Haitham Al Khatib – Fotografo di pace in un mondo di guerra

Palestinese, di religione musulmana, tra gli ebrei ci sono i suoi migliori amici. Parla l’ebraico e l’arabo, legge il Corano e la Bibbia.

Il fotografo Haitham Al Khatib abbraccia Zoya Hosseini di Restiamo Umani con Vick nella campagna per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi a Venezia. Credits Valentina Zanaga
Il fotografo Haitham Al Khatib abbraccia Zoya Hosseini di Restiamo Umani con Vick e un altro partecipante alla campagna per la liberazione del prigioniero politico palestinese Murad. Credits Valentina Zanaga

Il fotografo Haitham Al Khatib, quest’anno vincitore del primo premio “colori” e del terzo “bianco e nero” al concorso torinese Scatt…Abili, domenica 20 settembre ha presentato a Venezia (Scoletta dei Calegheri)  il suo documentario Najah all’interno della mostra fotografica: La Palestina attraverso la mia lente.

Haitham è nato in Cisgiordania, nel villaggio di Bil’in (distretto di Ramallah) i cui abitanti nel 2005 hanno a fondato il primo comitato popolare di resistenza non violenta in Palestina insieme ad attivisti israeliani, palestinesi e internazionali, al fine di contrastare la costruzione del muro di divisione che ha sottratto agli abitanti il 60 per cento dei terreni.
Sopravvissuto a dieci anni in carcere, alla morte di un figlio e alle ferite di una vita trascorsa tra le manifestazioni di protesta, oggi, a 33 anni, il fotoreporter presenta il fisico massiccio di un marine americano, ma la sua forza è quella di un uomo di pace. Un uomo profondo che, soppesando le parole, si esprime in modo conciso, limpido ed efficace, con l’arguzia e la calda empatia propria dei popoli del medio oriente.
“Non sono gli ebrei che ci combattono, non siamo noi a combattere gli ebrei, sono i sionisti che attaccano ambedue le parti”, creando gruppi terroristici di volta in volta diversi nell’interesse che il conflitto continui, sostiene Haitham. Ma la resistenza di Bil’in è non violenta, ispirata alle figure di Gandhi e Mandela, quindi, si potrebbe perfino pensare, destinata alla vittoria.

Una delle sequenze del suo film, Najah, riprende in diretta la morte di Bassem, un giovane manifestante di Bil’in, causata da un lacrimogeno. La mamma di Bassem, finiti gli scontri, semina nei contenitori vuoti dei gas piante e fiori che oggi sono diventati un giardino, proprio nel luogo dove erano avvenuti gli scontri: lungo la strada che si era trasformata nel segno concreto della divisione. Questa è l’arte delle donne palestinesi, che traggono la bellezza dal dolore di cui è intrisa la loro terra.

Haitham oggi diffonde le proprie foto e filmati per far conoscere quel volto della Palestina che non viene trasmesso dalla Cnn e da Al Jazeera, ma anche per insegnare ai giovani giornalisti e fotoreporter gli stratagemmi da utilizzare durante i servizi di guerra per lavorare in modo più sicuro, senza rimanere coinvolti negli scontri o uccisi, come oggi troppo spesso accade.

Non può mancare l’appello per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, che costituiscono la classe politica che potrebbe, da libera, transitare la Palestina fuori dall’incubo dell’occupazione armata.

Sulla locandina dell’evento, ospitato dalle associazioni Restiamo Umani con Vik e AssoPace Palestina, dall’Assessorato alle Politiche Giovanili e Pace e dal Coordinamento per il Medio OrienteHaitham ha impresso un’immagine che con la pienezza estetica e i colori caldi della cultura mediterranea esprime il naturale sentimento di fratellanza che esiste alla base di una volontà di pace duratura. Così come la luce solare dissolve l’ombra del filo spinato posto artificialmente a divisione e a martirio dei popoli.
Roberta Reali e Valentina Zanaga

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