Venezia72/ Restauri. Le ceneri di Orson Welles: Il Mercante di Venezia

Orson Welles , scena del film restaurato "Il mercante di Venezia" (1952) Venezia72 Foto Oja Kodar Foto | Courtesy Cineteca Nazionale - la Biennale di Venezia
Orson Welles , scena del film restaurato “Il mercante di Venezia” (1952) Venezia72 Foto Oja Kodar Foto | Courtesy Cineteca Nazionale – la Biennale di Venezia

Cinemazero e il Filmmuseum di München si sono resi protagonisti di un miracoloso parto, ridando luce alle ceneri dell’ultima e sfortunata incursione shakespeariana del grande maestro Orson Welles, rendendo dunque possibile la proiezione in prima mondiale alla 72esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia del Mercante di Venezia (1969).
Quest’ultimo rappresenta un documento straordinario sul rocambolesco periodo veneziano del regista statunitense, caratterizzato da una sostanziale mancanza di mezzi economici che l’hanno indotto a continue interruzioni e ripensamenti delle varie sequenze del film.
Il restauro – considerate le dovute premesse sulle difficoltà del ripristino del materiale frammentario – non è riuscito a colmare alcuni vuoti, nonostante l’acribia e le metodologie tecniche adottate.
Restano evidenti le lacune sia all’interno del piano narrativo – ampi spezzoni di audio integrati da didascalie o da registrazioni originali di Welles stesso- che sul piano del montaggio.
Tutto ciò indipendentemente dall’assenza del finale che è comunque intuibile dalla conoscenza della trama shakespeariana.
Sulle note de L’Infernale Quinlan (1958),  Orson Welles si fa interprete dell’ebreo Shylock, performandone i tratti e le caratteristiche salienti che calzano a pennello sul volto e negli atteggiamenti tipici della sua veste attoriale.
La prima scena, estemporanea al film, ritrae Welles mentre viene condotto in gondola attraverso i canali veneziani direttamente sul set in Piazza San Marco.
Appena giunto sveste i panni da regista -ricordando inizialmente per alterità e modi signorili il cameo nella Ricotta di Pasolini – e truccandosi, giustifica l’opera shakespeariana come mezzo per giungere alla conoscenza dell’animo umano, cercando di trasporne l’essenza nel film nel quale si appresta a recitare/dirigere.
La colonna sonora, scritta da Angelo Francesco Lavagnino in cambio di 12 tavolette di tabacco ritraenti scene ispirate ai drammi shakespeariani e disegnate direttamente da Welles, è stata eseguita per la prima volta dall’Orchestra di Alessandria diretta dal maestro Roberto Granata, dopo il ritrovamento e la successiva trascrizione a partire da una registrazione dell’epoca creduta dispersa.
L’audio con il quale “termina” il film sembra proseguire in movimento l’immagine per necessità statica dell’ultimo frame di Welles, che sembra animarsi con la stessa foga e la stessa folgore che si può ritrovare del Grande Dittatore di Chaplin, con il quale condivide lo stesso accorato appello alla sensibilizzazione sulla questione ebraica e umana, nonostante il trentennio che li separa.
Se Welles avesse visto la sala gremita e lo scroscio di applausi che ha seguito l’esecuzione musicale prima e il film poi, avrebbe molto probabilmente lasciato la sala con passo tranquillo e serenità nel cuore, consapevole di essere stato intimamente apprezzato, come, purtroppo, non sempre accadde.
Alessandro Della Vigna

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