Sentimento, conflitti e nuove tecnologie alla 43. Biennale Teatro

Agrupación Señor Serrano, A House in Asia, Biennale Teatro 2015
Agrupación Señor Serrano, A House in Asia, Biennale Teatro 2015

La Biennale Teatro 2015 è finita da pochi giorni in cui la città era popolata di giovani attori, registi e drammaturghi provenienti da diversi paesi del mondo ad attendere i workshop di Biennale College.
Anche quest’anno la Biennale ci ha riservato belle sorprese dirette dai nomi più interessanti del teatro d’oggi.
La consegna del Leone d’Oro (più che meritato) a Christoph Marthaler e il Leone d’Argento a Agrupación Señor Serrano sono stati momenti indimenticabili. Primo perché il regista svizzero è riuscito nella sua ricerca a creare un linguaggio personale, riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo.
Agrupación Señor Serrano è un gruppo di Barcellona che divide le opinioni e va a fondo nell’utilizzo delle nuove tecnologie del fare teatro. Le immagini prodotte nei loro spettacoli raggiungono una forma universale di racconto. L’ Agrupación ha la capacità di convertire lo spazio scenico in installazioni e di rendere la videocamera protagonista dei suoi spettacoli teatrali.
L’utilizzo delle nuove tecnologie per presentare un spettacolo teatrale spaventa ancora i più conservatori, ma la tecnologia fa parte del teatro dalla sua nascita, naturale è il suo sviluppo e ancora più naturale il suo continuo utilizzo nella macchina teatrale.

Christoph Marthaler,  Une île flottante / Das Weisse vom Ei, Biennale Teatro 2015
Christoph Marthaler, Une île flottante / Das Weisse vom Ei, Biennale Teatro 2015

Lo spettacolo di House in Asia ci porta a una drammaturgia lineare e semplice, attraverso una dimensione ludica, ma anche di ricerca audiovisiva e tecnologica, per raccontare il mondo dopo l’11 settembre. La “casa in Asia” è la casa di Bin Laden, ma è anche la casa costruita dalla CIA negli Stati Uniti per l’esercitazione dei Marines, così come la replica creata in Giordania per il film Zero Dark Thirty del premio Oscar Kathryn Bigelow.
Attraverso un “videogame” lo spettatore fa un viaggio di lotta continua tra cowboys e indiani, che sono anche americani contro arabi, i SEAL contro Bin Laden. Un rimando continuo tra il piano della realtà e la finzioni, un racconto ironico che ci porta a ragionare sull’ondata di paura e terrore che ci circonda.
Thomas Ostermeier, con il suo Die Ehe der Maria Braun, ci porta a conoscere un suo lavoro “minore”, se paragonato agli altri spettacoli visti nelle edizioni passate, ma è minore solo nell’apparato scenografico: è un lavoro più intimo e, come raccontato dal regista, nasce da una questione personale. Ostermeier non ha mai visto il film di Fassbinder ma la storia lo ha toccato nel profondo, e il suo spettacolo è un viaggio nell’anima e nel sentimento di una Germania che ha perso i suoi uomini in guerra e la trasformazione politica è stata molto difficile.

Thomas Ostermeier, Die Ehe der Maria Braun, Biennale Teatro 2015
Thomas Ostermeier, Die Ehe der Maria Braun, Biennale Teatro 2015

Le donne dovevano lottare per affrontare la vita e l’economica nonostante i pregiudizi e la mancanza di preparo nel mondo del lavoro. La Maria Braun di Ostermeier ha un carattere forte e non ha mai smesso di lottare, per la sua vita, per la vita dei suoi familiari, per il suo amore lontano, per la sua voglia di vincere ma soprattutto di poter ostentare il suo orgoglio, di usare le sue doti femminili in modo consapevole e crudele per raggiungere i suoi obiettivi.
E anche così Maria Braun è protetta da una figura che ci ricorda Madre Coraggio, come se ogni sua azione possa essere giustificata e ritenuta giusta. Un brillante gruppo di attori ci porta in una Germania quasi inimmaginabile se pensiamo alla più grande economia dell’Europa di oggi.
Quanto è bello vedere una Germania sconfitta nell’orrore di “quella” guerra, ma quanto è bello vedere la sua vittoria nel Mondiale di Calcio del ’54, perché rappresenta una rinascita, una voglia di vincere, di dimenticare il passato, un brutto passato che dal mondo non sarà e non potrà mai essere dimenticato.
Il regista lituano Oskaras Korsunovas ha sviluppato un’indagine sulla drammaturgia contemporanea. Un regista che ha cominciato a lavorare negli anni Novanta, quando una Lituania dopo più di cinquantennio di occupazione sovietica doveva trovare una sua propria identità (raccomando il film “Good bye Lenin!” di Wolfgang Becker che di forma ironica racconta questa trasformazione politica).
Questo ha portato il regista alla scelta del testo teatrale per eccellenza, L’Amleto di W. Shakespeare. L’Amleto è un testo senza tempo, ideale a qualsiasi epoca, perché le domande ed evocazioni dei personaggi sono talmente profonde e umane, che possono essere applicate in qualsiasi società, indipendente della cultura, etnia e potere socioeconomico.

