Biennale Danza 2017 / FIRST CHAPTER o sulla Fragilità e Ricchezza della Danza -parte II

Benoit Lachambre, That Choreographs Us, Biennale College, XI Biennale Danza, Campo Sant'Agnese, Venezia, 2017. Foto Octavian Micleusanu
Benoît Lachambre, That Choreographs Us, Biennale College, XI Biennale Danza, Campo Sant’Agnese, Venezia, 2017. Foto Octavian Micleusanu

(segue  dalla parte I) All’interno dell’XI edizione di Biennale Danza, First Chapter, ci sono, tra gli altri,  gli spettacoli della belga Lisbeth Gruwez, danzatrice di formazione classica, poi a lungo musa di Jan Fabre nella sua compagnia di Anversa, e successivamente co-fondatrice del gruppo Voetwolk . Suono e movimento sono interdipendenti in It’s going to get worse and worse and worse, my friend, dove Lisbeth Gruwez danza la trance dell’estasi innescata dall’arte del persuadere attraverso l’oratoria pubblica. In questo percorso – si potrebbe dire, quasi a puntate – la Gruwez prende spunto da alcuni frammenti dei comizi tenuti da Jimmy Swaggart, il televangelista americano famoso ai più per essere ultraconservatore. Inizialmente il discorso risulta amicale e pacifico, ma poi dal compulsivo desiderio di persuadere trapela una disperazione crescente. Infine l’uomo si espone nel sua più profonda natura: la violenza.

Ancora, la Biennale Danza 2017 propone – oltre al bellissimo film-doc sulla Sacre du Printemps della stessa autrice (e direttrice) – il recentissimo Soft virtuosity, still humid, on the edge interpretato dalla compagnia di Marie Chouinard,

Marie Chouinard, Soft virtuosity, still humid, on the edge,, XI Biennale Danza, Venezia 2017. Foto courtesy dmtpress@labiennale.org
Marie Chouinard, Soft virtuosity, still humid, on the edge,, XI Biennale Danza, Venezia 2017. Foto courtesy dmtpress@labiennale.org

dove ogni gesto è un pensiero, un excursus sulle molte forme del camminare (sfrenato, affannoso, zoppicante, divertente, sulle punte o mezze punte…), un viaggio attraverso la danza che inizia sul palcoscenico e attraversa il mondo.

Molto attiva e considerata una promessa della danza olandese, già presente con Elisa Monte Co., Galili Dance e Charleroi Dance prima di fondare la sua WardWaRD e iniziare la sua attività di coreografa nel 2000, Ann Van den Broek ha presentato The Black Piece. Cinque performer in scena si immergono in una totale oscurità, dai bagliori inaspettati ed aritmici, che la stessa Van den Broek orchestra con le luci in mano insieme ad un altro collaboratore sul palco per segnalare frammenti, presenze, prospettive, lasciando che lo spazio prenda forma tra i suoni che il pubblico percepisce.

Dana Michel, Leone d'Argento 2017, in Stahvin Mahvi, Biennale College, XI Biennale Danza, Campo Sant'Agnese, Venezia. Foto Octavian Micleusanu
Dana Michel, Leone d’Argento 2017, in Stahvin Mahvi, Biennale College, XI Biennale Danza, Campo Sant’Agnese, Venezia. Foto Octavian Micleusanu

