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Ott/16

11

Venezia 73 / The Bad Batch. Il film difettoso

 

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Venezia 73. Jason Amomo e Suki Waterhouse in una scena del film The Bad Batch, diretto da Ana Lily Amirpour

Il secondo lungometraggio della regista statunitense di origini iraniane, Ana Lily Amirpour, si aggiudica il Premio speciale della Giuria alla 73esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. In seguito all’acclamato A girl walks home alone at night (2014), The Bad Batch era senza dubbio uno dei film più attesi tra quelli in concorso e uno di quelli che ha fatto più discutere.
Violenza, cannibalismo, reietti della società: il film è una classica distopia in chiave post-apocalittica, una cruda metafora della società contemporanea, assai vicina ai mondi creati da registi come George Miller e John Carpenter. Siamo in una desolata regione del Texas dove, oltre il confine degli Stati Uniti d’America, i cosiddetti rifiuti umani vengono sputati e confinati, costretti a sopravvivere in ogni modo possibile in un mondo privo di regole.
I primi 20 minuti confermano la genialità di una regista che per la prima volta si trova a dover lavorare con grandi budget: Samantha (Suki Waterhouse) viene catturata da un gruppo di cannibali palestrati che ascoltano musica pop. Dopo pochi minuti già vediamo la protagonista che senza aver detto ancora una parola viene mutilata, privata di due arti e incatenata. Samantha però non si rassegna ad un destino che la vede cibo per altri esseri umani: riesce in qualche modo a cavarsela e ad essere salvata da un personaggio solitario, il nomade silenzioso interpretato magistralmente da Jim Carrey.

Venezia 73. Ana Lily Amirpour, regista del film The Bad Batch

Venezia 73. Ana Lily Amirpour, regista del film The Bad Batch

In soli 20 minuti Ana Lily Amirpour rappresenta un mondo credibile e originale, apre il film verso tematiche attuali come la metafora società/cannibalismo, temi etico-morali riguardanti la pratica del cannibalismo come mezzo per la sopravvivenza, la riflessione sul corpo-protesi. Samantha viene letteralmente fatta a pezzi e poi ricostruita attraverso un braccio e un gamba artificiali: è straordinario il confronto tra il corpo dei cannibali (sia uomini che donne) potenziato ed ingigantito oltre ogni misura e quello della protagonista che invece viene lentamente spogliato. Da un lato, corpi tanto virili quanto inutili che tendono ad ingrossarsi, dall’altro un corpo frammentato, sempre più scarno, ma che non si arrende, che va avanti.
Dopotutto il significato di protesi è questo: protendersi, portare avanti… che per la protagonista significa sopravvivere e trascinarsi verso la salvezza, mentre per i cannibali (il cui corpo muscoloso è di fatto una protesi, un’aggiunta) il potenziamento è solo masturbazione, un protendersi che non porta a nulla.
Tutti temi affascinanti, ma purtroppo solo accennati e poi definitivamente abbandonati: il cannibalismo (come tutto il resto) rimane sullo sfondo. Ogni riflessione si perde in favore di una narrazione classica e di snodi che allontanano il film da quei geniali (ma troppo pochi) minuti iniziali. Nei restanti 95 minuti tutto diventa banale e piatto, dallo svolgimento al finale, passando per il personaggio interpretato da Keanu Reeves. Da un certo punto in poi (a mio parere il ritrovamento da parte della protagonista della figlia dei cannibali), il film prende evidentemente la strada sbagliata, quella più facile da percorre, che abbandona drasticamente il sentiero tracciato all’inizio.
The Bad Batch è un film difettoso che lascia con l’amaro in bocca ed una fastidiosa domanda. Come sarebbe stato se…?

Lucio Ricca

The Bad Batch
Produttore: Annapurna Pictures, Vice Media, Human Stew Factory
Regista: Ana Lily Amirpour
117′

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