Successo a Rovigo per il Quartetto della Scala. Intervista a Massimo Polidori

Quartetto d'archi della Scala
Quartetto d’archi della Scala

Comunicare per prevaricare è uno slogan sotteso ai nostri tempi, gonfi di competitività volgare. Tempi in cui più vale chi più grida. Tempi in cui i dialoghi platonici appaiono come un’utopia, relegati su un’acropoli sempre più alta, impervia, inesorabilmente staccata dalla città reale. Eppure ci sarebbe un altro viatico per riavvicinarci alla civiltà del rispetto: il quartetto d’archi. Questo organico strumentale, non a caso nato in un tempo che ha saputo dirsi classico, concretizza il dialogo perfetto: quattro individui che conversano, senza risparmiare i toni più accesi e concitati, eppure senza mai tradire l’aurea aspirazione a costruire qualcosa di più alto della egoistica espressione del sé.
Ci vorrebbe un’educazione al quartetto per avere uomini più civili, andavo pensando mentre aspettavo di incontrare Massimo Polidori, violoncellista del Quartetto d’archi del Teatro alla Scala, poco prima del concerto al Tempio della Rotonda di Rovigo, lo scorso 17 Marzo.
È la terza volta che questo prestigioso Quartetto si esibisce con successo nel capoluogo polesano, grazie all’Associazione Musicale Francesco Venezze e al sostegno della Fondazione Banca del Monte di Rovigo; a formarlo sono i violinisti Francesco Manara e Pierangelo Negri, il violista Simonide Braconi e il violoncellista Massimo Polidori. Quattro brillanti solisti, vincitori di importanti concorsi internazionali, attivi come cameristi e da oltre un decennio prime parti dell’orchestra scaligera. Eppure il richiamo del quartetto è stato per loro irresistibile: come già era accaduto alla Scala nel 1953, e come è consuetudine per le più grandi orchestre del mondo, nel 2001 hanno rifondato il quartetto che porta il nome del loro teatro, meritando l’apprezzamento di Riccardo Muti: “è un ensemble di rara eccellenza tecnica e musicale. La bellezza del suono e la preziosa cantabilità, propria di chi ha grande dimestichezza anche con il mondo dell’Opera, ne fanno un gruppo da ascoltare con particolare gioia ed emozione.”
Dunque il concerto rodigino acquista un’attrattiva peculiare, perché il programma proposto è appunto legato al mondo dell’opera italiana: ecco Crisantemi, la toccante elegia per quartetto d’archi composta da Puccini nel 1890, sull’onda dell’emozione per la morte improvvisa e prematura di Amedeo di Savoia, figlio cadetto del re Vittorio Emanuele II; ed ecco lo straordinario Quartetto per archi in mi minore, l’unica composizione cameristica di Verdi, scritta nel 1873 durante l’allestimento napoletano di Aida, per occupare i “momenti di ozio”. Un unicum cameristico per entrambi, che non dedicarono altre energie alla musica strumentale.
A conclusione del concerto, sta un genere tutto italiano, figlio del melodramma e della teatralità del canto: è il pot-pourri, anzi, in questo caso si tratta di una vera e propria riduzione quartettistica del Rigoletto, ad opera di Antonio Melchiori, violinista e compositore contemporaneo di Verdi.
“Un brano che ci divertiamo molto a proporre nei nostri concerti: finalmente gli strumenti escono dalla buca orchestrale, e diventano cantanti!” dice Polidori “E il pubblico è puntualmente catturato dalla seduzione di melodie tanto belle e tanto note.”
L’opera in un quartetto, una magia simile ad un paesaggio miniaturizzato in una palla di vetro, e se la scuoti puoi vedere anche scendere la neve.
È proprio dal fascino essenziale del dialogo fra i quattro archi che scaturisce la successiva domanda, forse banale, ma decisiva: “Perché avete sentito il bisogno di mettervi alla prova nel quartetto?”
