Robert Capa</strong> ed <strong>Henri Cartier-Bresson</strong>, a far parte dell’agenzia fotografica <strong>Magnum Photos</strong>, di cui è tutt’ora socio.</p>
<p>“Quando la fotografia accade, succede senza sforzo, come un dono che non va interrogato né analizzato&#8221;.</p>
<p>L’edizione italiana dell&#8217;esposizione, curata da Denis Curti e promossa dalla Fondazione di Venezia, vede la partnership di Jacob Cohën, per il quale Elliott Erwitt ha firmato l’ultima campagna pubblicitaria. Dall’incontro dell’artista con Nicola Bardelle, direttore creativo del brand italiano, nasce un progetto che si basa sulla rivisitazione di alcune foto. Nello specifico, il celebre <em>&#8220;jumping dog&#8221; </em>del 1983 e l&#8217;immagine del Prado di Madrid del 1995.</p>
<p>La mostra è visitabile dal 30 marzo al 15 luglio 2012 presso la <strong><em>Casa dei Tre Oci</em></strong>, splendido esempio di architettura neo-gotica novecentesca che si affaccia sul Canale della Giudecca, con vista su Piazza San Marco, Zattere, Punta della Dogana, e ben riconoscibile grazie ai suoi tre grandi “occhi” (i finestroni archi-acuti del primo piano da cui prende il nome). L’originalità dell’edificio, costruito nel 1913, si deve al progetto del pittore e fotografo emiliano <strong>Mario De Maria</strong>, che lo disegnò nel 1910 e lo elesse sua casa/studio.</p>
<p>Acquisita nel 2000 dalla Fondazione Venezia per accogliere esposizioni permanenti e temporanee, eventi culturali e convegni, è da sempre stata luogo di incontri e dibattiti per gli intellettuali di passaggio. Lo scorso giugno, in concomitanza con la Biennale d’Arte, ha ospitato “Modernikon”, una collettiva di artisti russi. Ora, nella sua nuova veste di Centro Internazionale di Fotografia, apre al pubblico e torna ad essere il luogo che era. Al suo interno troveranno sede il <strong>Fondo De Maria</strong>, l’<strong>Archivio Italo Zannier</strong>, una biblioteca, un centro d’alta formazione con sale per workshop e corsi di specializzazione.</p>
<p>Francesca Galluccio</p>
<p><strong>Elliott Erwitt. Personal Best<br />
</strong>30 marzo &#8211; 15 luglio 2012<br />
Centro Internazionale di Fotografia<br />
Casa dei Tre Oci, Giudecca, Venezia<br />
mer-dom 10-19<br />
tel. 041.2412332</p>
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		<title>Gli ottoni di Luca Zarattini al Torrione Art Gallery</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 15:44:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roby</dc:creator>
				<category><![CDATA[Art e architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Art e musica]]></category>
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		<description><![CDATA[
Ferve l’attività del Torrione Art Gallery, il progetto espositivo del Jazz Club Ferrara curato da Eleonora Sole Travagli, che il 12 marzo scorso ha inaugurato Eight-Tunes/Ottoni, la personale del giovane Luca Zarattini (fruibile fino al 28 &#8211; 4 &#8211; 2012) realizzata in esclusiva per quello che, anche quest’anno, è stato eletto miglior jazz club d’Italia! [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">
<div id="attachment_2773" class="wp-caption alignleft" style="width: 209px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/Luca-Zarattini.jpg"><img class="size-medium wp-image-2773" title="Luca Zarattini nel suo studio, foto Matteo Mangherini" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/Luca-Zarattini-199x300.jpg" alt="Luca Zarattini nel suo studio, foto Matteo Mangherini" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Luca Zarattini nel suo studio, foto Matteo Mangherini</p></div>
<p style="text-align: left;">Ferve l’attività del<em> <strong>Torrione Art Gallery</strong></em>, il progetto espositivo del <strong>Jazz Club Ferrara</strong> curato da <strong>Eleonora Sole Travagli</strong>, che il 12 marzo scorso ha inaugurato <em><strong>Eight-Tunes/Ottoni</strong></em>, la personale del giovane <strong>Luca Zarattini</strong> (fruibile fino al 28 &#8211; 4 &#8211; 2012) realizzata in esclusiva per quello che, anche quest’anno, è stato eletto miglior jazz club d’Italia! Evocativo il titolo delle due serie da otto opere, perlopiù realizzate su supporti d’ottone, che costituiscono la mostra. Un chiaro omaggio alla Musica e alla famiglia di strumenti a fiato da cui essa prende forma. <strong>Art in Italy</strong> ha il piacere di pubblicare l’intervista che l’artista ha rilasciato alla curatrice:</p>
</div>
<div><strong>Hai iniziato pensando a cosa fosse il jazz. Poi ti è balzata alla mente l&#8217;immagine di una tromba&#8230; <span id="more-2768"></span> </strong></div>
<div id="_mcePaste">Quando mi hai proposto di esporre al Torrione San Giovanni, sede del Jazz Club di Ferrara, la mia mente ha iniziato immediatamente a chiedersi che cosa significasse la parola jazz.</div>
<div id="_mcePaste">
<div id="attachment_2775" class="wp-caption alignleft" style="width: 209px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/All-Blues-Theme.jpg"><img class="size-medium wp-image-2775" title="Luca Zarattini, All Blues Theme, tecnica mista su ottone, cm 134 x 67 , 2012, foto Matteo Mangherini" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/All-Blues-Theme-199x300.jpg" alt="Luca Zarattini, All Blues Theme, tecnica mista su ottone, cm 134 x 67 , 2012, foto Matteo Mangherini" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Luca Zarattini, All Blues Theme, tecnica mista su ottone, cm 134 x 67 , 2012, foto Matteo Mangherini</p></div>
</div>
<div id="_mcePaste">L’essere “ospite” in uno spazio dedicato alla musica mi ha fatto decidere di realizzare una nuova serie di opere. La tromba è stato uno dei primissimi pensieri generatori. La tromba quale simbolo di fiato e ottone. Il rapporto tra due “presenze”: l’essere umano con le proprie mani, il proprio fiato e la materia dell’ottone, della tromba. Il solo pensiero che questo strumento necessiti della pressione di una mano e di fiato per emettere suoni mi ha emozionato. Partendo da questa riflessione ho deciso di utilizzare solo tre colori oltre al colore bruno/oro delle lastre d’ottone che costituiscono gli “8 Toni” della prima serie, esattamente come i tasti di una tromba.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><em>All Blues Theme</em> che funge da &#8220;immagine copertina&#8221; di Eight Tunes/Ottoni raffigura, a mio avviso, un ragazzo che mi sembra di conoscere&#8230; hai mai pensato ad esso come ad un autoritratto? Raccontaci com’è nata quest’opera.</strong></div>
<div id="_mcePaste"><em>All Blues Theme </em>è stata la prima opera realizzata per questa nuova serie. L’approccio con un nuovo materiale per me rappresenta la scoperta di un mondo nuovo. Quest’opera è nata ad occhi chiusi. E’ nata dopo svariati tentativi, cancellature, senza più timore e incertezza, con estrema libertà. E’ nata pensando ai grandi Maestri, al loro “modo” di far vibrare piccoli tocchi di colore. Non ero alla ricerca di una verosimiglianza ma di un’essenza, un’essenza vibrante data dall’uso del pennello secco su un foglio laminato semirigido. E’ già capitato, in passato, che qualcuno mi chiedesse: “E’ un autoritratto?”. Ho pensato inizialmente di realizzare un omaggio “cieco” a<strong> Chet Baker</strong> ma ora, riguardando quest’immagine, un po’ mi ci vedo. Chissà se è solo un caso…</div>
<div id="_mcePaste"><strong></p>
<div id="attachment_2777" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/Torrione-San-Giovanni.jpg"><img class="size-full wp-image-2777" title="Torrione San Giovanni, Jazz Club Ferrara, foto Matteo Mangherini" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/Torrione-San-Giovanni.jpg" alt="Torrione San Giovanni, Jazz Club Ferrara, foto Matteo Mangherini" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Torrione San Giovanni, Jazz Club Ferrara, foto Matteo Mangherini</p></div>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong></p>
</div>
<div><strong>Asserisci che uno dei tuoi punti di riferimento è l&#8217;Arte Povera. In questo caso, credo che tu ne abbia colto la vera essenza attraverso l&#8217;uso dell&#8217;ottone che material povero non è&#8230;</strong></div>
<div id="_mcePaste">Decisamente. In passato ho lavorato con diverse tipologie di materiali: ferro, cemento, plastica, tipici del movimento dell’Arte Povera. Come diceva Germano Celant nel ‘76: &#8220;si tratta di un&#8217;arte che trova nell&#8217;anarchia linguistica e visuale, nel continuo nomadismo comportamentistico il suo massimo grado di libertà ai fini della creazione, arte come stimolo a verificare continuamente il proprio grado di esistenza (mentale e fisica).” In passato ho sempre cercato di impreziosire i materiali che trattavo. Con questa nuova serie di opere, invece, ho agito in senso opposto concentrandomi sulla ricerca d’impoverimento del materiale esteticamente ed economicamente prezioso, preferendo il gesto veemente del segno, inciso o dipinto.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Ogni &#8220;Tono&#8221; porta il titolo di un brano musicale, in che modo hai operato la scelta?</strong></div>