Emozione fortissima anche per Dana Michel, afroamericana di base a Montreal, Leone d’argento 2017 fortemente voluta dalla nuova direttrice. Viene a ragione considerata fra le figure più originali che maggiormente stanno ipnotizzando l’attenzione della stampa internazionale; è per la prima volta a Venezia e alla Biennale Danza. Dana Michel è un’artista con un background eclettico che fa della propria autobiografia il suo leitmotiv di ricerca: “lavorare attingendo alla propria esperienza personale è la strada migliore per raggiungere un’auto-consapevolezza e per creare una significativa connessione con gli altri”. Come in una sorta di “bricolage post culturale” i suoi lavori lasciano il segno attraverso momenti live, manipolazioni inusuali di oggetti, frammenti di storia personale, desideri, preoccupazioni del momento, creando come una centrifugazione inaspettata di esperienza, tutta empatica e molto intima in presa diretta tra l’artista e gli spettatori. Il suo Yellow Towel, che l’artista sta portando in tutto il mondo già da tempo, ha visto la sua prima italiana a Venezia proprio la sera della consegna del Leone d’argento, in cui la Michel coraggiosamente capovolge e stigmatizza gli stereotipi di quella cultura black che lei vuole raccontare.

BenoîtLachambre, Lifeguarde XI Biennale Danza, Venezia 2017. Foto Andrea Avezzù, courtesy dmtpress@labiennale.org
BenoîtLachambre, Lifeguarde XI Biennale Danza, Venezia 2017. Foto Andrea Avezzù, courtesy dmtpress@labiennale.org

Ancora un debutto in prima italiana per la Biennale, Lifeguarde di Benoît Lachambre, spettacolo che crea uno spazio di condivisione allargato e allo stesso tempo intimo dove lo spettatore gioca un ruolo centrale e indispensabile, una coreografia costante che cambia a seconda delle decisioni (più o meno consapevoli), della gestione collettiva dello spazio e degli spettatori come singoli e come tutt’uno anche con il coreografo stesso.

Sulla scena dagli anni ’70, Benoît Lachambre ha collaborato con molti artisti – Meg Stuart, Boris Charmatz, Sasha Waltz, Luoise Lecavalier, Marie Chouinard – e ha ricevuto commissioni dai maggiori ensemble di danza, fra cui il Cullberg Ballet.

Xavier Le Roy in 'Self-Unfinished', interpretato alla XI Biennale Danza da João dos Santos Martins, al Teatro Piccolo dell'Arsenale, Venezia, 2017. Foto di repertorio, courtesy dell'artista e dmtpress@labiennale.org
Xavier Le Roy in ‘Self-Unfinished’, interpretato alla XI Biennale Danza da João dos Santos Martins, al Teatro Piccolo dell’Arsenale, Venezia, 2017. Foto di repertorio, courtesy dell’artista e dmtpress@labiennale.org

A un altro artista fondamentale della danza contemporanea, Xavier Leroy, la Biennale Danza aveva riservato lo spazio di tre assoli raccolti, per la prima volta, in un’unica serata come una biografia artistica. E’ con Leroy, protagonista di quella che fu definita l’anti-coreografia europea, ovvero quando la danza si fa spazio per il pensiero, il ragionamento filosofico, la ricerca scientifica. Un pensiero radicale che non si interessa al teatro di rappresentazione; la ricerca e la creazione degli oggetti coreografici trova espressione in articolate operazioni concettuali e forse, si può dire, si risolve in gesti ironici dove tutto è danza. Come accade nei tre lavori solisti: Self Unfinished, Produit de Circumstances, Sacre du Printemps. Ma l’improvvisa impossibilità fisica del coreografo ad andare in scena a causa di infortunio, già in via di guarigione, ha dato spazio inaspettato a un passaggio di testimone importante. Pur dovendo ridurre il programma a un assolo piuttosto che tre, Self Unfinished viene letteralmente consegnato all’incorporazione straordinaria del giovane portoghese João dos Santos Martins – già collaboratore del coreografo in altri progetti. Un risultato magico e straordinario dove il pezzo famosissimo fin dal suo debutto nel 1998 diviene all’improvviso di nuovo e ancora di più un evergreen della ricerca coreografica contemporanea. Dove le precise scelte di atmosfera ed estetica sono direttamente derivanti dal desiderio altro del corpo nel suo apparente silenzio sonoro ma che nel movimento riverbera e crea il design tridimensionale dello spazio. Uno Xavier Leroy evidentemente emozionato nell’intervista che segue la performance impreziosisce infine la serata raccontando, fin dalle origini, come nacque idealmente e poi nel corpo e nella ricerca coreografica il suo pezzo forse più famoso.