“Suonare in quartetto è soprattutto un grande privilegio.” risponde Polidori “Si dice che ci vogliono quattro grandi solisti per fare un quartetto, ma io credo che non basti. È essenziale l’amalgama: se non si coltivano conoscenza reciproca e complicità, non c’è neppure capacità di conversare.” Avrei constatato di lì a poco che la profonda attitudine cameristica di questi musicisti è tale da non lasciarsi intimorire neanche dall’improvvisa indisposizione del secondo violino, Pierangelo Negri, che non ha potuto essere a Rovigo, ed è stato sostituito egregiamente da Gianluca Corconi.
“Lei e Manara, insieme al pianista Claudio Voghera, dal 1993 siete impegnati pure con il Trio Johannes, che ha ottenuto importanti riconoscimenti anche a livello internazionale: che cosa cambia nel dialogo strumentale quando uno degli interlocutori è il pianoforte?”
“Il pianoforte è diverso, e la sua presenza impone di ripensare diversamente gli equilibri sonori. Non è un dialogo alla pari. Ma la musica da camera ci appassiona in tutti i suoi svariati organici, prova ne sia che proprio adesso stiamo realizzando in Piemonte un progetto concertistico ponderoso, per l’integrale della musica da camera di Brahms, dai Trii ai Sestetti.”
“Siete molto attivi anche nella riscoperta del repertorio quartettistico italiano.”
“Sì, con grande convinzione! Abbiamo già inciso il Quartetto Dorico op. 144 di Ottorino Respighi, un’opera di grande interesse, datata 1924, e stiamo lavorando sui Quartetti di Luigi Cherubini. Le strade del quartetto sembrano spingersi soltanto per brevi tratti nei territori della nostra penisola, ma si tratta di itinerari di grande bellezza, degni di essere conosciuti più di quanto oggi non lo siano.”
“Invece, Crisantemi di Puccini e il Quartetto di Verdi, che suonerete stasera, sono due capolavori riconosciuti. Che cosa c’è di operistico in questi brani, e, prima ancora, c’è anche qualcosa di profondamente italiano? Questa, fra l’altro, è la giornata che celebra l’anniversario dell’unità d’Italia.”
Crisantemi, prima che italiana, è una pagina profondamente pucciniana, con una melodia struggente quanto le arie più famose dei suoi melodrammi, mentre per Verdi il discorso è diverso: più che la sua esperienza di operista, a guidarlo in questo caso sono stati gli ultimi Quartetti di Beethoven, che lui venerava a tal punto da tenerli sul suo comodino a Sant’Agata, dove ancor oggi li possiamo trovare, se andiamo a visitare quella casa. Di conseguenza, il suo Quartetto più che una lettura melodica, orizzontale, privilegia quella verticale, con una tessitura armonica che guarda in avanti, e sembra anticipare il Falstaff più che essere contemporanea dell’Aida. Probabilmente il fatto di sentirsi più libero nell’approccio con un genere musicale che non era il suo, aveva disinibito le sue doti di sperimentatore.”
E l’italianità di queste musiche? La risposta di Polidori e dei suoi compagni sta nei fatti del loro splendido concerto; una risposta musicale e non verbale, che mi appare evidente dopo la travolgente esecuzione del pot-pourri sul Rigoletto, che ha elettrizzato il pubblico, facendogli perdere quella compostezza che di solito distingue i concerti cameristici da un loggione di teatro: nelle tragiche vicende del Duca di Mantova e del suo buffone, accanto all’invettiva senza tempo contro l’amoralità di un potente, canagliesco e sfrontato, e della sua corte di ruffiani, c’è un’incredibile capacità di metabolizzare il rancore in un canto disteso, al cui fascino è impossibile cedere, anche se le parole dicono che Questa o quella per me pari sono o che La donna è mobile qual piuma al vento, muta d’accento e di pensier. Si può, e si dovrebbe, non essere d’accordo, ma non è possibile resistere dal cantarlo, come se le parole, in fondo, non fossero altro che uno sberleffo inutile.
Su tutto, prevale il canto, ammiccante e incurante.
Italiano, senza alcun dubbio.
Nicoletta Confalone

Massimo Polidori
Quartetto d’archi del Teatro alla Scala
Associazione Musicale Francesco Venezze
Tempio della Rotonda
Rovigo, 17 Marzo 2013
http://www.associazionevenezze.it/
http://www.quartettodellascala.com

 

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