<div id="_mcePaste">In questi mesi di lavoro ho sempre ascoltato musica. Le pareti del mio studio, le lastre d’ottone, i miei colori, le mie ossa, sono state bombardate da onde elettromagnetiche emanate da una cassa spia posizionata sulla porta d’ingresso secondaria del mio studio.</div>
<div id="_mcePaste">La scelta di nominare queste opere con nomi di brani musicali mi sembrava il giusto merito a chi queste onde le ha create con il proprio sudore.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Veniamo alle opere di piccole dimensioni. Hai intitolato la serie Non sono un disco di platino definendole quali effigi &#8220;jazzantine&#8221;&#8230;</strong></div>
<div id="_mcePaste">Mi piace discutere dei miei lavori con i miei amici di fronte a un buon bicchier di vino. Mi piace scherzare e sorridere con loro. Non sono un disco di platino è nato proprio durante uno di questi incontri, esattamente come il termine “Jazzantine”. Piccole icone bizantine. Una figura definita e un gesto improvvisato stanno a simboleggiare ciò che rappresenta il jazz per me: tecnica e improvvisazione. La fusione tra queste due componenti: Bisanzio e improvvisazione, ha generato il neologismo.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Tecnica e improvvisazione. Che ruolo ha l&#8217;improvvisazione nel tuo modus operandi?</strong></div>
<div id="_mcePaste">L’improvvisazione è sinonimo di libertà. La ricerca di quel duende che a un certo punto si manifesta più dall&#8217;improvvisazione che dalla padronanza della tecnica.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>E&#8217; la prima volta che usi l&#8217;ottone quale supporto. Ha rappresentato una svolta per la tua ricerca?</strong></div>
<div id="_mcePaste">Invece di identificarlo come una svolta preferirei definirlo come un punto di partenza.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>E del Torrione San Giovanni che mi dici?</strong></div>
<div id="_mcePaste">Vorrei che fosse il mio studio!</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Luca Zarattini &#8211; Eight Tunes/Ottoni</strong></div>
<div>Jazz Club Ferrara &#8211; Torrione Art Gallery</div>
<div>via Rampari di Belfiore 167</div>
<div>44100 Ferrara</div>
<div>12 / 03 /12 &#8211; 28 /04 / 12</div>
<div id="_mcePaste">ogni venerdì, sabato e lunedì e su appuntamento</div>
<div>tel + 39 339 6116217</div>
<div>solejazzclubferrara@gmail.com</div>
<div id="_mcePaste">www.jazzclubferrara.com</div>
<div>www.facebook.com/Torrione.Art.Gallery</div>
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		<title>Gustav Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 06:49:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roby</dc:creator>
				<category><![CDATA[Art e architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Art e artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[Art e design]]></category>
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		<category><![CDATA[arte contemporanea a Venezia]]></category>
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		<description><![CDATA[
In occasione del 150° anniversario della sua nascita (1862-2012) la Fondazione Musei Civici di Venezia, con la partecipazione del Museo Belvedere di Vienna, dedica al grande artista austriaco una singolare retrospettiva all’interno delle sale del Museo Correr.

“Gustav Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione”, questo il titolo della mostra curata da Alfred Weidinger, visitabile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">
<div id="attachment_2757" class="wp-caption alignleft" style="width: 156px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/Gustav-Klimt-Giuditta1.jpg"><img class="size-medium wp-image-2757" title="Gustav Klimt - Giuditta, 1901,Olio su tela 84 x 42 cm, Vienna Belvedere © Belvedere, Vienna" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/Gustav-Klimt-Giuditta1-146x300.jpg" alt="Gustav Klimt - Giuditta, 1901,Olio su tela 84 x 42 cm, Vienna Belvedere © Belvedere, Vienna" width="146" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Gustav Klimt - Giuditta, 1901,Olio su tela 84 x 42 cm, Vienna Belvedere © Belvedere, Vienna</p></div>
<p>In occasione del 150° anniversario della sua nascita (1862-2012) la Fondazione Musei Civici di Venezia, con la partecipazione del Museo Belvedere di Vienna, dedica al grande artista austriaco una singolare retrospettiva all’interno delle sale del Museo Correr.</p>
</div>
<div id="_mcePaste">“<strong><em>Gustav Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione</em></strong>”, questo il titolo della mostra curata da <strong>Alfred Weidinge</strong>r, visitabile dal 24 marzo all’8 luglio 2012.</div>
<div id="_mcePaste">Già proposta a Vienna tra novembre e febbraio di quest’anno, la rassegna,  arricchita per la tappa lagunare di approfondimenti su aspetti poco noti al pubblico italiano, presenta/propone un nuovo taglio critico, focalizzandosi sulla figura dell’artista  e la rivisitazione dei suoi rapporti con l’ambiente viennese e internazionale del tardo simbolismo e delle prime avanguardie.</div>
<div id="_mcePaste"><span id="more-2753"></span>L’esposizione ha infatti l’intento di ricostruire, grazie alla presenza di uno straordinario ciclo di dipinti, disegni rari e preziosi, mobili, gioielli, ricostruzioni e interessanti documenti storici, la genesi e l’evoluzione, in ambito architettonico e pittorico, dell’opera di Klimt e di quanti, assieme a lui, contribuirono alla nascita della <strong>Secessione viennese</strong>, ponendo dunque attenzione alla straordinaria fusione creatasi fra arte figurativa e architettura.</div>
<div id="_mcePaste">Tema centrale è la collaborazione tra <strong>Gustav Klimt</strong> e <strong>Josef Hoffmann</strong>, architetto e interior design. Entrambi condivisero incarichi, clienti, ma soprattutto una comune concezione di arte, il “<em>Gesamtkunstwerk</em>”, ovvero l’opera d’arte totale, già cara a<strong> Richard Wagner</strong>, che nel “<em><strong>Fregio di Beethoven</strong></em>” (1901-1902) e nelle decorazioni di<strong> </strong><strong>Palazzo Stoclet a Bruxelles</strong> (progetti entrambi presenti qui) rappresenta  uno dei punti fondamentali di questo pensiero. Architettura, pittura, arti applicate, si mescolarono quindi fino a diventare indivisibili.</div>
<div id="_mcePaste">
<div id="attachment_2759" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/Gustav-Klimt-Il-Girasole.jpg"><img class="size-medium wp-image-2759" title="Gustav Klimt - Girasole, 1907, Olio su tela, 110 x 110 cm, collezione privata. © Belvedere, Vienna" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/Gustav-Klimt-Il-Girasole-295x300.jpg" alt="Gustav Klimt - Girasole, 1907, Olio su tela, 110 x 110 cm, collezione privata. © Belvedere, Vienna" width="295" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Gustav Klimt - Girasole, 1907, Olio su tela, 110 x 110 cm, collezione privata. © Belvedere, Vienna</p></div>
<p>Tra le straordinarie opere che si possono ammirare, merita indubbiamente una menzione speciale la <strong><em>Salomè</em></strong> (<strong><em>Giuditta II</em></strong>) realizzata dall’artista nel 1909, esposta alla IX Esposizione Internazionale d’Arte del 1910 e acquistata dalla città di Venezia per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro; che per la prima volta e qui, vedrà affiancarsi la <em><strong>Giuditta</strong></em> del 1901, proveniente dal Belvedere di Vienna. Sono inoltre esposti, oltre ad alcuni capolavori del suddetto museo, altri provenienti da collezioni pubbliche e private, tra cui:<em><strong> Lady davanti al camino</strong></em> (1897/98) <em><strong>Gli amanti</strong></em> (1901/1902),<em> <strong>Hermine Gallia</strong></em> (1904) <em><strong>Il Girasole</strong></em> (1907) e<strong> <em>Il Bacio</em></strong> (1907/1908).</p>
</div>
<div id="_mcePaste">Partendo da esempi di contributi austriaci dell&#8217;<strong>Esposizione Mondiale di Parigi del 1900</strong>, a cui Klimt e Hoffmann parteciparono, la prima sezione della mostra, illustra il passaggio dallo stile decorativo dell&#8217;<em><strong>Art Nouveau</strong></em> a un approccio più geometrico. Il legame fra i due artisti, è narrato attraverso i progetti per l&#8217;esposizione mondiale di Saint Louis (1904), L&#8217;esposizione d&#8217;arte di Manheim (1907), la Kuntshaus (1908) e l&#8217;Esposizione Internazionale di Roma (1911).</div>
<div id="_mcePaste">Non mancherà ovviamente l&#8217;indagine dell&#8217;universo femminile tanto amata da Klimt, celebre per i suoi innumerevoli ritratti di donne, che se inizialmente adorava circondare di un’aura dorata che ha caratterizzato il suo stile, successivamente se ne distaccherà per dedicarsi a un linguaggio decorativo espressionista puramente incentrato sul colore.</div>
