Venezia 73 / La La Land. Ogni canzone ad un certo punto finisce

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Venezia 73. Emma Stone, Coppa Volpi per l’interpretazione in La La Land al photocall del film. Credits Octavian Micleusanu

Los Angeles, oggi. C’è traffico, molto traffico nelle nostre vite. Autostrada bloccata, centinaia di auto in coda. Una voce alla radio ci ricorda che i tempi di percorrenza verso la Città delle stelle (come si canta nel film) sono lunghi… abbastanza lunghi da permettere a Damien Chazelle di farci sognare. Con la mente, infatti, i suoi personaggi non si rassegnano, vanno comunque avanti. È la vita. È La La Land, caotica e sfiancante. Si potrebbe prendere la prima uscita e abbandonare la strada, ma non è questo il caso: La La Land bisogna guadagnarsela sapendo aspettare, lottando per trovare il proprio posto e soprattutto essendo pronti a sacrificare ogni cosa.

L’inizio ricorda quello de Il laureato (1967), dove il giovane Benjamin Braddock (Dustin Hoffman) è incasellato perfettamente nei sedili dell’aereo che lo sta trascinando inesorabilmente indietro, verso il sud della California, a casa, lontano dai suoi sogni. Anche qui la voce di un’assistente di volo ci avverte che la discesa è iniziata e che non si può più tornare indietro. Ma al contrario dei protagonisti di La La Land, Mia (Emma Stone, vincitrice della Coppa Volpi come miglior attrice) e Sebastian (Ryan Gosling), Benjamin non ha passioni, non insegue un sogno, accetta il suo destino senza realmente agire. Benjamin non saprà che farsene della libertà quando nel finale riuscirà a scappare con la sua amata Elaine.

Mia e Seb hanno un sogno per il quale non smettono di lottare nemmeno in quel traffico che non lascia speranza: lei, aspirante attrice, recita in macchina il copione per un provino, lui, appassionato pianista jazz, ascolta e riascolta un pezzo mentre le dita suonano un piano invisibile. Il musical fa tutto il resto: i primi minuti sono spiazzanti, l’autostrada esplode in una follia di balli, musica e colori… tutto come previsto nel più classico stile hollywoodiano del genere. Poi lo scontro: due individui persi nella massa e destinati ad incontrarsi.

Ma la straripante cinefilia di Chazelle (innamoratosi dei film di Jacques Demy) non si limita a citare i grandi classici del genere (c’è anche Gioventù bruciata, ci sono Fellini, Nichols, e molti altri) con i quali è cresciuto, e neanche a sfruttarne le atmosfere e le storie. Il giovane regista americano fa qualcosa che raramente si è soliti vedere (per il genere musical almeno dal 2001, anno di uscita di Moulin Rouge! di Baz Luhrmann): destruttura un genere.

 Venezia 73. Il produttore Jordan Horowitz, il regista Damien Chazelle, l'attrice Emma Stone, i produttori Fred Berger and Marc Platt al photocall di La La Land. Credits Octavian Micleusanu
Venezia 73. Il produttore Jordan Horowitz, il regista Damien Chazelle, l’attrice Emma Stone, i produttori Fred Berger and Marc Platt al photocall di La La Land. Credits Octavian Micleusanu

Tutti sappiamo quanto il genere sia, soprattutto negli USA, una fonte di sicurezza e di guadagno; quanto tempo debba passare perché un genere possa essere destrutturato e perché questa operazione sia riconosciuta e accettata. Ed elegantemente Chazelle trasforma un’epopea musicale in cinemascope: non più un luogo dove il sogno viene dato come punto di partenza, ma dove i protagonisti lottano senza sosta per raggiungerlo, sacrificando costantemente una parte di sé, scendendo a compromessi, sbagliando, rialzandosi, perdendosi e ritrovandosi. Questa La La Land non è la terra dei sogni, è un posto caotico dove i problemi reali sconfiggono i sognatori, dove le difficoltà della vita tendono costantemente ad allontanare gli uomini dai loro obiettivi. La La Land è un ring, un posto crudele, cinico, che non lascia spazio a nessuno. Quei pochi che vogliono sognare devono lottare.

Come ha sottolineato Chazelle, il suo è un film pieno di malinconia, non di tristezza: ogni canzone ad un certo punto finisce. E chi può saperlo meglio di un regista che ha fatto del rapporto tra cinema e musica una necessità. Due cuori destinati ad amarsi, ma forse non a stare insieme. Dove li porterà quello stesso caos che li ha fatti incontrare? Non c’è un finale tragico, come ha dichiarato Emma Stone, perché da soli né Mia né Seb sarebbero arrivati dove volevano: entrambi hanno realizzato ciò che desideravano solo lottando e soffrendo insieme. Il finale è una conseguenza della realtà… realtà che ha comunque permesso ai due di vivere la parte più importante della loro vita insieme: il loro sogno.

Vero omaggio al cinema di ogni genere, autoriale e commerciale, americano ed europeo, il giovane regista non ha paura di osare, andare oltre ogni categoria con uno sguardo fisso sul presente e sulla condizione dell’uomo contemporaneo, “frustrato e bloccato”, potremmo dire, in quel traffico di sogni dal quale spesso non riesce ad uscire. Chazelle sfrutta il genere a cui sembra naturalmente appartenere, non raccontando di ribellione o di smarrimento, ma della speranza e delle illusioni, dei sogni e della realtà, scegliendo il genere più adatto per farlo. Tutto si chiude con un sorriso, dolce o amaro che sia, dipende da cosa ognuno di noi sogna.

Lucio Ricca

La La Land
Sala Grande
Produttore: Films, Impostor Pictures, Marc Platt Productions
Regia: Damien Chazelle
126′

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