La fede nella pittura di Gian Paolo Berto

Venezia ed Entelechia
Venezia ed Entelechia

Ogni cosa è santa!
Ognuno è santo!
Ogni luogo è santo!
Ogni giorno
È nell’eternita’
Ogni uomo è un angelo.

Allen Ginsberg (Howl,1955)

Il rapporto di Gian Paolo Berto con il sacro è totalizzante: tutto ciò che accade è sacro. Ogni manifestazione della vita è un’epifania del divino, è l’entelechia che nel tempo tende a realizzare la perfezione già iscritta in sé stessa quale propria finalità. E’ l’errante che cerca la sua terra promessa. E’ il bambino che cerca la propria madre, è l’uomo che cerca la propria origine. In questo percorso egli consegna allo spazio/tempo dell’etere le tracce della propria memoria individuale (che è parte della memoria collettiva dell’umanità), declinandovi il proprio pensiero e lasciando che il concetto di sé si estenda così nel passato come nel futuro come un’effluvio, un colore, un’emozione espressa sulla tela.

Che sia un barbone, un ladro o una somma Entelechia (natura) quale fu Dante, come ebbe da dire Goethe, ognuno è in sé stesso sostanza ed espressione divina.

L’arte, la religione, il pensiero, la grande umanità di Gian Paolo Berto si fondano su questo religioso principio di unità , di compassione e coinvolgimento di tutti gli esseri alla realizzazione della grande opera dell’esistenza, tramite la realizzazione individuale di ognuno. L’arte è di tutto questo esercizio suprema ascesi e, ancora una volta, realizzazione.

Gian Paolo Berto è infatti un artista fecondissimo, sia nelle notti trascorse a lavorare febbrilmente nello studio, sia in quelle passate a sfamare i barboni di Piazza Vittorio, o a ritrarli e dipingere con loro, oppure a visitare i luoghi monumentali di Roma e Venezia con Carlo Levi, Linuccia Saba, Ugo Attardi e tanti altri maestri, amici e allievi, narrando sorprendenti aneddoti e lanciandosi in impareggiabili dissertazioni erudite.

Sacra e sociale è la missione educativa dell’artista che dona tutto sé stesso ai suoi studenti, mentre questi ultimi ne assorbono la passione e la disciplina del fare della vita un’opera d’arte, ponendo la propria esistenza nell’esercizio quotidiano della pittura. Talvolta si tratta di un lavoro collettivo e per questo con gli allievi ha recentemente fondato il gruppo Thrilling. I suoi dipinti sono le loro e i loro sono suoi: se ne appropria, li ridipinge, li completa in un dialogo o in un’esecuzione a quattro mani, sull’esempio delle storiche scuole e botteghe d’artista del passato e del presente.

Da sempre Berto disegna ogni giorno in libretti d’artista dove segna regolarmente la data e il santo del giorno. La sua produzione d’iconografia cristiana è copiosa: all’artista è particolarmente caro il tema della Madonna col Bambino, che accompagna la civiltà del Mediterraneo fin dall’antico Egitto, in cui la Madonna ha il volto dolcissimo della scomparsa Jolena Baldini, che spesso adombra quello della madre. Nella sua produzione è presente il soggetto della Crocifissione, che sovente figura all’interno di altre rappresentazioni, come le tavole compartite che descrivono le fasi della creazione o la visione rosacrociana del cosmo. La tavola esposta in mostra raffigura una doppia tragedia per l’umanità: la morte del Cristo ed il bombardamento di Guernica.

Il rapporto col sacro nasce per Berto con l’inizio della pittura, vale a dire, sin da bambino, quando nella casa adriese del nonno ammirava una riproduzione dell’Assunta di Tiziano e di lì è nato il desiderio inesaudito di dipingere una grande pala d’altare. Proprio in questi giorni l’artista sta invece realizzando una piccola pala per Monsignor Milingo, scomunicato dalla chiesa, ma che per Gian Paolo, sempre dalla parte degli eretici, è veramente “un santo”. Un altro religioso molto amato dall’artista è Sant’Antonio di Padova, che adombra il maestro Tono Zancanaro; tuttavia sovente, nelle opere di Berto, i santi, i cavalieri, gli eroi dei miti sono personaggi ricercati, stravaganti e sconosciuti ai più, ma resi paritetici nell’intendimento del pittore per cui il soggetto è sacro tout-court, così come lo è l’atto del dipingere. Non ci sarebbe un dipinto al mondo se non esistesse, in quell’atto, la fede nella pittura.

Il gesto rituale Pollockiano determina la qualità dello splendido disfacimento delle Venezie del 2003, anch’esse identificate come entelechie viventi e vibranti, dove le cupole di San Marco, risplendono dell’oro di Costantinopoli, capitale d’Oriente dell’Impero Romano. Infatti il rapporto tra Venezia, edificata originariamente come novella Roma, e la città eterna, per il pittore è di identità e di metamorfosi mnestica, così come accade per Venezia e la nativa Adria: la città è madre ed è metafora del mondo, luogo dell’esperienza dell’anima ed anima essa stessa. Altre raffigurazioni di San Marco presentano profili semplificati ed ampie campiture piatte: è la città di Corto Maltese, un omaggio a Hugo Pratt e all’amico scomparso Roberto Reali.

La smaterializzazione della forma nei dipinti di Gian Paolo Berto non arriva mai alla totale astrazione, tuttavia, utilizzando la tecnica delle stratificazioni pittoriche, l’astrazione finisce per contenere la raffigurazione o, più in generale, l’immagine finale contiene la storia delle precedenti icone, configurandosi così come sintesi dell’esperienza del processo di esplorazione della forma. In tal modo, attraverso l’atto del dipingere ritualizzato nell’esercizio quotidiano, ma non automatico, della pittura, l’artista instaura un dialogo con la materia pittorica, vivificando l’opera che così è in grado sostenere una “sacra conversazione” con il fruitore, e con l’artista stesso, il quale può decidere di proseguire a lavorarla, terminarla, o stravolgerla completamente. Apparentemente è il pittore che tiene il pennello dalla parte del manico, ma alla fine è l’opera che ha l’ultima parola sull’azione dell’artista, in quanto anch’essa è entelechia e sostanza.

Nell’opera di Gian Paolo Berto si ripristina in tal modo il rapporto originario dell’arte con il sacro e si demolisce l’idea ottocentesca e infondata dell’arte intesa come merce (l’effetto non è la causa) che, opportunamente manipolata e diffusa ha inquinato la percezione dell’opera d’arte da parte dei nuovi fruitori e ha generato il fenomeno di mercificazione su scala industriale del “prodotto artistico” cui assistiamo ancor oggi.

Una prassi tuttavia irreale e destinata a sciogliersi come neve al sole, confermando l’idea che ogni uomo contiene in sé la perfezione e può realizzare la propria vita come un’opera d’arte, rendendosi partecipe dell’opera collettiva dell’umanità intera.

Roberta Reali

La Pittura, la Fede. Gian Paolo Berto e la visione del sacro
Complesso Monumentale San Paolo
19 dicembre 2009 – 10 gennaio 2010
via XXVIII Aprile 1945
orari: mar – dom, 9.30-12.00 e 15.00-19.00
I.A.T. Monselice 0429 783026
[email protected]
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