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<div id="attachment_2760" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/Josef-Hoffmann-Spilla.jpg"><img class="size-medium wp-image-2760" title="Josef Hoffmann - Spilla, 1905, Modello G366, , Esecuzione Wiener Werkstätte/Eugen Pflaumer, 1911 Argento dorato, pietre semipreziose, 5,2 x 5,2 cm © Courtesy of Richard Grubman, Caroline Mortimer" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/04/Josef-Hoffmann-Spilla-300x294.jpg" alt="Josef Hoffmann - Spilla, 1905, Modello G366, , Esecuzione Wiener Werkstätte/Eugen Pflaumer, 1911 Argento dorato, pietre semipreziose, 5,2 x 5,2 cm © Courtesy of Richard Grubman, Caroline Mortimer" width="300" height="294" /></a><p class="wp-caption-text">Josef Hoffmann - Spilla, 1905, Modello G366, , Esecuzione Wiener Werkstätte/Eugen Pflaumer, 1911 Argento dorato, pietre semipreziose, 5,2 x 5,2 cm © Courtesy of Richard Grubman, Caroline Mortimer</p></div>
<p>“Si è soliti attribuire il periodo d’oro di Klimt fra il 1907 e il 1908, con Il Bacio –afferma  <strong>Alfred Weidinger</strong>, curatore della mostra- ma in realtà non è così. E’ il 1899, data in cui intraprese il suo primo viaggio all’estero, che si assistì al cambiamento. Se Klimt non avesse visitato la Basilica di San Marco a Venezia come quella tardo bizantina di San Vitale a Ravenna, e non fosse rimasto profondamente colpito dai loro mosaici, probabilmente opere come la Giuditta oggi non esisterebbero”.</p>
</div>
<div id="_mcePaste">L’Italia ebbe rilevante importanza per Klimt come per Hoffmann. Anche quest’ultimo soggiornò nel nostro bel paese. A Capri studiò l’Architettura locale, e ai Giardini della Biennale di Venezia, nel 1934, allestì il padiglione dell’Austria.</div>
<div id="_mcePaste">“Questa mostra –conclude<strong> Gabriella Bell</strong>i, direttore della fondazione dei musei civici- rappresenta il ritorno di un’importante e prestigiosa collaborazione internazionale, ma anche la restituzione culturale di una presenza come quelle di Gustav Klimt, che fu determinante per lo sviluppo delle arti in Italia nei primi decenni del secolo scorso”.</div>
<div id="_mcePaste">Parallelamente a questa rassegna, e a testimonianza di quanto fosse forte l’influenza di Klimt sulla cultura figurativa italiana dell’epoca, dal 31 marzo all’8 luglio 2012, presso le sale di Ca’ Pesaro, come completamento della mostra al Correr,  sarà possibile visitare:”<em><strong>Spirito klimtiano: Vittorio Zecchin, Galileo Chini e la grande decorazione a Venezia</strong></em>”, dove saranno esposti i due famosi cicli decorativi di Vittorio Zecchin, “<em>Le mille e una notte</em>”, e l’altrettanto straordinaria “<em>Primavera</em>” di Galileo Chini, concessa in prestito dalla<strong> Galleria Nazionale d’arte Moderna </strong>di Roma. A Milano  invece, è in corso:”<em><strong>Gustav Klimt. Disegni intorno al Fregio di Beethoven</strong></em>”; presso lo Spazio Oberdan, fino al 6 maggio 2012, si possono ammirare disegni, manifesti, riviste e la riproduzione a grandezza naturale del famosissimo “<em><strong>Fregio di Beethoven</strong></em>”.</div>
<div id="_mcePaste">Francesca Galluccio</div>
<div>
<div><strong>Gustav Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione</strong></div>
<div>24 marzo &#8211; 8 luglio 2012</div>
<div>Museo Correr, piazza San Marco, Venezia.</div>
<div>Orari: tutti i giorni, dalle 10 alle 19.</div>
<div>Ingresso: intero 16 euro (assieme ai Musei Civici), ridotto 8 euro</div>
<div>tel: 0412405211</div>
<div>www.mostraklimt.it</p>
<div>ufficiogruppi@ticket.it</div>
</div>
</div>
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		<title>Anastasia Moro. I pensieri fanno rumore.</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 23:41:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roby</dc:creator>
				<category><![CDATA[Art e psiche]]></category>
		<category><![CDATA[Anastasia Moro]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea a Vicenza]]></category>
		<category><![CDATA[Spazio Interiors]]></category>

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Ultimi giorni utili per visitare la personale di Anastasia Moro I pensieri fanno rumore, in mostra allo Spazio Interiors, Vicenza, fino al 22 marzo 2012.

L’esposizione rappresenta una buona occasione per accostarsi all’evoluzione artistica della pittrice, che vi propone una vasta gamma dei suoi lavori. Dai primi esiti, opere che testimoniano di una fase in cui [...]]]></description>
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<div id="attachment_2743" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/03/Anastasia-Moro-Organico-acrilico-su-tela-2011.jpg"><img class="size-medium wp-image-2743" title="A. Moro, Organico, acrilico su tela, 2011" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/03/Anastasia-Moro-Organico-acrilico-su-tela-2011-300x300.jpg" alt="A. Moro, Organico, acrilico su tela, 2011" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">A. Moro, Organico, acrilico su tela, 2011</p></div>
<p>Ultimi giorni utili per visitare la personale di <strong>Anastasia Moro</strong><em><strong> I pensieri fanno rumore</strong></em>, in mostra allo <strong>Spazio Interiors,</strong> <strong>Vicenza</strong>, fino al 22 marzo 2012.</p>
</div>
<div>L’esposizione rappresenta una buona occasione per accostarsi all’evoluzione artistica della pittrice, che vi propone una vasta gamma dei suoi lavori. Dai primi esiti, opere che testimoniano di una fase in cui a prevalere sono ancora ampie ed energiche pennellate dal sapore sperimentale e quasi performativo, ad atti più ponderati e consapevoli, che si concretizzano in forme plastiche dal vago sapore antropomorfico, strutture simil-organiche che, applicate alla superficie dei quadri, vanno ad imbrigliare lo spazio pittorico.<span id="more-2741"></span></div>
<div>Per continuare con i lavori recenti, in cui da una parte, il gusto per il materiale plastico lascia il quadro per diventare forma autonoma, dando origine a vere e proprie installazioni e dall’altra, lo spazio dipinto tenta esso stesso una sua strada indipendente, inglobando al suo interno le strutture organiche a lui aliene, cosicché sgocciolature ‘pilotate’ di materiali resinosi regnano incontrastate su di uno spazio bianco. Un corpus di opere in continua evoluzione dunque, in cui la mutazione delle forme, che ricordano conglomerati cellulari, piuttosto che organismi molecolari o sembianze anatomiche vere e proprie, va di pari passo con la trasformazione del fare stesso dell’artista che, con il suo lavoro, spinge la sua riflessione al di là delle apparenze, interrogandosi sulla realtà ultima dell’esistenza.</div>
<div id="_mcePaste">Giovanna Borrillo</div>
<div id="_mcePaste"><span style="color: #ffffff;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-weight: bold;">I pensieri fanno rumore</span></div>
<div id="_mcePaste">personale di pittura di Anastasia Moro</div>
<div id="_mcePaste">a cura di Giovanna Borrillo</div>
<div>18 febbraio &#8211; 22 marzo 2012</div>
<div id="_mcePaste">Spazio Interiors</div>
<div id="_mcePaste">Contrà San Silvestro 34, Vicenza</div>
<div id="_mcePaste">info@spaziointeriors.it</div>
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		<title>Giovanni Biasin: le Metamorfosi di Ovidio a Palazzo Gobatti, un tributo di Giovanni Biasin al Risorgimento rodigino</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Mar 2012 13:38:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roby</dc:creator>
				<category><![CDATA[Art e architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Art e artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[Art e città]]></category>
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		<category><![CDATA[Art e luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Art e simboli]]></category>
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		<category><![CDATA[Antonio Gobatti]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea e Risorgimento a Rovigo]]></category>
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		<category><![CDATA[Giuseppe Borsato]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Jappelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Ovidio]]></category>
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		<category><![CDATA[Palazzo Reale a Venezia]]></category>
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Nel 1864 il possidente Antonio Gobatti commissiona al pittore veneziano Giovanni Biasin il primo incarico di cui si abbia notizia nella città di Rovigo: le decorazioni della propria dimora dominicale a Porta Sant’Agostino. Di questo ciclo, situato al piano nobile dell’edificio, rimane oggi qualche significativa testimonianza nel salone centrale e in due delle quattro sale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">
<div id="attachment_2738" class="wp-caption alignleft" style="width: 221px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/03/IMG-gobb-6-NEW.jpg"><img class="size-medium wp-image-2738" title="G. Biasin, Zefiro e Flora, dipinto a tempera, Palazzo Gobatti a Rovigo" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/03/IMG-gobb-6-NEW-211x300.jpg" alt="G. Biasin, Zefiro e Flora, dipinto a tempera, Palazzo Gobatti a Rovigo" width="211" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">G. Biasin, Zefiro e Flora, dipinto a tempera, Palazzo Gobatti a Rovigo</p></div>
