Virgilio Patarini a Vicenza: uno scrittore che dipinge

Virgilio Patarini, Virgilio Patarini, Epifania veneziana, San Marco (particolare), 2017, tecnica mista e cemento su tela, foto di A. Bortot
Virgilio Patarini, Virgilio Patarini, Epifania veneziana, San Marco (particolare), 2017, tecnica mista e cemento su tela, foto di A. Bortot

Fino al 28 febbraio a Vicenza Eventi sarà aperta al pubblico la mostra “Giorni di Freddo“, con opere di Virgilio Patarini, curata da Paola Caramel, con Anna Maria Griseri come assistente di progetto. Il pittore camuno parla ad Art in Italy della sua esperienza artistica.
Com’è nata la tua passione per l’arte? Qual è stata la tua epifania, letteraria o artistica che sia?
Da bambino mi piaceva disegnare, soprattutto fumetti e ritratti. Poi verso i dodici o tredici anni ho scoperto Giorgio De Chirico e la Metafisica: una folgorazione. Le Muse inquietanti e Ettore e Andromaca. E ho
cominciato a sognare di fare quello nella vita. De Chirico sarebbe tornato nella mia vita molti anni più tardi.Per un curioso caso della vita, trentacinque anni dopo quella folgorazione, mi è capitato di abitare per tre anni proprio nella stessa casa a Ferrara dove ad un certo punto avevano vissuto De Chirico e suo fratello Savinio, e dove la Metafisica era nata, o per lo meno aveva preso corpo e coscienza. In via Cammello 33.

C’è stato un incontro artistico che ha segnato in modo particolare il tuo percorso?
Due, entrambi straordinari e entrambi grazie al mio lavoro di curatore: a Milano lo scultore Gino Cosentino, allievo prediletto di Arturo Martini, e a Parigi e poi a Venezia  Riccardo Licata. Due artisti che pur in tarda età continuavano a lavorare, a sperimentare. Tutti i giorni. Ed avevano una grande umanità. Licata era straordinariamente curioso, attento: se gli regalavi un libro, un catalogo, lo sfogliava e commentava pagina per pagina. Se lo invitavi ad una mostra si fermava davanti ad ogni quadro con grande attenzione, e spesso
faceva una o due osservazioni. Ho avuto l’onore di accompagnarlo più di una volta: a Venezia, ad esempio, a Palazzo Zenobio, a visitare una serie di mostre che avevo curato… ci abbiamo messo tre ore. E non ti dico quella volta a Parigi, al Grand Palais, al Salon Comparaisons… è stata l’ultima volta che l’ho visto: sarebbe morto due o tre mesi dopo. Quella passeggiata, tenendolo sotto braccio e sostenendolo, sotto le volte di vetro e di ferro del Grand Palais, con artisti, capi gruppo e curatori francesi che appena lo vedevano
accorrevano a salutarlo… quella passeggiata è l’ultimo ricordo che ho di lui.

Quando e come comincia il tuo “apprendistato” nel mondo dell’arte?
È cominciato da bambino, da autodidatta. E non si è interrotto mai. E il mio lavoro come curatore mi ha offerto l’occasione negli ultimi vent’anni di frequentare gli studi di tanti artisti, e di confrontarmi quasi
quotidianamente, e di rubare molto.

Virgilio Patarini, Paesaggio cannibale (particolare), 2013, pigmenti e cemento su tela, foto di A. Bortot
Virgilio Patarini, Paesaggio cannibale (particolare), 2013, pigmenti e cemento su tela, foto di A. Bortot

Tu frequentavi la sperimentazione artistica con la pittura, la scrittura e la regia parallelamente all’attività di curatore e critico: secondo la tua esperienza personale qual è l’apporto della pittura alla scrittura e viceversa?
Il discorso sarebbe lungo e articolato. In una battuta potrei dire che sono uno scrittore che dipinge, ma non viceversa: non sono un pittore che scrive. Anche per il teatro è lo stesso: sono uno scrittore che talvolta recita, o fa regie. La scrittura, la parola, la memoria: parte sempre tutto da qui.

Chi sono stati i tuoi maestri nella storia e nell’arte contemporanea?
Molti. Dal Leonardo dei taccuini a Rauschenberg, da Medardo Rosso a Gerhard Richter. E tanti altri.

C’è stata una figura con la quale hai dialogato e/o lavorato che ha avuto una particolare influenza su di te?
Valentina Carrera, artista e curatrice, e mia socia per tanti anni.

