Biennale di Venezia / Alejandro Aravena: l’architettura nell’età dell’impermanenza

Alejandro Aravena
Alejandro Aravena, Direttore della 15. Mostra Internazionale d’Architettura di Venezia (foto Octavian Micleusanu)

Alla vigilia della conferenza interdisciplinare sull’urbanistica globale Urban Age “Shaping Cities”  la Biennale di Venezia si prepara ad ospitare architetti, politici, esperti di fama mondiale per discutere di uno dei problemi cruciali del nostro secolo: come dare forma alle città? La mostra di Aravena risponde.
Di fronte alla bulimia di definizioni più o meno ufficiali solitamente coniate per gli eventi di grande portata, forse quello che più colpisce veramente di questa 15.a edizione della Mostra Internazionale di Architettura di Venezia è l’attenzione a realtà costruttive modeste, fatte di piccoli numeri, di contesti complicati come matasse che appaiono difficili da districare tramite i codici-tipo che hanno caratterizzato i lavori in grande stile del passato recente; mentre si registra un consapevole seppur ripido scivolamento verso la ricerca del vantaggio nell’imprevisto, verso la risoluzione di problemi con il ricorso all’intuizione, all’attenta analisi simultanea di svariati fattori in atto, tenendo conto della scarsità o addirittura della mancanza di apporti finanziari adeguati.

Reporting from the Front, Rahul Mehrotra, Kumbh Mela, Biennale Architettura di Venezia, Arsenale, 2016 (foto Alessio Bortot)
Reporting from the Front, Rahul Mehrotra, Kumbh Mela, Biennale Architettura di Venezia, Arsenale, 2016 (foto Alessio Bortot)

Il curatore della Biennale di Architettura Alejandro Aravena sembra avere ben presente il “precariato esistenziale” che condiziona il nostro tempo, ed ecco quindi apparire una sfilza di proposte dai più remoti angoli della terra che rimandano ad un concetto di vulnerabilità: manifestazioni architettoniche al contempo ricche di complessità e semplici nei materiali, operazioni costruttive che vengono ideate spesso come soluzioni per il consolidamento, la riqualificazione, il ripristino, la rivitalizzazione di un luogo o di un’area preesistente, ancor più se dismessa, degradata.

The war on bending, Block Research Group, Biennale Architettura di Venezia, Arsenale, 2016 (foto Alessio Bortot)
The war on bending, Block Research Group, Biennale Architettura di Venezia, Arsenale, 2016 (foto Alessio Bortot)

Si entra alle Corderie dell’Arsenale celebrando subito la figura di Maria Reiche, l’archeologa ritratta nella locandina – una donna su una scala in alluminio intenta a scrutare l’orizzonte – colei che ha individuato le linee della civiltà Nazca in Perù, riconoscendone l’eccezionalità e fornendo una interpretazione astronomica che ha aperto le porte a nuove speculazioni sulle reali conoscenze delle civiltà precolombiane. Lo spirito di osservazione e la capacità di trovare un nuovo punto di vista di questa signora modesta, in piedi su una scaletta a pioli, assume un significato simbolico che si trasferisce immediatamente alla natura dei progetti scelti per questa Biennale di Architettura. Il varco immaginario che apre alla riflessione passa per le migliaia di pannelli di cartongesso sovrapposti e per i profili metallici penzolanti diretti alle teste dei visitatori, luccicanti come spade medievali – attenzione, materiali riciclati dall’ultima edizione – e invitano da subito a domandarsi quanto la firmitas vitruviana abbia un senso in questa era evolutiva fatta di forme liquide in continua trasformazione: Does permanence matter?

Cutting Edge Engineering at the service of common sense, Transsolar, Biennale Architettura di Venezia, Corderie dell'Arsenale, 2016 (foto Octavian Micleusanu)
Cutting Edge Engineering at the service of common sense, Transsolar, Biennale Architettura di Venezia, Corderie dell’Arsenale, 2016 (foto Octavian Micleusanu)