<p>Nel 1864 il possidente <strong>Antonio Gobatti</strong> commissiona al pittore veneziano<strong> Giovanni Biasin</strong> il primo incarico di cui si abbia notizia nella città di <strong>Rovigo</strong>: le decorazioni della propria dimora dominicale a<strong> Porta Sant’Agostino</strong>. Di questo ciclo, situato al piano nobile dell’edificio, rimane oggi qualche significativa testimonianza nel salone centrale e in due delle quattro sale laterali distribuite secondo il modello classico della pianta veneta di ascendenza altinate.</p>
</div>
<div id="_mcePaste">Nel salone è raffigurato un aereo loggiato di gusto neoclassico dipinto a monocromo e ritmato da colonne trompe-l’oeil in finto marmo rosso di Verona che si aprono come quinte sullo sfondo paesaggistico delle <strong>Quattro Stagioni</strong>.<span id="more-2736"></span> Qui sono rappresentati altrettanti episodi tratti dalle <strong>Metamorfosi</strong> di <strong>Ovidio</strong>: <strong>Il Ratto di Proserpina </strong>, <strong>Cerere e Trittolemo, Bacco e Arianna.</strong> Nel dipinto del Biasin la quarta coppia ovidiana, Borea e Orizia, è stata sostituita con <strong>Zefiro e Flora</strong>, episodio chiave di questo ciclo.</div>
<div id="_mcePaste">L’impianto scenico degli episodi figurativi riflette l&#8217;algido modello santiano  caratterizzato da un neoclassicismo attardato, di stampo accademico, già formulato a Venezia nel primo decennio dell’Ottocento nel cantiere napoleonico &#8211; poi austriaco e quindi italiano – del <strong>Palazzo Reale </strong>sotto la guida di <strong>Giuseppe Borsato </strong>e dei numi tutelari <strong>Percier </strong>e <strong>Fontaine</strong>.</div>
<div id="_mcePaste">Il debito di Giovanni Biasin nei confronti del figurista muranese è dichiarato nella citazione delle eleganti Danzatrici e Dee dagli incarnati luminosi e i delicati volti ovali, ma specialmente nello splendido nudo del <strong>Bacco</strong> /<strong>Libero</strong>, realizzato a dimensioni naturali e direttamente mutuato con l’attributo della tigre dal Trionfo di <strong>Palazzo Camerini </strong>a Rovigo realizzato dal Santi nel 1844 ca. Anche Il <strong>Carro di Apollo</strong>, altra divinità solare contornata dalle personificazioni dei sei pianeti del Pantheon romano, è dipinto a grisaille nel centro del soffitto alla maniera santiana, al pari delle allegorie dell&#8217;Estate e dell&#8217;Abbondanza presenti tra gli intercolumni.</div>
<div id="_mcePaste">Tuttavia la cifra dell’immagine muta registro rispetto alla cristallizzazione iconografica neoveronesiana che l&#8217;anziano maestro esprime nella sostanza di un&#8217;impeccabile lavorazione a fresco: nella pittura del giovane decoratore Giovanni Biasin la forma acquista una dimensione più umana grazie all’introduzione di gamme calde e sature stese con segno rapido e una sapiente tecnica a tempera che non opacizza nel tempo; inoltre, l’ornatista si avvale di linee serpentinate per conferire alla scena un movimento vorticoso che – con residui di maniera ed entro i limiti di evidenti imperfezioni e rigidità &#8211; veicola l’impeto romantico in una genuina tensione espressiva tesa al coinvolgimento del fruitore nell’interpretazione dei temi ovidiani.</div>
<div id="_mcePaste">Infatti l’originale riferimento naturalistico, ma soprattutto mitologico e iniziatico alla rivoluzione solare che si realizza nel ciclo delle stagioni, è trasferito dal contesto di un’umanità primigenia alla statura eroica dei protagonisti di un rinnovamento collettivo che finalmente avanza, di una lungamente attesa primavera risorgimentale  che culminerà solo due anni più tardi, con la liberazione del Veneto, alla quale Giovanni Biasin e <strong>Antonio Gobatti</strong> avevano contribuito in prima persona, pagando caro il prezzo della sconfitta: il primo con una lunga malattia, dopo aver partecipato alla difesa di Marghera e dell’Estuario nel ‘49 e il secondo, sostenitore dei moti del ’48, dell’emigrazione politica e tra i fondatori della <strong>Legione Euganea</strong>, con l’esilio in Piemonte e un sequestro di beni.  Entrambi si riebbero e Gobatti, che come Ovidio esperì l&#8217;esilio, divenne poi presidente e principale finanziatore dei restauri della Società del Teatro, la cui decorazione fu rinnovata nel 1858, tra gli altri, da <strong>Sebastiano Sant</strong>i.</div>
<div id="_mcePaste">Nel 1864 tuttavia il Veneto era ancora oppresso dall’Austriaco e il proprietario terriero nonché Colonnello della Guardia Nazionale rodigino, trovò in Giovanni Biasin piena corrispondenza ideologica, proprio in quel periodo oscuro della storia della penisola in cui l’arte si stringeva agli ideali di libertà e se ne faceva veicolo e manifesto. In particolare, pensiamo alla funzione ch&#8217;ebbe il teatro d’opera e, nel caso della pittura, alle imprese in chiave risorgimentale degli artefici formatisi all’Accademia di Venezia e al cantiere di Palazzo Reale. Gli stessi che, diretti da <strong>Giovan Battista Meduna</strong>, nel 1847 parteciparono alla decorazione di <strong>Palazzo Giovannelli</strong> nell’occasione del 9° congresso degli scienziati italiani a Venezia, “copertura formale ad una attività politica di netta ispirazione antiaustriaca” , di cui fu fautore Daniele Manin. La medesima scuola che, nel 1842, con <strong>Giuseppe Jappelli</strong>, aveva allestito le sale del <strong>Caffè Pedrocchi</strong> in stle “greco, arabo, etrusco, pompeiano”, in occasione del 4° congresso degli scienziati italiani ospitato dall’Università di Padova.</div>
<div id="_mcePaste">Pur inserita in un contesto provinciale ed espressa in un linguaggio attardato rispetto allo stile Biedermeier adottato negli apparati esornativi di cui sopra, anche la decorazione del Palazzo rodigino (cui poi fu affiancata la sede della <strong>Guardia Nazionale</strong>), grazie all’incontro di Antonio Gobatti e di Giovanni Biasin, diventa a pieno titolo ambasciatrice di un discorso civile e umano di portata storica e universale. Proprio in questi anni, infatti, tra gli intellettuali e i patrioti si fa strada la consapevolezza, per dirlo con le parole di Pietro Selvatico, che l&#8217;arte decorativa, nei suoi diversi stili, sia divenuta “La più efficace delle favelle”  per manifestare la consapevolezza storica di un popolo delle comuni origini dell&#8217;umanità e su queste basi dichiarare la propria concreta volontà di emancipazione.</div>
<div id="_mcePaste">Roberta Reali</div>
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		<title>Di là da dove, Giorgio Cattani al Torrione Art Gallery</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 22:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roby</dc:creator>
				<category><![CDATA[Art e architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Art e luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Art e musica]]></category>
		<category><![CDATA[Ada Patrizia Fiorillo]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea a Ferrara]]></category>
		<category><![CDATA[Eleonora Sole Travagli]]></category>
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		<category><![CDATA[Un'opera d'arte per il 150° dell'Unità d'Italia]]></category>

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E’ con una preziosa personale del maestro Giorgio Cattani, dal titolo Di là da dove, che il 23 gennaio scorso, il Jazz Club Ferrara ha riaperto le porte all’arte contemporanea inaugurando il progetto Torrione Art Gallery.

Un nuovo modo di proporre l’imprescindibile legame tra arte e musica jazz attraverso un’inconsueta e originale sede espositiva che, unita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">
<div id="attachment_2709" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/Giorgio-Cattani-Alabama-2011.jpg"><img class="size-medium wp-image-2709 " title="Giorgio Cattani, Alabama 2011, tecnica mista su tela, 80 x 120, copyright Matteo Mangherini" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/Giorgio-Cattani-Alabama-2011-200x300.jpg" alt="Giorgio Cattani, Alabama 2011, tecnica mista su tela, 80 x 120, copyright Matteo Mangherini" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Giorgio Cattani, Alabama 2011, tecnica mista su tela, 80 x 120, copyright Matteo Mangherini</p></div>
<p>E’ con una preziosa personale del maestro <strong>Giorgio Cattani</strong>, dal titolo <strong><em>Di là da dove</em></strong>, che il 23 gennaio scorso, il <strong>Jazz Club Ferrara</strong> ha riaperto le porte all’arte contemporanea inaugurando il progetto <strong>Torrione Art Gallery</strong>.</p>
</div>
<div id="_mcePaste">Un nuovo modo di proporre l’imprescindibile legame tra arte e musica jazz attraverso un’inconsueta e originale sede espositiva che, unita al ricchissimo palinsesto musicale, conduce alla scoperta di un’architettura suggestiva, il <strong>Torrione San Giovanni</strong>, consentendo la fruizione delle mostre non solo nelle serate di programmazione musicale, ma anche su appuntamento.</div>
