Dalla terrazza di Ivo, sotto il sole, le stelle e l’ombra di Corto.Ricordo di Ivo Pavone, ultimo fumettaro storico veneziano, 1929 – 2020

Ivo Pavone sulla sua terrazza al Lido di Venezia. Foto courtesy Jacopo Terenzio
Ivo Pavone sulla sua terrazza al Lido di Venezia. Foto courtesy Jacopo Terenzio

Il padre di Ivo, era ufficiale di marina, così il mio nonno paterno, Winspeare, che non conobbi mai, ed entrambi venivano dal sud, tarantino il primo, campano, sembra, il secondo, ed è così che le famiglie si conobbero. Amicizie di antica data, normali soprattutto in certe cerchie ristrette.
Uno dei fratelli di Ivo, Franz, mi seguì, da ragazzino,  per alcune estati tenendomi a ripetizione di greco, filosofia e letteratura, nella casa dei Pavone,
che si trovava proprio di fronte alla chiesa di San Martino, all’Arsenale, svolgendo una funzione, nei miei confronti, di “precettore” in senso pieno e in certo senso maestro di vita lo fu, perché era un vero intellettuale, coltissimo, elegante, che incarnava la classica e purtroppo oggi rarissima figura, del libero pensatore.

Andrea Pagnacco e Jacopo Terenzio sulla terrazza con Ivo Pavone al Lido di Venezia. Foto courtesy Jacopo Terenzio
Andrea Pagnacco e Jacopo Terenzio sulla terrazza con Ivo Pavone al Lido di Venezia. Foto courtesy Jacopo Terenzio

Ivo, il “fumettaro”, che nella sua ultima mostra così amò definirsi, venne dopo, e come tutti gli incontri importanti e rari della vita, la data mi sfugge.
Forse, ma questo “forse” ormai da tempo fa parte del quotidiano, dei miei giorni, fu complice un re-incontro, dopo tanto, dopo anni, a una galleria d’arte del Lido, la Galleria delle “Cornici”, il che fece scaturire una strana alchimia tra alcune persone presenti in quel contesto. Tale miscela alchemica portò al formarsi di un rapporto profondamente intenso tra Ivo, Luigi Sepe, il gallerista, Renzo Andreon, grafico, pittore, paesaggista e altro, e chi scrive, che nel succedersi degli incontri, tutti piacevoli e vitali, diventò il “Vate”.
E successivamente il quartetto si trovò e ritrovò più volte in maniera naturale, spontanea, quasi fisiologica, sia a casa di Ivo, sia presso la saletta privata del “Vate”, attorno a una tavola rotonda di ciliegio e cristallo, entrambi gli spazi, magici, e pregni di energie positive.
E’ qui che Ivo divenne tra i maggiori cultori della mia cucina e dei miei vini (“I piatti de Jacopo, i vini de Jacopo, ah….”) anche se la sua “pasta e patate” non la mangeremo mai più, come è giusto che sia, perché niente è eterno, nel bene e nel male, anche se è solo una piccola e ipocrita consolazione.

Giugno 2019, Ivo Pavone in veste di fotografo alla presentazione di "Deserti lontani, Isiuret" di Jacopo Terenzio (a sinistra) alla Galleria delle Cornici (Lido di Venezia). Foto Courtesy Jacopo Terenzio
Giugno 2019, Ivo Pavone in veste di fotografo alla presentazione di “Deserti lontani, Isiuret” di Jacopo Terenzio (a sinistra) alla Galleria delle Cornici (Lido di Venezia). Foto Courtesy Jacopo Terenzio
Giugno 2019, Ivo Pavone in veste di fotografo alla presentazione di "Deserti lontani, Isiuret" di Jacopo Terenzio alla Galleria delle Cornici (Lido di Venezia). Foto Courtesy Jacopo Terenzio
Giugno 2019, Ivo Pavone in veste di fotografo alla presentazione di “Deserti lontani, Isiuret” di Jacopo Terenzio (a sinistra) alla Galleria delle Cornici (Lido di Venezia). Foto Courtesy Jacopo Terenzio

Il quartetto passò molte estati sulla terrazza di Ivo, un attico che spazia a perdita d’occhio su tutte le spiagge del Lido, tra discussioni, assaggi gastronomici, riflessioni, guardando spiagge e bagnanti, mare e sole, ma anche, in certe occasioni, abbandonandosi ai tramonti, al cielo stellato, ai riflessi marini.
Certo, la casa di Ivo fu frequentata da una moltitudine di ospiti variegati e spesso cosmopoliti sempre accolti da quel senso dell’ospitalità e dell’apertura antica e tipicamente mediterranea, con la moglie Nelly, perfetta padrona di casa, scomparsa improvvisamente anni fa, e sulla quale varrebbe la pena scrivere un libro.
L’ombra di Pratt era logicamente presente, così in tante conversazioni e vari miei progetti, quali un documentario che avrei voluto fare per ricostruire una storia, delle storie nelle storie, perché entrando nel mondo “Prattiano”, le storie non avevano mai fine.
Hugo me portava sempre via e’ fotografie ma me gà lassà sta’ preghieta copta”.
E davanti alla preghiera copta incorniciata che si trovava e si trova ancora nel corridoio soggiorno del suo attico, io spesso mi soffermavo godendone il mistero.