In questo tempo di migrazioni volontarie o involontarie, di schermi pullulanti di masse umane che tentano di attraversare i confini degli uomini posti sulla terra o nel mare, o di numeri assillanti sui giovani che decidono di partire per la mancanza di lavoro in cerca di opportunità altrove, esistono ancora motivazioni religiose potentissime che mettono in moto popoli interi per la sola devozione spirituale. La ricerca documentata relativa al Khumb Mela in India di Rahul Mehrotra indaga sui limiti delle condizioni abitative stabili di fronte ad un’incredibile celebrazione religiosa nella quale i luoghi interessati al passaggio e alla sosta subiscono inevitabili conseguenze abitative e sociali del tutto peculiari alle nuove esigenze di accoglienza e rifugio. Il pellegrinaggio lento e perseverante di piccoli e grandi uomini, donne e bambini verso i luoghi del fiume sacro agli Hindu, diventa una massa umana in progressione verso la meta e crea inevitabilmente la necessità di insediamenti temporanei, ma efficaci in una marcia di avvicinamento che assume tratti estenuanti e imprevedibili e può durare addirittura mesi. Oltrepassando i limiti della solita incredulità occidentale, l’architetto Mehrotra analizza questo caos umano infernale e non gli sfugge di certo la costituzione apparentemente casuale di impermanent cities, di vere e proprie strutture di accoglienza che affiorano naturalmente in maniera capillare lungo il tragitto sacro, dove poter dormire, mangiare, ristorarsi, pregare, e chiaramente fare business, attività che nella società tradizionale indiana fluttuano e si compenetrano tra loro inesorabilmente.

The Class of 6.3: una ricostruzione post-terremoto, Padiglione della Tailandia, Biennale Architettura di Venezia, Arsenale, 2016 (foto Alessio Bortot)
The Class of 6.3: una ricostruzione post-terremoto, Padiglione della Tailandia, Biennale Architettura di Venezia, Arsenale, 2016 (foto Alessio Bortot)

All’interno del macrotema del riparo, bisogno originario mai così attuale come ora, si innestano rami più o meno solidi, ma tra le interpretazioni meno ipocrite e più convincenti troviamo sicuramente un culmine poetico nei canti armonici tradizionali del padiglione Albania, dove echeggiano voci tra cui spiccano le parole cariche di composto cordoglio della scrittrice contemporanea Ornela Vorpsi I have left you the mountain – a toccare con strumenti delicatissimi le coscienze in un tentativo di sublimare il displacement che diventa mantra evocativo di significati universali.

Architecture and Infrastructure at the same time, Lord Norman Forster ⁺ Partners, Biennale Architettura di Venezia, Arsenale, 2016 (foto Alessio Bortot)
Architecture and Infrastructure at the same time, Lord Norman Forster ⁺ Partners, Biennale Architettura di Venezia, Arsenale, 2016 (foto Alessio Bortot)

Se è l’unione di elementi insignificanti nella loro singolarità a creare il tutto, ecco aprirsi monumentale la sala dedicata al Block Research di Zurigo: una struttura costituita da blocchi stereotomici che, una volta collocati assieme, dopo un rigorosissimo studio geometrico, esercitano tra di loro una forza di mutuo contrasto; la compressione da sola tiene assieme l’intera struttura, senza l’ausilio di leganti fisici. La straordinarietà dell’opera, che percorre organicamente la grande sala, in andate e ritorni continui, senza possibilità di individuare un punto iniziale o finale, ingloba letteralmente le due imponenti colonne centrali della sala, fornendo al visitatore “la rappresentazione visiva vera e propria della forza in atto davanti ai suoi occhi”, ci suggerisce lo stesso Philippe Block, ma allo stesso tempo ne elude l’eccessiva rigorosità geometrica di esecuzione con la scelta di un rivestimento interno “caldo”, altamente tattile e irregolare.

Working with bricks and unqualified labor as a way to transform scarcity into abundance, il lavoro di Solano Benìtez in Paraguay, Biennale Architettura di Venezia, Giardini, 2016 (foto Alessio Bortot)
Working with bricks and unqualified labor as a way to transform scarcity into abundance, il lavoro di Solano Benìtez in Paraguay, Biennale Architettura di Venezia, Giardini, 2016 (foto Alessio Bortot)

All’aperto, con il suo Daily Design, Daily Tao, la Cina non smette mai di mostrarci il mondo da nuove prospettive attraverso l’apporto millenario della sua filosofia tradizionale: il significato della parola DOU, che in cinese significa “piccolo” allude a un’unità di misura limitata, imprecisa, non geometrica che nella pratica è d’ausilio nel definire cose anche di misure diversissime tra loro: “anche un vaso può essere DOU, ma se ci guardi dentro puoi trovare un mondo”, ci spiega l’assistente del curatore, puntando direttamente la nostra attenzione alle possibilità intrinseche dell’installazione di Jingyu Liang, pensata per essere un asilo per bambini, con molteplici spazi interni “nascosti“ da individuare e perlustrare: è la via del Tao a suggerire soluzioni tangibili per la responsabilità e l’inclusione sociale.