<div id="_mcePaste">La redazione di Arti In Italy è andata alla scoperta di <em>Di là da dove</em> intervistando la curatrice, <strong>Eleonora Sole Travagli</strong>, già autrice del primo libro-guida sulla Casa Museo Remo Brindisi del Lido di Spina.<span id="more-2704"></span></div>
<div id="_mcePaste">
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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<p><strong></p>
<div id="attachment_2712" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/Torrione-San-Giovanni.jpg"><img class="size-medium wp-image-2712" title="Torrione San Giovanni, foto © Matteo Mangherini" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/Torrione-San-Giovanni-300x199.jpg" alt="Torrione San Giovanni, foto © Matteo Mangherini" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Torrione San Giovanni, foto © Matteo Mangherini</p></div>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong>Al di là delle etichette, l&#8217;opera di Cattani sembra essere evoluta in questi lavori nel senso di una comunicazione più diretta con il fruitore: il frammento si amplia, l&#8217;espressione fotografica emerge con la forza della realtà di un bianco e nero senza mediazioni, arricchito da note cromatiche essenziali e brevi commenti déco. Eleonora Sole, è questo l&#8217;effetto della musica Jazz sulla pittura contemporanea?</strong></p>
</div>
<div id="_mcePaste">
<div id="attachment_2715" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/Giorgio-Cattani-My-Theatre.jpg"><img class="size-medium wp-image-2715" title="Giorgio Cattani, My Theatre, particolare, foto © Matteo Mangherini" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/Giorgio-Cattani-My-Theatre-300x200.jpg" alt="Giorgio Cattani, My Theatre, particolare, foto © Matteo Mangherini" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Giorgio Cattani, My Theatre, particolare, foto © Matteo Mangherini</p></div>
<p>Credo, innanzitutto, che non si possa generalizzare considerando questa come l’unica influenza della musica jazz sull’arte contemporanea, oppure come l’unico risultato pittorico/figurativo a cui pervenire conseguentemente ad un certo tipo di sollecitazione musicale.</p>
</div>
<div id="_mcePaste">Il corso della storia dell’arte, partendo dalla nascita della <strong>musica afroamericana</strong>, è ricco di celeberrimi esempi testimoni di una contaminazione creativa e reciproca tra arte e musica; penso all’opera di <strong>Henri Matisse</strong>, <strong>Pablo Picasso</strong>, <strong>Piet Mondrian</strong>, solo per citarne alcuni.</div>
<div id="_mcePaste">
<p><em> </em></p>
<p><em> </em><em> </em><em> </em><em> </em><em> </em><em> </em><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em></p>
<div id="attachment_2725" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/Il-maestro-Giorgio-Cattani-nel-suo-atelier.jpg"><img class="size-medium wp-image-2725 " title="Il maestro Giorgio Cattani nel suo atelier, foto di Matteo Mangherini" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/Il-maestro-Giorgio-Cattani-nel-suo-atelier-200x300.jpg" alt="Il maestro Giorgio Cattani nel suo atelier, foto di Matteo Mangherini" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il maestro Giorgio Cattani nel suo atelier, foto di Matteo Mangherini</p></div>
<p></em><em> </em><em> </em><em> </em><em> </em><em> </em><em> </em><em>Di là da dove</em> nasce da una commistione di elementi che hanno particolarmente colpito l’artista: le origini di queste sonorità lontane unite alla suggestiva atmosfera che si respira in questo luogo. Il Torrione San Giovanni, infatti, sede da diversi anni del <em>Jazz Club Ferrara</em>, è un bastione di epoca rinascimentale che caratterizza, per l’intatta e particolare architettura, l’intero circuito delle antiche mura della città.</p>
</div>
<div id="_mcePaste">La sensibilità di Giorgio Cattani, del tutto individuale e soggettiva, sollecitata da un insieme di “sapori” &#8211; come lui stesso ama definirli – ha iniziato a decodificare spunti e intuizioni attraverso il proprio personale linguaggio.</div>
<div id="_mcePaste">
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong>Com&#8217;è nata la collaborazione Cattani-Travagli nella location del Torrione, considerando che si tratta di opere <em>site-specific</em>?</strong></p>
</div>
<div id="attachment_2721" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/Giorgio-Cattani-Street-Dream.jpg"><img class="size-medium wp-image-2721" title="Giorgio Cattani, Street Dream, particolare, foto © Matteo Mangherini" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/Giorgio-Cattani-Street-Dream-300x199.jpg" alt="Giorgio Cattani, Street Dream, particolare, foto © Matteo Mangherini" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Giorgio Cattani, Street Dream, particolare, foto © Matteo Mangherini</p></div>
<div id="_mcePaste">Quando ho proposto a Giorgio Cattani di esporre all’interno del Torrione San Giovanni per inaugurare il progetto <em>Torrione Art Gallery</em>, ha accettato subito di buon grado. Si tratta di uno dei luoghi storici che contraddistingue la città in cui è nato, alla quale fa sempre ritorno e a cui è particolarmente legato, seppur d’animo nomade.</div>
<div id="_mcePaste">Inizialmente, abbiamo pensato di avvalerci di una serie di opere presenti in <em>atelier</em> poi, alcuni giorni dopo il primo sopralluogo, ho ricevuto una chiamata di Giorgio nella quale mi avvisava entusiasta di aver dato il via ad una nuova creazione realizzata <em>ad hoc</em> per il Torrione. Quel luogo magico lo aveva nuovamente stregato.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Come collochi queste ultime opere nella produzione dell&#8217;artista?</strong></div>
<div id="_mcePaste">Amo molto il modo in cui <strong>Ada Patrizia Fiorillo</strong> (docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Ateneo di Ferrara) ha “coniato” l’ultima ricerca del lavoro di Giorgio Cattani definendola “poetica del frammento”.</div>
<div id="_mcePaste">La tecnica utilizzata per la realizzazione delle opere che costituiscono <em>Di là da dove</em> rientra, a tutti gli effetti, in questo tipo di ricerca. Ritroviamo, infatti, elementi che ne costituiscono la cifra stilistica: il recupero di vecchie immagini, documenti, cartoline; l’ingrandimento e la successiva trasposizione su tela, poi, tutta una serie di interventi quali l’applicazione di carta strappata, segni pittorici, ecc.</div>
<div id="_mcePaste">L’evoluzione della poetica risiede nella modalità espressiva, nell’estrinsecazione del messaggio. Vi è una dolcezza inaspettata, meno esplorata in passato, che si traduce nel volo leggero di colorati passerotti, nell’utilizzo di carta antica dai motivi floreali. Cattani si avvale di ammortizzatori per lo spirito. Caleidoscopiche esperienze di vita, abbracciate con maturata consapevolezza, gli hanno rivelato che è questo il momento &#8211; storico &#8211; giusto per farne uso.</div>
<div id="_mcePaste">L’artista parte dalle radici del jazz, ne scandaglia attentamente le origini e attraverso una “metafisica residente” che trova dimora in un intimo altrove, ne trasforma la storia smussando spigoli taglienti, mutandola in favola odierna. Del resto, le favole sono dispensatrici di profonda saggezza…</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Quale sarà la prossima mostra che allestirai al Torrione Art Gallery?</strong></div>
<div id="_mcePaste">Seguirà un’altra preziosa personale del giovane <strong>Luca Zarattini</strong>, vincitore del premio <em>Un’opera d’arte per il 150° dell’Unità d’Italia</em>. Non voglio anticipare nulla, se non che, anche Luca sta lavorando a pieno ritmo su di un progetto in esclusiva per il Torrione che serberà parecchie sorprese…</div>
<p><strong>Giorgio Cattani<br />
</strong><span style="font-weight: bold;">Di là da dove</span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong>Torrione Art Gallery- Jazz Club Ferrara</p>
<p>via Rampari di Belfiore 167</p>
<p>44100 Ferrara</p>
<p>23 &#8211; 01 &#8211; 12 al 10 &#8211; 03 &#8211; 12</p>
<p>Fruibile nei giorni di programmazione e su appuntamento</p>
<p>cell. + 39 339 6116217</p>
<p>www.jazzclubferrara.com</p>
<p>www.facebook.com/Torrione.Art.Gallery</p>
<p>solejazzclubferrara@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Oscar Ghiglia. Il concerto di Siena e il giallo de &#8220;La giovane chitarrista&#8221;</title>
		<link>http://www.artinitaly.it/arte/index.php/2012/02/03/oscar-ghiglia-il-concerto-di-siena-e-il-giallo-de-la-giovane-chitarrista/</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 19:52:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roby</dc:creator>
				<category><![CDATA[Art e musica]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Sor]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Cucchi]]></category>
		<category><![CDATA[J.S.Bach]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel De Falla]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel Maria Ponce]]></category>
		<category><![CDATA[Museum of Fine Guitar – The Raccosta Collection di Verona]]></category>
		<category><![CDATA[Musik-Akademie di Basilea]]></category>
		<category><![CDATA[Oscar Ghiglia; Incontri Chitarristici di Gargnano]]></category>