Oskaras Korsunovas, Hamlet, Biennale Teatro 2015
Oskaras Korsunovas, Hamlet, Biennale Teatro 2015

Korsunovas ci presenta un Amleto che vive un teatro nel teatro. La scenografia composta da diversi camerini fa sì che i suoi bravi attori possano vivere i suoi personaggi sempre in un piano di finzione ma che la potenza del testo ci rimandi alle domande personali, reali.
I personaggi che devono affrontare lo specchio, a togliersi e a rimettersi i trucchi, Claudio e Gertrude nel loro mondo fetish e sadico, Polonio giudice e politico, Ofelia geisha, sembrano persi perché devono affrontare le loro realtà, le loro bugie, le loro paura, ma soprattutto le loro anima egocentriche, che possono anche essere i sentimenti provati dagli attori prima di entrare in scena.
Anche se l’essere o non essere è la questione, Amleto è l’unico personaggio in grado di sapere quando deve mettersi e togliere il trucco, “la maschera”. Perché l’unico in grado di gestire fino in fondo il suo piano, dove il “falso” viene usato con la consapevolezza di un male necessario per raggiungere il suo obiettivo, assistito nel suo dolorante monologo da un Orazio “pagliaccio”. Un bellissimo spettacolo, un piano metafisico sull’orrore dell’esistere tra la realtà e la finzione.

Falk Richter, Never Forever, Biennale Teatro 2015
Falk Richter, Never Forever, Biennale Teatro 2015
Jan Lauwers, The Blind Poet, prove, Biennale Teatro 2015
Jan Lauwers, The Blind Poet, prove, Biennale Teatro 2015

Never Forever scritto e diretto dal tedesco Falk Richter in collaborazione con il coreografo Nir de Volff parla di un male comune di una intera generazione: il social network.
I personaggi di Richter sono pieni di dolori, depressi e soli, perché non sanno come affrontare nel piano reale della vita i loro reali sentimenti, non sono in grado di capire e gestire rapporti personali, non riescono neanche a capire i loro riferimenti sessuali e politici. Una successione di caratteri fragili e vulnerabili che possono vivere e capire solo tramite i social network, perché in quel piano si sentono protetti, perché qualunque personaggio creato è ammissibile.
Un spettacolo di grande potenza visiva, corporeo ma che può anche essere riassunto in una sua frase di non meno importanza: “i dati si posso contare ma non si possono raccontare”.

Jan Lauwers (Leone d’Oro alla carriera 2014) ritorna a Venezia con la sua Needcompany con il nuovo spettacolo, “The blind poet”, e si conferma come uno dei più interessanti artisti della scena internazionale. Qui assistiamo ad una carrellata di “autoritratti” dei performer della sua compagnia, tutti di nazionalità diversa, e ogni storia, in cui si mescolano danza, musica, visioni pittoriche, poesia, nasce da un luogo diverso, ma tutte sembrano intrecciarsi, andando a ritroso nel tempo. La domanda che si pone Lauwers è sul concetto di identità, e il puzzle che va via via componendosi non dà una risposta definita, ma può trovare la sua sintesi in una frase pronunciata in scena: “Tutto è uno”. Visionario, denso di rimandi simbolici, di inquietudini ma soprattutto di ironia, di esplosioni rock suonate dal vivo, mai retorico, imprevedibile, lascia allo spettatore molte domande ed emozioni diverse insieme, come il grande teatro sa fare.
Ira Palmieri

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