Daily Design, Daily Tao, Padiglione della Repubblica Popolare Cinese, Biennale Architettura di Venezia, Arsenale, 2016 (foto Alessio Bortot)
Daily Design, Daily Tao, Padiglione della Repubblica Popolare Cinese, Biennale Architettura di Venezia, Arsenale, 2016 (foto Alessio Bortot)

Per alcuni non sembra esserci uscita dalla situazione in cui ci troviamo. Se consideriamo che nel padiglione della Svizzera si entra a malapena in una specie di grossa nuvola bianca per scoprire che non è soffice e comoda come da repertorio – Incidental Space, letteralmente – anzi il rivestimento interno asimmetrico e dai continui ostacoli rischia di farci cadere ad ogni passo; mentre la struttura blu conciliante del padiglione della Serbia è solo illusoria. In Heroic| Free Shipping nel mezzo appare un sottile taglio che la percorre per tutta la lunghezza, nel quale gli adulti perdono l’equilibrio e la palla dei bambini rotola inevitabilmente al centro, terminandone il divertimento. Niente è frutto del caso, nessuna variante possibile in questo gioco che è pensato per richiamare alla mente un vivere alienante che si ripete all’infinito. Lo stesso visitatore che lo aziona diventa parte del meccanismo, non accorgendosi di essere manipolato lui stesso, sulla stessa linea immaginaria dove si muovono le innocenti marionette in legno del Padiglione Romania, i Selfie Automaton che aspettano solo l’intervento del visitatore per prendere vita: qualche minuto di osservazione basta per imparare i movimenti dei singoli pupazzi, pensati per muoversi solo in quella determinata maniera.

Selfie Automaton, Padiglione della Romania, Biennale Architettura di Venezia, Giardini, 2016 (foto Alessio Bortot)
Selfie Automaton, Padiglione della Romania, Biennale Architettura di Venezia, Giardini, 2016 (foto Alessio Bortot)

L’unico modo per riappropriarsi di se stessi nuovamente appare il ricorso a mezzi mutuati o presi in prestito dalla natura: ed ecco allora il riemergere fortunosamente al Padiglione Centrale dei Giardini di elementi quali il legno, il fango…materiali semplici dalle potenzialità straordinarie, modernamente perfetti quando combinati a ferro, e alluminio, in una ricchezza di forme e espressioni architettoniche che si può definire classica. Il colpo d’occhio su Matter is more sustainable than materials (less embedded energy) è stupefacente, tanto più che la vita delle gigantesche radici di bambù si respira ancora nell’aria carica di terra. Nonostante l’imponenza dell’installazione, l’architetto Simon Velez ci tiene subito a sottolineare di non essere “un integralista del bambù, proprio per la necessità pratica di doverlo affiancare ad altre tipologie di materiali per potergli dare un futuro” e sembra quasi confortato dalla mancanza di nomi vibranti delle archistar – fatto centrale di questa Biennale – tra le quali riesce a nominare ironicamente solo Andrea Palladio come “unico architetto contemporaneo”.

Matter is more sustainable than materials (less embedded energy), le battaglie di Simón Véléz per l’uso del bamboo, Biennale Architettura di Venezia, Giardini, 2016 (foto Alessio Bortot)
Matter is more sustainable than materials (less embedded energy), le battaglie di Simón Véléz per l’uso del bamboo, Biennale Architettura di Venezia, Giardini, 2016 (foto Alessio Bortot)

Un desiderio imperante di ritorno al respiro della bellezza originaria, ma sostenibile ed eticamente accettabile, applicabile ad un contesto odierno incerto e in continua evoluzione, nel quale i piani costituiti a tavolino vanno incontro inevitabilmente a rimaneggiamenti e sistemazioni, frutto delle variabili del caso, che necessitano di interventi dell’ultimo secondo. E non è di certo un caso che la vittoria sia andata alla Spagna con il suo Unfinished, che ha presentato una serie di progetti non terminati.

Questa appare come la sfida più grande con cui il mondo dell’architettura dovrà imparare a fare i conti per galleggiare nel mare dell’incertezza economica degli anni avvenire. Percorrendo gli allestimenti affiorano i contorni di un quadro d’insieme nel quale chiara è la preparazione generale all’adeguamento ad un sistema-mondo nel quale la crisi ormai globalizzata ha toccato tutti i settori produttivi e l’unico modo per arginarla sembra ormai costituito dalla creazione di realtà alternative, frutto di idee pratiche e immaginative allo stesso tempo, bolle umane di cooperazione tra persone dalle competenze svariate e trasversali, nelle quali le soluzioni si trovano in modi inaspettati e le opportunità si creano da sé, un nuovo trend di pensiero e azione lontano dalle logiche reverenziali alla genialità intellettiva di pochi professionisti eletti a geni intoccabili dell’ars edificatoria.
Anna Maria Griseri

Urban Age “Shaping Cities”
14-15 / 07 / 2016

Teatro alle Tese, Arsenale

15. Mostra Internazionale di Architettura
Reporting from the Front
28 maggio al 27 novembre 2016
Giardini e Arsenale, vari luoghi di Venezia

 

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