Se c’è stato un dialogo costruttivo con la critica, come si è sviluppato e su quali tematiche?
Negli ultimi anni il mio lavoro di critico e storico e quello di artista si sono sovrapposti continuamente: in entrambi i casi ho lavorato sulle radici, sulla memoria, sulla “tradizione del contemporaneo” e sullo sconfinamento tra generi, stili, tecniche, arti. Dialogando su questi temi con artisti, curatori e critici.

Quando e come c’è stato uno sviluppo tematico – tecnico – stilistico nel tuo percorso?
Tecnica e stile nel tempo si sono un poco raffinati: oggi sono più vecchio e ho più pazienza, le opere nascono da un lavoro di stratificazione di azioni e di pensiero molto più lungo, articolato, attraverso il tempo. Quando ero giovane se cominciavo un’opera dovevo finirla quel giorno stesso. Tutto era più istintivo, più violento, più immediato. I temi invece credo che siano sempre più o meno gli stessi. Forse oggi ne sono solo più consapevole.

Quali sono state le fasi di sperimentazione che hai attraversato come artista?
Molte. L’inquietudine mi impedisce di restare troppo a lungo su un tema o su una tecnica, anche se poi certi cicli ritornano. Alcune mie fasi non si esauriscono mai del tutto: sono come fiumi che si inabissano
nella terra e poi magari rispuntano fuori dopo mesi, o anni.

Ti sei confrontato spesso con il mondo artistico europeo, in particolare parigino. Quali sono le differenze che hai notato da quello italiano?
Una su tutte: il mercato. A Parigi si vende. E si vende a prezzi due o tre volte maggiori, a parità d’importanza e di bravura dell’artista.  A Parigi si fa tanta pittura, ma non è che la qualità sia maggiore di quella che si può vedere a Milano o a Napoli.

Virgilio Patarini, Le notti di Argo (particolare), 2010, pigmenti, tessuto, pagine di libro antico e cemento su tela, foto di A.Bortot
Virgilio Patarini, Le notti di Argo (particolare), 2010, pigmenti, tessuto, pagine di libro antico e cemento su tela, foto di A.Bortot

Ci sono determinate influenze “extra artistiche” sulla tua pittura?
La mia pittura parla della crisi di identità culturale, ma anche sociale e psicologica, affettiva, dell’uomo contemporaneo. Le mie influenze sono soprattutto extra artistiche: da Samuel Beckett ad Ezra Pound, da Federigo Tozzi a Montale, Giovanni Testori. E poi Tom Waits, Billie Holiday, Ivano Fossati, Luigi Tenco, ma anche Tennesee Williams, Eugenio Barba o Gigi Meroni. Su Gigi Meroni sto scrivendo uno spettacolo: nessuno più lo ricorda, ma è stato una grande mezz’ala del Toro di cinquant’anni fa, ma soprattutto un anticonformista. Un rivoluzionario prima della Rivoluzione. Portava i capelli lunghi, girava con una gallina al guinzaglio e si disegnava i vestiti da sé. Come Luigi Tenco anticipò il 68 ma non fece in tempo a viverlo. Morì investito da un’auto il 15 ottobre 1967, il giorno della mia nascita. Tenco era morto all’inizio dello stesso anno.

Qual è il tuo rapporto con la natura e con la vita?
Sono nato tra le montagne, in Valcamonica, dove ho il mio studio più grande e “principale” e dove vado per dipingere e basta. Le grandi finestre sulle montagne mi restituiscono equilibrio. Il mio studio “piccolo” e quotidiano invece è il giardino della mia casetta a Napoli, sotto un grande limone e accanto ad un piccolo orto che cura la mia compagna.

Restituiscici “simbolicamente” un nuovo quadro. Che cosa vedi davanti a te?
Quello che ho fuori casa, a trecento metri dal cancello di casa: il lungo mare di Bagnoli, col mare sullo sfondo e l’isola di Nisida e i resti di archeologia industriale dell’ex Italsider in primo piano. Un contrasto che è un perfetto correlativo oggettivo della nostra vita, del nostro paese.

Giorni di Freddo. Virgilio Patarini a Vicenza
Cantiere Barche 14, Stradella Barche, 14, VI
14/01/2018 – 28/02/2018
mar-dom 15-19. Sab- dom anche 10-12
info: Patarini | Giorni di freddo fb

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