		<category><![CDATA[Paulo GhigliaAccademia Chigiana di SIena; ANdrés Segovia; Aspen Music Festival]]></category>

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		<description><![CDATA[Oscar Ghiglia mi fa pensare, come è ovvio, alla musica, ma al tempo stesso a quella dimensione affabulante, che è profondamente compenetrata al suo essere musicista, e fa di lui un carismatico maestro. Ecco l’Accademia Chigiana di Siena, dove insegna dal 1976, nella cattedra che fu di Andrés Segovia, di cui già una decina d’anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2693" class="wp-caption alignleft" style="width: 222px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/oscar-ghiglia.jpg"><img class="size-medium wp-image-2693" title="Oscar Ghiglia, dvd - Guitar Media Collection 2011" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/oscar-ghiglia-212x300.jpg" alt="Oscar Ghiglia, dvd - Guitar Media Collection 2011" width="212" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Oscar Ghiglia, dvd - Guitar Media Collection 2011</p></div>
<p><strong>Oscar Ghiglia </strong>mi fa pensare, come è ovvio, alla musica, ma al tempo stesso a quella dimensione affabulante, che è profondamente compenetrata al suo essere musicista, e fa di lui un carismatico maestro. Ecco l’<strong>Accademia Chigiana di Siena</strong>, dove insegna dal 1976, nella cattedra che fu di <strong>Andrés Segovia</strong>, di cui già una decina d’anni prima era stato l’assistente a Berkeley, e poi l’<strong>Aspen Music Festival</strong>, dove fondò il Dipartimento di chitarra nel 1969, e ancora gli <strong>Incontri Chitarristici di Gargnano</strong>, da quarant’anni appuntamento di Settembre per chitarristi provenienti da ogni parte del mondo, e la<strong> Musik-Akademie di Basilea</strong>, che lo ha visto docente per oltre un ventennio. E poi ancora corsi e master class. Ovunque. <span id="more-2683"></span>E tanti allievi, alcuni incrociati per pochi giorni, altri perseveranti per anni nell’incontro-scontro con la sua personalità. Ma tutti, credo, in qualche modo toccati dalle sue parole. Perché Ghiglia è un maestro scomodo, abilissimo nel terremotare le certezze di chi gli sta di fronte: le sue lezioni spesso richiedono nervi saldi, che peraltro devono fondersi alla più permeabile elasticità. Non è facile: capita di non capire, di piangere, di voler fuggire lontano. Ma poi, col tempo, non si dimenticano le parabole create a lezione, con fare estemporaneo, dal suo talento di narratore, perché tramite quelle storielle Ghiglia può dipingere, come si conviene all’erede di una gloriosa famiglia di pittori toscani, la semplice quotidianità così come l’evento più surreale, in modo che tocchino un nervo scoperto dell’allievo. È faticoso ritrovarsi denudati dalla sua compiaciuta callidità, eppure è proprio da questo disagio arrossito di vergogna, del tipo di Adamo ed Eva dopo la mela, che può attivarsi uno slancio genuinamente creativo.</p>
<div id="attachment_2688" class="wp-caption alignleft" style="width: 158px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/ghigliap_giovane.jpg"><img class="size-medium wp-image-2688" title="Paulo Ghiglia, La giovane chitarrista, 1835-1840, olio su cartone, cm 70 x 41" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/02/ghigliap_giovane-148x300.jpg" alt="Paulo Ghiglia, La giovane chitarrista, 1835-1840, olio su cartone, cm 70 x 41" width="148" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Paulo Ghiglia, La giovane chitarrista, 1835-1840, olio su cartone, cm 70 x 41</p></div>
<p> </p>
<p>Chissà, è forse questo il motivo per cui Ghiglia non si concede troppo alle registrazioni discografiche, che possono certo confortevolmente trattenere la sua preziosa musica, ma non le sue immaginose parole; dunque, ben venga il <strong>dvd </strong>proposto da <strong>Guitar Media Collection</strong>, se è l’occasione per ascoltarlo suonare Ponce, Bach, Sor e De Falla, e subito dopo per gustare la sua conversazione con <strong>Flavio Cucchi</strong>, suo allievo di un tempo e adesso affermato chitarrista, e <strong>Massimo Raccosta</strong>, ingegnere e collezionista di chitarre, creatore del <strong>Museum of Fine Guitar – The Raccosta Collection </strong>di Verona. </p>
<div id="_mcePaste">Il concerto è stato registrato a Siena, nell’estate del 2010, e si apre con la<em> Sonata romantica</em> di <strong>Manuel Maria Ponce</strong>, brano segoviano quant’altri mai, perché frutto di un’amicizia creativa, quella fra Ponce e Segovia appunto, in cui il talento compositivo del messicano si dimostrò estremamente duttile nel mettersi al servizio del carismatico solista andaluso, e, in questo specifico caso, nel realizzare il suo desiderio di dotare la chitarra di un’opera che avesse il respiro delle grandi sonate schubertiane.</div>
<div id="_mcePaste">In molti hanno inciso questa Sonata, eppure è impossibile togliersi dalle orecchie l’interpretazione di Segovia, che è quasi una sua seconda pelle. Ghiglia lo sa bene, e si allontana dai sentieri del suo maestro, per restituirci una Sonata romantica intimamente schubertiana, libera da navigatori satellitari, di certo affidabili nel definire le tappe del tragitto, ma inutili per godere l’incanto dell’attimo.</div>
<div id="_mcePaste">C’è un passo dell’intervista-conversazione in coda al concerto, che a mio parere è molto eloquente nello spiegare con evidenza questo modo di procedere: Ghiglia ricorda che Segovia rifuggiva da quelle interpretazioni che dessero libero sfogo ai sentimenti; in lui tutto doveva essere organizzato, con il nitore di un giardino zen. “Io invece mi chiedo: e se poi sbaglio tutto?” Ed è proprio in quest’umanità, meno sicura di sé, ma più elastica nell’accogliere l’imprevedibilità del cambiamento, che sta tutto il fascino della lezione del maestro livornese.</div>
<div id="_mcePaste">Dopo Ponce, Ghiglia si confronta con un brano che rappresenta la sua carta di identità musicale: il <em>Preludio BWV 998</em> di <strong>Bach</strong>, di cui egli narra sovente la funzione iniziatica per il suo percorso artistico; infatti, negli anni di studio con Segovia, per tutto un inverno romano egli si dedicò a smontare e ricostruire questo brano, in quanto la lenta e avvolgente uniformità ritmica delle terzine rappresentava un’ideale tela bianca per chiarire a se stesso i rapporti di forza fra i suoni. E, dopo tanti anni, è bello percepire come la sua estrema familiarità con questa musica non scada mai nell’ovvietà abitudinaria, ma sappia rinnovarsi, come in un ciclo lunare.</div>
<div>
<div>È dunque la volta di <em>Le Calme – Caprice op. 50</em>, piccolo gioiello della maturità di <strong>Fernando Sor</strong>, eppure di rado presente nei programmi dei concerti chitarristici, forse perché possiede la discrezione di un merletto, che rende palese solo ad uno sguardo attento la maestria del suo ben calibrato equilibrio. E pensare che Sor, arrivato a Parigi nel 1813 fra gli ufficiali <em>afrancesados,</em> aveva grandi ambizioni di operista, a lungo messe alla prova con caparbietà, ma senza successo, e forse non immaginando neppure che sarebbe riuscito a lasciare una traccia duratura di sé soltanto tramite uno strumento al tempo stesso impervio e confortevole, la chitarra dalla piccola voce.</div>
<div>Da ultimo, l&#8217;<em>Homenaje pour le Tombeau de Debussy</em> di <strong>Manuel De Falla</strong>, riflessione astratta e toccante sulla vita e sulla morte, prima ancora che omaggio alla tomba di un genio attraverso un frammento delle sue note vive.</div>
<div>Il <em>cante jondo</em> trova la sua sintesi in quel semitono severo, capace di separare irrevocabilmente il fa dal mi, così come la morte ci divide da chi non è più qui; ma nell’interpretazione di Ghiglia mi colpisce ancora di più l&#8217;altro semitono diatonico, si-do, che si insinua fra le budella delle corde a vuoto in terzina, a ricordarci che il grido della vita è comunque più forte del vento che lo disperde.</div>
<div>Nicoletta Confalone</div>
<div>P.S.: La prima immagine è la copertina del dvd, mentre la seconda è un dipinto di <strong>Paulo Ghiglia</strong>, papà di Oscar: il dipinto è ufficialmente intitolato <strong>La giovane chitarrista</strong>, ma sarà forse questa la tela che da cui scaturì la vocazione chitarristica del piccolo Oscar? Il maestro ama raccontare a lezione che il padre pittore, per tenerlo un po&#8217; fermo, un giorno gli aveva dato una chitarra in mano e un poncho da indossare, per fargli da modello. Proprio grazie a quel forzato contatto con le sei corde, nelle lunghe ore di posa, quel bambino iniziò a studiare la chitarra.</div>
</div>
<p><strong>Oscar Ghiglia</strong><strong><br />
</strong>Manuel Ponce: Sonata Romantica<br />
Manuel De Falla: Homenaje<br />
Fernando Sor: Le Calme<br />
J.S. Bach: Preludio<br />
Conversazione con Oscar Ghiglia<br />
con Flavio Cucchi e Massimo Raccosta<br />
dalla residenza di Massimo Raccosta<br />
(The Raccosta collection – Museum of fine guitars)<br />
dvd - Guitar Media Collection 2011</p>
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		</item>
		<item>