29 agosto 2020, Ivo Pavone all'inaugurazione della sua personale "Ivo Pavone. Una vita da fumettaro" con Renzo Andreon alla Galleria delle Cornici (Lido di Venezia). Foto Marino Basso
29 agosto 2020, Ivo Pavone con Renzo Andreon all’inaugurazione della sua personale “Ivo Pavone. Una vita da fumettaro” alla Galleria delle Cornici (Lido di Venezia). Foto Marino Basso

 

Dei veneziani in Argentina, quello sparutissimo gruppetto di di giovani senza grandi prospettive in patria, che Hugo riuscì a far smuovere da Venezia, se ne parlava poco proprio perché, a casa di Ivo, di quelle persone e di quell’avventura, tutto ne era permeato, dagli oggetti, alla polvere stessa che entrava dal finestrone sul mare, mescolandosi alla sabbia e al tempo e alle sue costruzioni.

Una tavola di "Minerali", di Ivo Pavone, all'inaugurazione della sua personale "Ivo Pavone. Una vita da fumettaro" alla Galleria delle Cornici (Lido di Venezia, 29 agosto 2020). Foto Marino Basso
Una tavola giovanile di Ivo Pavone tratta dal fumetto “Minerali”, in esposizione alla mostra “Ivo Pavone. Una vita da fumettaro” alla Galleria delle Cornici (Lido di Venezia, agosto-settembre 2020). Foto Marino Basso

Mi manca un incontro approfondito con Alberto Ongaro, uno di quel gruppetto, che avevo incontrato ad un evento ed entrambi, io e Ongaro, eravamo stati reciprocamente colpiti da un qualcosa che percepivamo in entrambi forse perché, con disappunto di Ivo, eravamo attratti dal mistero del vivere e dal suo inconoscibile, elementi che Ivo aveva accantonato come fantasie inconsistenti.
Sono sempre stato colpito dalla somiglianza di Ivo con Corto Maltese, il personaggio di Pratt, soprattutto guardando alcune sue foto giovanili ( in una compare con Pratt in “Le pulci penetranti” mentre bevono un caffè) e ho sempre sospettato, senza peraltro avere prove concrete, che con simpatica gaglioffaggine, tipica del suo carattere, Pratt ne abbia colto e sfruttato i suoi tratti somatici per la creazione del personaggio. Ufficialmente l’idea di Corto Maltese sembra nascere da un film modesto, “Il trono nero”, con Burt Lancaster, ma, chi riesca a rivedere il film, poco, al di là della divisa marinara del protagonista, o dai suoi tratti somatici può colpire. I miei dubbi restano.

Col passare degli anni, Ivo aveva dovuto rinunciare al tennis, disciplina che unisce geometrico rigore e fascinosa eleganza e che aveva tanto amato.
Si promise, al compimento dei novant’anni, forse un gesto scaramantico, di farsi crescere la barba e di non tagliarsela più, ma poi ci rinunciò.
Scoprì, nell’ultimo periodo, di essere un ottimo ritrattista, sia con il disegno e l’acquarello, sia con la fotografia. In uno di questi ritratti, mi ritrasse in bianco e nero, fascinoso e blasè, ed è l’immagine che compare in “Malamore”, mio unico romanzo, nato in una serata particolare e ispirata, proprio sulla sua terrazza.

29 agosto 2020, Ivo Pavone all'inaugurazione della sua personale "Ivo Pavone. Una vita da fumettaro" alla Galleria delle Cornici (Lido di Venezia). Foto Marino Basso
29 agosto 2020, Ivo Pavone all’inaugurazione della sua personale “Ivo Pavone. Una vita da fumettaro” alla Galleria delle Cornici (Lido di Venezia). Foto Marino Basso

Insomma, abbiamo parlato, mangiato, sognato, bevuto e sentito musica, molta. Musica brasiliana, tanta. Musicisti che ci hanno accompagnato nella vita, parecchi, da Jobim, a Gilberto, da Veloso a Elis Regina. E musica jazz, sempre, di tutti i tipi, scoprendo poi che tutti quelli che suonavano erano morti senza avvertirci anche se riuscivano a emozionarci ancora, a colpire qualcosa di profondo, nell’anima, nel cuore, nelle nostre capacità di illudersi e di abbandonarsi a un qualcosa, davanti a un bicchiere dove il vino, come amava ripetere Ivo, aveva sempre un gusto “morbido e rotondo”, “rotondo”, aggettivo che trovavo semplicemente e dolcemente ridicolo, e sorridevo, senza muovere ciglia, perché Ivo era anche un poco permaloso.
Nelle nostre ultime conversazioni- riflessioni -confessioni, riandava ai tempi dell’Argentina dorata degli anni 50, quando con Nelly andavano a cavallo su enormi spiagge ancora incontaminate e a volte incontravano qualche carcassa di balena.

Mi salutava sempre con l’appellativo di “muchacho”, ragazzino, e in effetti qualcosa di balordo, di giovanile, di indisciplinato, di vitale e sognatore, mi è ancora rimasto anche se, da parecchio, quando mi sveglio da sonni spesso sobriamente tormentati come è giusto che sia, aprendo gli occhi guardo il soffitto e penso agli scomparsi che, forse, solo io ricordo ancora. Probabilmente, nella notte, nelle notti che ancora ci attendono, risentirò quel “muchacho”, una voce lontana, vera o immaginata che sia, che mi ricorda la fine di due romanzi che terminano appunto con delle voci, quella del maggiore Roger dei “Rangers coloniali” di “Passaggio a Nord Ovest” e il capitano Flint e “L’isola del tesoro”. Credo che Ivo avrebbe apprezzato gli abbinamenti, nel frattempo per chi è rimasto con il cerino in mano non resta che procedere in questo strano, indefinibile e misterioso percorso che è poi il nostro misterioso percorso che è poi il nostro romanzo d’avventura, piaccia o meno.
Jacopo Terenzio

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