Biennale Musica: dalla Luce di Rothko al Mare di Debussy

Venezia, Biennale Musica, Concerto della Radio-Sinfonieorchester Stuttgart, 12 ottobre 2012
Venezia, Biennale Musica, Concerto della Radio-Sinfonieorchester Stuttgart, 12 ottobre 2012

Stoccarda è la patria della Porsche e di Hegel. Ma anche della Radio-Sinfonieorchester Stuttgart des SWR, straordinario complesso orchestrale, fondato nel 1945 dalle autorità di occupazione americana, forgiato nell’arco del suo primo ventennio da Hans Müller-Kray, e in seguito scelto e diretto da alcuni fra i maggiori direttori del nostro tempo.
Un nome su tutti: Sergiu Celibidache.
Al veneziano Teatro delle Tese, nella stagione 2012 di Biennale Musica, l’orchestra tedesca si è presentata nel suo massimo spiegamento di forze: erano più di ottanta, sotto la direzione di Michel Tabachnik, l’attuale direttore musicale della Brussels Philharmonic Orchestra.
Il musicista ginevrino, che iniziò la sua carriera di direttore sotto l’egida di Pierre Boulez, Herbert von Karajan e Igor Markevitch, in seguito ha collaborato con Stockhausen, Berio, Ligeti, Messiaen e, soprattutto, con Iannis Xenakis, che lo considerava il suo interprete favorito.
Dunque, un attivissimo divulgatore della musica nuova, ma, prima ancora, un artista costantemente impegnato ad abbattere gli steccati fra la musica contemporanea e il repertorio storico. E la serata veneziana ne è stata la conferma: il programma si è mosso a ritroso nel tempo, partendo dai recenti lavori di due giovani compositori, classe 1981, Christophe Bertrand e Rune Glerup, risalendo la corrente con una composizione del 1990 dello stesso Tabachnik, ed infine sfociando alla sorgente, con La mer di Debussy. Tre prime italiane ed un capolavoro indiscusso.
Eppure, beffardamente, anche la contemporaneità non si coniuga al tempo presente, perché Christophe Bertrand è morto alla vigilia dei suoi trent’anni, e dunque Okhtor rappresenta in qualche modo il suo testamento artistico.
Un brano dall’ispirazione pittorica: il titolo Okhtor non è altro che la lettura rovesciata di Rothko, perché proprio in un quadro di Mark Rothko l’autore ha trovato lo stimolo per questa scrittura, che sentiva innovativa rispetto al suo passato: sono sezioni fatte di cellule semplici, ma elaborate fino al parossismo, pur di riuscire ad esprimere tutte le potenzialità che esse in nuce contengono.
Sono gesti in bilico fra la compiutezza e il suo contrario, ed in questo sforzo emozionante sta il loro fascino e insieme la spia del tormento interiore che travagliava Bertrand nei suoi ultimi, giovani anni.
Anche il Concerto per pianoforte e orchestra di Rune Glerup, compositore danese formatosi all’Ircam, ha a che fare con l’ostinazione. Glerup si definisce un compositore di oggetti musicali, e la sua musica appunto scaturisce dall’impatto fra questi oggetti, ben definiti, riconoscibili e ripetuti alla lettera, ma mai nello stesso ordine. Da questo scarto si produce il movimento, e dal movimento l’ansia, che esplode in picchi isterici: lucidi tentativi di opporsi alla barbarie, che, travestita da conformismo, colonizza il nostro tempo.
Poi Tabachnik dirige se stesso, e i favolosi musicisti di Stoccarda si uniscono alle voci, cantanti e recitanti, per dare vita a Le cri de Mohim, Premier tableau de la Legende de Haïsh per soprano, tenore, quattro voci recitanti, orchestra e nastro magnetico ad libitum.
«Le texte est du compositeur…Des phrases poétiques au sens obscur…» Già in questo preambolo scritto da Tabachnik, autore anche del testo, è immanente la componente esoterica, di cui è impregnata la sua musica. E il mistero si sostanzia in grido lancinante e ostinato fino al parossismo, perché incompreso dai più, e dunque destinato all’impotenza.
Se l’ostinazione, come si è visto, fino a qui appare il minimo comune denominatore, ansiogeno ed ossessivo, del concerto, tutto si scioglie alfine nel grande mare di Debussy, anzi, ne La mer: il genere femminile non fa che amplificare il valore dell’accoglienza, capace di avvolgere ogni cosa con una forza più potente e destabilizzante di qualunque terrestre catena.
Una forza che può uccidere, ma in maniera radicalmente diversa dagli spigoli taglienti dell’ostinazione. La Radio-Sinfonieorchester Stuttgart è letteralmente fenomenale nel trasformare il suo impeto in spuma, vento, onda, che travolge e rinnova, capace di superare tutte le ansie da prestazione del nostro tempo iperanalitico, andando alla ricerca di una primordialità, che non è semplicemente primogenitura.
E, finalmente, l’approdo, che non ha niente a che fare con la terraferma e le sue presunte certezze. Come scriveva Debussy nel 1905 a Eastbourne, sulla costa inglese della Manica, mentre concludeva proprio La mer: « Eccomi di nuovo qui, col mio vecchio amico, il mare, sempre bellissimo. È veramente la sola cosa, nella natura, che ti metta al tuo posto. Solo che noi non rispettiamo abbastanza il mare: non dovrebbe essere permesso di immergevi corpi deformati dal lavoro quotidiano, braccia e gambe che si muovono secondo ritmi ridicoli; è quanto basta per far piangere i pesci. Ci dovrebbero essere soltanto sirene nel mare… ».
Nicoletta Confalone

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