		<title>East Zone: i fratelli Beato e la scuola di Yokohama</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 11:29:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roby</dc:creator>
				<category><![CDATA[Art e architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Art e foto]]></category>
		<category><![CDATA[Art e luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Art e società]]></category>
		<category><![CDATA[Art e storia]]></category>
		<category><![CDATA[Adolfo Farsari]]></category>
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		<category><![CDATA[Scuola di Yokohama]]></category>
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Dopo il Lucca Photo Fest, tutto dedicato all&#8217;oriente, e in concomitanza con la mostra veneziana di Palazzo Franchetti, Fotografia del Giappone, anche Piazzola Sul Brenta ha dedicato un evento ai fratelli Beato e alla scuola di Yokohama, nell&#8217;incantevole scenario tardo secentesco di Villa Contarini, con ingresso libero, fino al 1 aprile 2012: East Zone, Antonio Beato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">
<div id="attachment_2658" class="wp-caption alignleft" style="width: 238px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/01/92m.jpg"><img class="size-medium wp-image-2658" title="Adolfo Farsari, Giappone, Due Geisha, ca. 1887. Stampa all’albumina colorata a mano, mm. 216x285." src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/01/92m-228x300.jpg" alt="Adolfo Farsari, Giappone, Due Geisha, ca. 1887. Stampa all’albumina colorata a mano, mm. 216x285." width="228" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Adolfo Farsari, Giappone, Due Geisha, ca. 1887. Stampa all’albumina colorata a mano, mm. 216x285.</p></div>
<p>Dopo il <strong>Lucca Photo Fest</strong>, tutto dedicato all&#8217;oriente, e in concomitanza con la mostra veneziana di Palazzo Franchetti, <strong>Fotografia del Giappone</strong>, anche Piazzola Sul Brenta ha dedicato un evento ai fratelli Beato e alla scuola di Yokohama, nell&#8217;incantevole scenario tardo secentesco di <strong>Villa Contarini</strong>, con ingresso libero, fino al 1 aprile 2012: <strong>East Zone, Antonio Beato, Felice Beato e Adolfo Farsari</strong>. <strong>Fotografi veneti attraverso l’Oriente dell’Ottocento</strong>.</p>
</div>
<div id="_mcePaste">La storia di questi fotografi è a dir poco affascinante, specie quella del greco-veneziano <strong>Felice Beato </strong>che, iniziato all&#8217;arte da James Robertson, fotografo della Zecca Ottomana, con lui si reca a Costantinopoli e poi, con il fratello Antonio, a Malta (nel 1854-1856), in Grecia, a Gerusalemme (1857) e, durante il conflitto, in Crimea.<span id="more-2655"></span></div>
<div id="_mcePaste">
<div id="attachment_2661" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/01/57m.jpg"><img class="size-medium wp-image-2661" title="Kimbei Kusakabe, Giappone, Samurai, ca. 1880. Stampa all’albumina colorata a mano, mm. 265x210" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/01/57m-300x228.jpg" alt="Kimbei Kusakabe, Giappone, Samurai, ca. 1880. Stampa all’albumina colorata a mano, mm. 265x210" width="300" height="228" /></a><p class="wp-caption-text">Kimbei Kusakabe, Giappone, Samurai, ca. 1880. Stampa all’albumina colorata a mano, mm. 265x210</p></div>
<p>Proprio qui nasce il fotoreportage di guerra che, già a quei tempi, sarà in grado di influenzare sensibilmente l&#8217;opinione pubblica inglese.</p>
</div>
<div id="_mcePaste">Quindi Felice è al seguito dell&#8217;esercito inglese in Cina, durante la Guerra dell’Oppio, poi in Inghilterra e nel 1863 a Yokohama, in Giappone, in società con il giornalista Charles Wirgman. Nel frattempo <strong>Antonio</strong> si trasferisce in Egitto per fotografare i luoghi e monumenti del medio oriente.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Felice</strong> documenta fotograficamente la civiltà giapponese in anni in cui il mondo nipponico è inaccessibile allo straniero. Inoltre, conoscendo la tecnica giapponese della xilografia e la colorazione manuale delle stampe all&#8217;albumina, istruisce abili coloristi giapponesi che dipingono con maestria le sue riprese, creando con verosimiglianza immagini costruite su rarefatte gamme tonali. L&#8217;esposizione rende giustizia anche ai primi allievi fotografi giapponesi, le cui opere si trovano anche nella mostra di Palazzo Franchetti Cavalli a Venezia.</div>
<div id="_mcePaste">
<div id="attachment_2664" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/01/82m.jpg"><img class="size-medium wp-image-2664" title="Adolfo Farsari, Giappone, Ragazze in cucina, ca. 1887. Stampa all’albumina colorata a mano, mm. 254x210" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/01/82m-300x228.jpg" alt="Adolfo Farsari, Giappone, Ragazze in cucina, ca. 1887. Stampa all’albumina colorata a mano, mm. 254x210" width="300" height="228" /></a><p class="wp-caption-text">Adolfo Farsari, Giappone, Ragazze in cucina, ca. 1887. Stampa all’albumina colorata a mano, mm. 254x210</p></div>
<p>L&#8217; incendio di Yokohama nel 1866 distrugge il corposo archivio di negativi di Beato ma il fotografo riesce a ricostituire un corpus d&#8217;immagini, pubblicato in “Native Types” e “Views of Japan” (Victoria and Albert Museum, Londra).</p>
</div>
<div id="_mcePaste">Nel 1871 è in Corea e nel 1873 è nominato Console Generale per la Grecia in Giappone. Nel 1884 si reca in Egitto, come fotografo ufficiale di una spedizione diretta a Khartoum, in soccorso del generale Charles George Gordon, poi è in Inghilterra e, nel 1888, in Birmania. La sua compagnia “F. Beato Ltd” viene liquidata nel 1907, così come, nel 1906, quella  di Antonio a Luxor .</div>
<div id="_mcePaste">Lo studio fotografico di Yokohama, nel 1877 passa a Baron Von Stillfried e, nel 1885, al vicentino <strong>Adolfo Farsari</strong>, viaggiatore, militare (anche volontario nella guerra civile americana), importatore di libri e riviste. Realizza immagini di straordinaria bellezza, caratterizzate dall&#8217;elevata qualità della colorazione, contribuendo alla diffusione della fotografia come forma d’arte nell&#8217;estremo oriente.</div>
<div id="_mcePaste">
<div id="attachment_2667" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/01/42m.jpg"><img class="size-medium wp-image-2667 " title="Felice Beato, Yedo, Geisha sulla veranda della casa di Charles Longfellow, 1872. Stampa all’albumina colorata a mano, mm. 293x226." src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/01/42m-300x225.jpg" alt="Felice Beato, Yedo, Geisha sulla veranda della casa di Charles Longfellow, 1872. Stampa all’albumina colorata a mano, mm. 293x226." width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Felice Beato, Yedo, Geisha sulla veranda della casa di Charles Longfellow, 1872. Stampa all’albumina colorata a mano, mm. 293x226.</p></div>
<p>Per i soggetti e le scenografie, Farsari si ispira al grande artista dell’ukiyoe <strong>Hiroshige</strong>; anche quest&#8217;ultimo, a sua volta, si cimenterà nella fotografia.</p>
</div>
<div id="_mcePaste">D&#8217;altro canto, in occidente, le foto di Beato e di Farsari contribuiscono creare l’immaginario collettivo sul Giappone medievale e gli stereotipi sull&#8217;esotismo dei costumi locali.</div>
<div id="_mcePaste">Nel 1890 Farsari ritorna Vicenza ma il suo studio fotografico è documentato fino al terremoto del 1923.</div>
<div id="_mcePaste">Se Felice Beato è il pioniere del reportage di guerra, l&#8217;uomo che mostrerà il Giappone all&#8217;Occidente e che insegnerà al Giappone stesso la fotografia, dalle tecniche di ripresa e quelle di sviluppo e di colorazione su positivo, nell&#8217;evoluzione dei materiali (dai negativi al collodio su carte all&#8217;albumina alle lastre in gelatina al bromuro d&#8217;argento), Antonio è l&#8217;occhio che rende noti i luoghi e i monumenti del medio oriente e Adolfo Farsari, l&#8217;esteta che sviluppa il lavoro di Felice in Giappone, diventando un esempio di eccellenza artistica così in oriente come in occidente.</div>
<p><strong>East Zone, Antonio Beato, Felice Beato e Adolfo Farsari</strong>. <strong>Fotografi veneti attraverso l’Oriente dell’Ottocento</strong>.<br />
Piazzola sul Brenta (Padova), Villa Contarini,<br />
17 dicembre 2011 – 1 aprile 2012<br />
orario: mar-lun, 10 &#8211; 16<br />
Ingresso gratuito<br />
tel. 049.8778272 / 3<br />
www.villacontarini.eu<br />
villacontarini@regione.veneto.it
<p>L&#8217;articolo originale è tratto da <a href="http://www.artinitaly.it">Art in Italy</a></p>
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		<title>Brian Duffy a Pitti Uomo: rock &amp; fashion nella Londra anni &#8216;60-&#8217;80</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 00:05:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roby</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fotografo di successo delle star del cinema e del rock nella Swinging London e nei mitici Seventies &#8211; e per questo ispiratore del film Blow Up di Antonioni - Brian Duffy nel 1979 accende un falò che segnerà il suo addio alla fotografia.