Robyn Orlin in And so you see… our honorable blue sky and ever enduring sun… can only be consumed slice by slice… ,XI Biennale Danza, Venezia 2017. Foto Courtesy dmtpress@labiennale,org
Robyn Orlin in And so you see… our honorable blue sky and ever enduring sun… can only be consumed slice by slice… , XI Biennale Danza, Venezia 2017. Foto courtesy dmtpress@labiennale,org

Su tutt’altra sponda rispetto a Leroy ma anche lei molto attiva in Francia, opera Robyn Orlin, coraggiosissima artista fra le più provocatorie, discusse e controverse, che ha ridisegnato la coreografia e più in generale l’arte performativa del suo Sud Africa. II suo palcoscenico è anche un luogo dove spesso gli universi dei bianchi e dei neri con i rispettivi stereotipi si scontrano, collidono, viaggiano su vettori paralleli o contrari; come nel suo ultimo spettacolo, una sorta di “cabaret politico”, And so you see… our honorable blue sky and ever enduring sun… can only be consumed slice by slice… presentato in prima italiana. Con un indimenticabile performer-sciamano-healing man …  un bellissimo set scenotecnico e un curatissimo design luci e multimediale. Imperdibile. Molto interessante anche il suo racconto prettamente politico sul mondo di oggi durante l’intervista che procede e poi prosegue dopo lo spettacolo.

Conclude l’edizione 2017 della Biennale Danza Gustavia, uno spettacolo ricco di echi e parto congiunto frutto della complicità tra le due Maestre Mathilde Monnier, capofila della danza francese, e già direttrice per anni del Centre Chorégraphique di Montepellier, e La Ribot, performer madrilena trapiantata a Ginevra, nota per la serie dei “Distinguished Pieces”. Gustavia possiamo raccontarlo come un unico personaggio femminile portato in scena da due donne, un ritratto bifronte, giocato sui toni della comicità, dell’ironia. Dove l’apparente leggerezza frivolezza diventano leva per affrontare e dire cose molto serie e tirarne fuori teatralmente le sue intrinseche contraddizioni, delusioni e approssimazioni. Tutto al femminile e dal cuore storico della danza europea.

Riassumendo. Un ampio e variegato panorama internazionale di Danza Contemporanea con 26 coreografie ( 9 in prima per l’Italia e 1 in prima europea). Inoltre, ancora in programma, il risultato dei laboratori di Biennale College Danza (esclusivo per un folto gruppo di giovani tra i 18 e i 23 anni) e Biennale College Coreografia, novità assoluta formalizzata e voluta con determinazione dalla nuova direttrice artistica per completare il percorso educativo della scuola Biennale College come gli altri settori che offrono già accesso al perfezionamento professionale in Regia, Composizione etc.

Una edizione decisamente inaugurale, sicuramente molto diversa da tutte le precedenti e certamente piuttosto sperimentale seppur non perfetta con possibilità di miglioramento sopratutto sul fronte organizzativo e magari confrontandosi di più con quello che la Danza Contemporanea italiana sta facendo, promuovendo e riflettendo su se stessa e che chiede fortemente di essere più presente anche dentro la Biennale Danza.

