Vanni Cantà, il dialogo della pittura con la poesia di Alberto Cappi

Cantà per Bordertime di Cap
Cantà per Bordertime di Cappi

Pittura e poesia, tra le arti, sono sempre andate d’accordo.
Pensiamo a William Blake e alle sue Songs of Innocence e Songs of Experience, al Dante di Doré, a tutti i dipinti ispirati alla poesia della Cina classica.
Il libro Bordertime è un esempio contemporaneo di questa pratica molto antica. I versi di Alberto Cappi sono qui illustrati dal pittore Vanni Cantà.
Nato a Rovigo nel 1955, laureato al DAMS di Bologna, l’artista – che ha esposto in Italia e all’estero – predilige la raffigurazione di paesaggi interiori, astratti, dipinti con tecnica informale.
Queste caratteritiche si manifestano con coerenza nella raffinata serie del 2010 dedicata ad Alberto Cappi, realizzata con colori acrilici e pastelli industriali su carta e donata all’associazione culturale Ponte del Sale.

Come sei giunto alla tua forma espressiva attuale? Perché hai scelto l’espressione astratta?
Ho iniziato a disegnare e a dipingere a sedici anni; allora mi colpivano i pittori fiamminghi (Bosch, Bruegel, Van Eyck ecc.) e più in generale la complessa dimensione dell’arte nordica. Più tardi ho scoperto l’arte contemporanea, trascinato dal fascino di Paul Klee. I suoi scritti, gli acquarelli, ma soprattutto gli schizzi e i disegni, ancora oggi restano per me fonte di inesauribile emozione. Poi il percorso si è spostato verso l’informale e gli artisti di quegli anni, con alcune eccezioni per me fondamentali: i disegni di Licini  e di Giacometti, ma soprattutto i graffiti preistorici e la pittura arcaica. Da questi riferimenti ho tratto grande nteresse per il segno che da tempo utilizzo in massima libertà, senza alcun pretesto formale. Nell’astrazione  concentro  molta della mia attenzione sul  fondo; concepito come un luogo della mente, libero da ogni riferimento spaziale, quasi come una lavagna su cui scrivo e cancello contemporaneamente.

Che cosa ti ha colpito della poesia di Alberto Cappi?
Nelle poesie di Bordertime ho avvertito una terribile attesa di eventi, che in parte già accadono e vengono raccontati da Cappi in modo accorato, talvolta violento e allo stesso tempo profetico. E’ un pò il senso dei miei segni-graffiti che vorrebbero indicare qualcosa che agisce nel presente ma che invece si perde nel mito dell’attesa, al confine del tempo e nel tempo di confine.

Perché hai scelto il disegno e le gamme di grigi segnate da graffiti, come  tecnica di rappresentazione?
Il fondo grigio mi piace perchè è mentale, rafforza il segno nero senza indulgere a piacevolezze decorative. E’ l’ideale per un disegno che esalta la propria materia e cerca di scavare nella profondità della propria ispirazione.

L’immaginario poetico di Cappi evoca forme e visioni concrete, cita infatti proprio il graffito e parla di Picasso. In che modo si esprime il rapporto tra la tua pittura e l’arte della parola?
Domanda complessa: credo che la poesia riesca abbastanza facilmente a parlare di pittura o quanto meno ad evocarne la presenza. Non è così per un pittore come me, essenzialmente astratto, la cui espressione, seppure animata dal racconto poetico, agisce in termini d’immagine molto rarefatti.
Il rapporto con l’arte della parola, che certamente esiste nella mia pittura, sul foglio o sulla tela si esplica attraverso  flussi di energia totalmente guidati dalla natura misteriosa del segno grafico che da un “profondo” emerge quasi come scrittura.

Intervista a cura di Roberta Reali

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