Il figlio Chris però riesce a recuperare dalle ceneri 160 lavori di cui 80 saranno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2646" class="wp-caption alignleft" style="width: 306px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/01/david-bowie-duffy.jpg"><img class="size-medium wp-image-2646" title="David Bowie, SCARY MONSTERS, 1980 ©Duffy Archive " src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/01/david-bowie-duffy-296x300.jpg" alt="David Bowie, SCARY MONSTERS, 1980 ©Duffy Archive " width="296" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">David Bowie, SCARY MONSTERS, 1980 ©Duffy Archive </p></div>
<p>Fotografo di successo delle star del cinema e del rock nella Swinging London e nei mitici Seventies &#8211; e per questo ispiratore del film<strong> Blow Up </strong>di <strong>Antonion</strong>i - <strong>Brian Duffy </strong>nel 1979 accende un falò che segnerà il suo addio alla fotografia.<br />
Il figlio Chris però riesce a recuperare dalle ceneri 160 lavori di cui 80 saranno in esposizione dal 12 gennaio al 25 marzo 2012 al<strong> Museo Nazionale Alinari della Fotografia</strong>, in occasione di <strong>Pitti Uomo Immagine 81</strong>.<br />
Duffy, infatti, insieme a <strong>David Bailey</strong> e a <strong>Terence Donovan</strong>, formava la cosiddetta ‘Black Trinity’ che codificò il linguaggio visivo della Londra degli anni Sessanta.<span id="more-2643"></span><br />
Dal 1957 &#8220;Harper&#8217;s Bazar&#8221; , &#8220;Vogue&#8221;,  &#8220;Glamour&#8221;, &#8220;Esquire&#8221;, &#8220;Town Magazine&#8221;, &#8220;Queen Magazine&#8221;, &#8220;Elle&#8221;, &#8220;The Observer&#8221;, &#8220;The Times&#8221;, &#8220;The Daily Telegraph&#8221; sono alcune delle riviste (compreso il Calendario Pirelli) che hanno pubblicato le sue foto di divi e rockstar tra i quali: <strong>Michael Caine, Jane Birkin, Jean Shrimpton, Black Sabbath, David Bowie, Frankie Miller, Paul Jones, Sidney Poitiers, Marianne Faithfull, Blondie, John Lennon e Paul McCartney</strong>.<br />
Sono sue le copertine cult dei dischi di <strong>Bowie</strong>, &#8220;Aladdin sane&#8221; (1973), &#8220;The Lodger&#8221; (1979) e &#8220;Scary Monsters&#8221; (1980).<br />
Nel 2009 l&#8217;artista, spinto dal figlio, riprende alcuni dei vecchi scatti, ottenendo risultati sempre notevoli.<br />
<strong>Duffy, a photographic genius</strong><strong> è una mostra </strong>da non perdere, che mette in  rassegna una scelta delle opere ad oggi pervenute di un fotografo che ha creato la mitologia degli anni Sessanta e Settanta con scatti che fin da subito sono diventati icone pop e fashion.</p>
<p><strong>Duffy, a photographic genius<br />
MNAF</strong><br />
Firenze, piazza S. M. Novella 14a r<br />
12 gennaio al 25 marzo 2012<br />
orari: gio mar, 10.00 – 19.30<br />
rtel 055.216310, fax 055.2646990<br />
<a href="http://www.mnaf.it/">http://www.mnaf.it</a><br />
mnaf@alinari.it</p>
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		<title>Stefano Grondona&#8230; Trasumanar per musica</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 17:50:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roby</dc:creator>
				<category><![CDATA[Art e multimedia]]></category>
		<category><![CDATA[Art e musica]]></category>
		<category><![CDATA[Art e storia]]></category>
		<category><![CDATA[Johan Sebastian Bach]]></category>
		<category><![CDATA[la Fuga BWV 100]]></category>
		<category><![CDATA[Lautenwerk]]></category>
		<category><![CDATA[Prelude BWV 999]]></category>
		<category><![CDATA[Preludio Fuga e Allegro BWV 998]]></category>
		<category><![CDATA[Quaderno di Anna Magdalena]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Grondona]]></category>

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I cd di Stefano Grondona, chitarrista fra i più valorosi ed anticonvenzionali nel panorama internazionale contemporaneo, rappresentano puntualmente un evento, capace di coniugare il suo inconfondibile gesto interpretativo con la presenza di un booklet sempre acuto e passionale nello spiegare le ragioni del suo procedere, che non è mai scontato né tantomeno accondiscendente con le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">
<div id="attachment_2632" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/01/stefano-grondona.jpg"><img class="size-full wp-image-2632" title="Il chitarrista Stefano Grondona raffigurato sulla copertina del cd Grondona plays J. S. Bach" src="http://www.artinitaly.it/arte/wp-content/uploads/2012/01/stefano-grondona.jpg" alt="Il chitarrista Stefano Grondona raffigurato sulla copertina del cd Grondona plays J. S. Bach" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il chitarrista Stefano Grondona raffigurato sulla copertina del cd Grondona plays J. S. Bach </p></div>
<p>I <strong>cd</strong> di<strong> Stefano Grondona</strong>, chitarrista fra i più valorosi ed anticonvenzionali nel panorama internazionale contemporaneo, rappresentano puntualmente un evento, capace di coniugare il suo inconfondibile gesto interpretativo con la presenza di un <em>booklet</em> sempre acuto e passionale nello spiegare le ragioni del suo procedere, che non è mai scontato né tantomeno accondiscendente con le logiche del mercato.<span id="more-2630"></span></p>
</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Stefano Grondona plays J.S. Bach</strong> è la sua più recente fatica discografica, pubblicata da <strong>Stradivarius</strong>, e già segnalata con le cinque stelle – cd del mese dalle riviste <strong>Musica</strong> e <strong>Amadeus</strong>; <em>La chitarra decontestualizzata </em>è il titolo del saggio che il musicista italiano le affianca nel <em>bookle</em>t.</div>
<div id="_mcePaste">Decontestualizzazione è parola tanto lunga quanto risulta arduo, ai limiti dell’impossibile, riuscire a separare i singoli fili dell’ordito.</div>
<div id="_mcePaste">Se il contesto è quel che è tessuto insieme, decidere di sciogliere l’intreccio è opera d’astrazione, determinata nel convincimento che valga più liberare quell’unica corda vibrante intrappolata nella lana, piuttosto che conservare integro il soffice e confortevole tappeto da salotto che ne attutisce inesorabilmente il palpito.</div>
<div id="_mcePaste">Proprio questo si propone il prezioso e ardimentoso cd che Stefano Grondona dedica a Bach: decontestualizzare la chitarra, come l’artista italiano dichiara al principio del suo corposo saggio, che accompagna e completa l’incisione.</div>
<div id="_mcePaste">Districare dal contesto la purezza pulsante della corda che vibra significa riconoscerne la natura primigenia di unica, verace essenza dell’atto musicale, tale da ridurre ad accessorio ogni preoccupazione di ordine tecnico, filologico, storiografico, acustico e chi più ne ha più ne metta; il che, beninteso, significa l’esatto contrario dello sprezzare come inutile lo studio della tecnica strumentale, della filologia, della storia e dell’acustica, perché soltanto attraverso uno studio matto e disperatissimo il talento è temprato per andare oltre, alla ricerca di quel bello senza disciplina che del rassicurante piacevole non è che un remoto parente.</div>
<div id="_mcePaste">Grondona è un artista all’altezza di tale impresa, che si rivela spiazzante su due fronti distinti: quello della chitarra, alfine liberata dai vezzi folcloristici e dalle paure orgogliose dell’eterna <em>parvenue</em>, e quello bachiano, un autentico <em>sancta santorum</em> per qualunque musicista.</div>
<div id="_mcePaste">Il Bach proposto da Grondona mi appare decontestualizzato a vari livelli: in primo luogo, il nucleo centrale del cd, costituito dai 16 pezzi tratti dal<strong> Quaderno di Anna Magdalena</strong>, contiene alcuni dei brani più conosciuti e martoriati da generazioni di piccoli dilettanti della tastiera, e, com’è noto, queste forme di massificante divulgazione musicale hanno la perversa capacità di assimilare anche l’aria più nobile ad un <em>jingle</em> qualunque. Al contrario, Grondona, dando la voce alla sua <strong>Torres</strong> dalle trascendenti risonanze, è capace di farci ascoltare queste pagine fresche nella loro fragrante quotidianità, come forme di pane appena uscite dal forno di casa Bach, pronte per essere addentate e gustate da torme di bambini, affamati di pane e di musica.</div>
<div id="_mcePaste">Un altro livello di decontestualizzazione è quello del corpus bachiano dedicato al liuto e al suo stravagante parente <strong><em>Lautenwerk</em></strong>, acquisito in blocco e stabilmente come uno dei capisaldi della letteratura chitarristica: Grondona estrae da questo scrigno il<strong> Prelude BWV 999</strong>, la <strong>Fuga BWV 1000 </strong>e il trittico <strong>Preludio Fuga e Allegro BWV 998</strong>, che sono i gioielli più indossati dai chitarristi che vestono Bach.</div>
<div id="_mcePaste">Liberarsi dal contesto in questo caso significa pronunziare Bach con il proprio inconfondibile accento, memore delle logiche chitarristiche come di quelle bachiane, eppure al tempo stesso diverso e irriducibile a entrambe, non per egocentrico desiderio di apparire originale, ma per scabra ricerca della propria verità.</div>
<div id="_mcePaste">Infine, anzi, al principio, considerata la collocazione di apertura del cd, la terza decontestualizzazione, forse la più ardua, perché è quella del confronto con il proprio passato: la <strong>Toccata BWV 914</strong>, originaria per <strong><em>Klavier</em></strong>, è stata trascritta per chitarra proprio da Grondona una ventina d’anni fa, e oggetto a quel tempo di una delle sue prime incisioni discografiche. Era già allora un’interpretazione provocatoria, di un giovane e brillante vincitore di concorsi internazionali, addirittura citato da <strong>Segovia</strong> fra i suoi allievi più significativi, eppure lontano dalle tentazioni edonistiche dei fuoriclasse, nella determinata tensione di una solitaria ricerca, volta a trascendere i limiti del suo strumento, perché trasumanar significar per verba non si poria, ma per musica sì.</div>
<div id="_mcePaste">Le due Toccate a confronto suonano emblematiche del tempo che passa, in un senso percettibilmente diverso dalla comprensibile nostalgia per una giovinezza ormai dietro le spalle: quando il rigore ritmico delle voci in fuga è capace di regalarsi minimi varchi di languido abbandono, non è diventato più vecchio, ma semplicemente più libero.</div>
<div id="_mcePaste">Augurando a Grondona di conservare a lungo la potenza ispirata dei suoi slanci, auspico che questo cd non rimanga relegato ai chitarristi, anzi, ai soli chitarristi abbastanza intelligenti per non essere invidiosi di tale vertiginosa altezza, ma, per una volta, con la disarmante semplicità delle cose belle, diventi patrimonio di tutti coloro che amano la musica.</div>
<div id="_mcePaste">Nicoletta Confalone</div>
<div><strong>Johan Sebastian Bach</strong></div>
<div><strong>Grondona plays J. S. Bach</strong></div>
<div><strong>Stefano Grondona </strong></div>
<div>Stradivarius STR 33868</div>
<div>1 cd, 61,08 minuti</div>
<div>Milano Dischi srl</div>
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