Aspettando la prossima edizione 2018, probabilmente the Second Chapter del percorso quadriennale intrapreso da Marie Chouinard, rimaniamo con le sensazioni delle visioni e delle atmosfere di questa Biennale Danza appena conclusa e con le parole del Leone d’Oro 2017 Lucinda Childs :

Dance is the most fragile art form and we need to feed and improve Dancing everywhere

Livia Marques
www.gnomix.net

Maurizio Avi – Ritratto di Silvia

M. Avi, Silvia, 2013, olio su tela, 60 x 80 cm
M. Avi, Silvia, 2013, olio su tela, 60 x 80 cm

Maurizio Avi nasce a Zagarolo (Roma) nel 1953, da padre ebanista e madre cantante lirica. Qui inizia la propria formazione nel laboratorio del padre, a contatto con la natura.
Lo scultore Giuseppe Uncini lo “scoprirà” in seguito, all’Istituto d’Arte Roma 1, e con lui realizzerà preziosi gioielli d’autore.
Il giovane Avi comincia a frequentare gallerie e studi d’artista e, nel contempo, intraprende una collaborazione con il maestro Sergio Paternostro della ditta “Bulgari”, specializzandosi nella scultura di pietre preziose. Leggi tutto “Maurizio Avi – Ritratto di Silvia”

Venezia 73 / Les Beaux Jours d’Aranjuez. Creazione, arte e vita. Un dialogo secondo Wim Wenders

73esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Wim Wenders al photocall di Les Beaux Jours d'Aranjuez, Credits Octavian Micleusanu
73esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Wim Wenders al photocall di Les Beaux Jours d’Aranjuez. Credits Octavian Micleusanu

Inizia con una macchina da scrivere, un juke-box e una finestra. Finisce con un dipinto.
Tre livelli d’osservazione. La macchina da presa di Wenders riprende uno scrittore intento ad osservare oltre ad una finestra il frutto della sua immaginazione: due personaggi, un uomo e una donna, che in un bel giorno d’estate sono seduti in giardino, cullati da una dolce brezza, mentre parlano e osservano la silhouette di Parigi oltre la terrazza.
Non si può dire che il regista tedesco classe 1945 abbia smesso di sperimentare. Les Beaux Jours d’Aranjuez, tratto dal romanzo di Peter Handke, è un film che Leggi tutto “Venezia 73 / Les Beaux Jours d’Aranjuez. Creazione, arte e vita. Un dialogo secondo Wim Wenders”

Venezia 73 / Dawn Of The Dead (Zombi). Ovvero quando il cinema horror era politica

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Venezia 73. Dawn of the Dead-European cut , George A. Romero, 1978, restaurato in alta definizione

In poche parole, Dawn of the Dead è tutto ciò che il cinema horror contemporaneo non è più in grado di raccontare: il presente, la realtà. Gli zombi di The Night of the Living Dead, agli albori della New Hollywood e della controcultura, rappresentano il seme di un attacco spietato alla cultura dominante americana, alla casa, alla famiglia e a tutte quelle istituzioni che non erano realmente in grado di controllare il loro potere né di esercitarlo in modo adeguato, luogo di contraddizioni e ipocrisia. In questo secondo capitolo, la metafora del non-morto si evolve in modo ancora più elaborato. Siamo nel 1978 sia nella realtà che nella finzione, e il film nasce in uno dei periodi più bui della storia americana: la guerra del Vietnam è finita da tre anni, ma il trauma psicologico e sociale dato dalla consapevolezza della violenza causata è al suo apice. Leggi tutto “Venezia 73 / Dawn Of The Dead (Zombi). Ovvero quando il cinema horror era politica”

Venezia 73 / Voyage of Time: Life’s Journey. Terrence Malick, l’occhio della Natura

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Venezia 73. Cate Blanchett, voce narrante di Voyage of Time di Terrence Malick

90 minuti, 14 miliardi di anni. Terrence Malick sceglie di posizionarsi tra l’uomo e l’universo, fondendo il suo sguardo con quello della natura, fornendo definitivamente alla macchina da presa uno sguardo altro, superiore, estraneo. L’occhio del regista diventa nel suo ultimo film un tutt’uno con la natura stessa. Leggi tutto “Venezia 73 / Voyage of Time: Life’s Journey. Terrence Malick, l’occhio della Natura”