Maurizio Avi – Ritratto di Silvia

M. Avi, Silvia, 2013, olio su tela, 60 x 80 cm
M. Avi, Silvia, 2013, olio su tela, 60 x 80 cm

Maurizio Avi nasce a Zagarolo (Roma) nel 1953, da padre ebanista e madre cantante lirica. Qui inizia la propria formazione nel laboratorio del padre, a contatto con la natura.
Lo scultore Giuseppe Uncini lo “scoprirà” in seguito, all’Istituto d’Arte Roma 1, e con lui realizzerà preziosi gioielli d’autore.
Il giovane Avi comincia a frequentare gallerie e studi d’artista e, nel contempo, intraprende una collaborazione con il maestro Sergio Paternostro della ditta “Bulgari”, specializzandosi nella scultura di pietre preziose. Leggi tutto “Maurizio Avi – Ritratto di Silvia”

Biennale di Venezia / Alejandro Aravena: l’architettura nell’età dell’impermanenza

Alejandro Aravena
Alejandro Aravena, Direttore della 15. Mostra Internazionale d’Architettura di Venezia (foto Octavian Micleusanu)

Alla vigilia della conferenza interdisciplinare sull’urbanistica globale Urban Age “Shaping Cities”  la Biennale di Venezia si prepara ad ospitare architetti, politici, esperti di fama mondiale per discutere di uno dei problemi cruciali del nostro secolo: come dare forma alle città? La mostra di Aravena risponde.
Di fronte alla bulimia di definizioni più o meno ufficiali solitamente coniate per gli eventi di grande portata, forse quello che più colpisce veramente di questa 15.a edizione della Mostra Internazionale di Architettura di Venezia è l’attenzione a realtà costruttive modeste, fatte di piccoli numeri, di contesti complicati come matasse che appaiono difficili da districare tramite i codici-tipo che hanno caratterizzato i lavori in grande stile del passato recente; mentre si registra un consapevole seppur ripido scivolamento verso la ricerca del vantaggio nell’imprevisto, verso la risoluzione di problemi con il ricorso all’intuizione, all’attenta analisi simultanea di svariati fattori in atto, tenendo conto della scarsità o addirittura della mancanza di apporti finanziari adeguati. Leggi tutto “Biennale di Venezia / Alejandro Aravena: l’architettura nell’età dell’impermanenza”

Pavia / Arte ed artisti del Padiglione Tibet al Castello Visconteo

Ombrelli e Khata al Padiglione Tibet, Castello Visconteo di Pavia, 2016 (foto Gigi Marussi)
Ombrelli e Khata al Padiglione Tibet, Castello Visconteo di Pavia, 2016 (foto Gianni Marussi)

L’undici Marzo 2016 con la sobrietà ed eleganza che distingue la scuola lombarda dell’art director Ruggero Maggi, una magnifica mostra è stata inaugurata al Castello Visconteo di PaviaPadiglione Tibet. Spiritualità ed Arte come cibo per la mente e per l’anima. Leggi tutto “Pavia / Arte ed artisti del Padiglione Tibet al Castello Visconteo”

Granze (PD) – Scoperti nuovi affreschi di Giovanni Biasin a Ca’ Conti- parte II

G. Biasin, decorazione della loggia ottocentesca, Ca' Conti
G. Biasin, decorazione della loggia ottocentesca, Ca’ Conti, Granze, foto Octavian Micleusanu

Prosegue in questa sede la descrizione delle inedite decorazioni di Ca’ Conti oggi Rusconi Camerini alle Granze (PD), in prossimità di Vescovana, con la parte relativa ai dipinti non visibili al pubblico. Gli interni della villa sono infatti visitabili dal 10 maggio 2014 e una descrizione comparativa degli affreschi sarà prossimamente pubblicata e documentata all’interno del libro di Roberta Reali “Giovanni e Vittorio Biasin. I taccuini”, in via di pubblicazione presso i tipi dell’Accademia dei Concordi Editore di Rovigo.

“A nord del Salone da Ballo si apre la grande Sala da Biliardo, interamente dipinta in finto legno, cui seguono, a est, le tre piccole stanze, rivestite rispettivamente con pannelli in finto marmo verde (Biblioteca), carta da parati trompe l’oeil color violetto recante il motivo del giglio, il plafond con arabesco (Salotto fumatori), e una mantovana con nappe in stile neomedievale dipinta all’altezza del fregio (Camerino adiacente).
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Cesar Franck alla chitarra: il nuovo cd di Laura Mondiello

Veduta di Delft da una loggia immaginaria, 1663. Delft, Stedelijk Museum het Prinsenhof Collection of the Cultural Heritage
Veduta di Delft da una loggia immaginaria, 1663. Delft, Stedelijk Museum het Prinsenhof Collection of the Cultural Heritage

Tre tastiere, 46 registri, 2796 canne: è l’organo costruito da Aristide Cavaillé-Coll per la Basilica di Sainte-Clotilde a Parigi. L’organo di César Franck, che lo inaugurò nel 1859 e ne fu l’organiste titulaire fino al 1890, l’anno della sua morte.
In chiesa il divino va facendosi umano, ma quando parla con questa voce possente non si è ancora spogliato di tutto per salire sul Golgota con la croce.
Una magnificenza lontanissima dall’archetipo di chitarra, sei nude corde a far vibrare l’aria che si nasconde, piccola e buia, dentro il legno.
Si dirà che L’organiste, la raccolta di 59 piccoli pezzi scritti da Franck durante i suoi ultimi, malati mesi, è pensata per uno strumento diverso, l’harmonium, una specie di organo in veste da camera, che alla magniloquenza preferisce l’espressività: meno registri, ma più duttili nel graduare l’intensità del suono.

Laura Mondiello, La guitare et l’organiste, Stradivarius, 2013, STR33960
Laura Mondiello, La guitare et l’organiste, Stradivarius, 2013, STR33960

Non a caso venne ribattezzato orgue expressif. Eppure anch’esso capace di uno spiegamento notevole di forze musicali: di solito, uno o due manuali di cinque ottave ciascuno, un doppio mantice a pedaliera, un serbatoio dell’aria e quattro serie di ance o registri.
Tutt’altro che poco.
Tutt’altro che chitarra.

Eppure, nel realizzare il suo cd La guitare et l’organiste, recentemente edito da Stradivarius, la chitarrista Laura Mondiello non è stata affatto inibita da questa evidente disparità di forze, né, d’altro canto, ha cercato un approccio competitivo col modello fissato sulla carta dal compositore, alla maniera, per esempio, di Kazuhito Yamashita nel suo disco d’esordio, una trentina d’anni fa, con la provocatoria proposta dei Quadri da un’esposizione di Mussorgsky realizzati sulla chitarra. D’altronde la Mondiello ha forgiato il suo talento musicale alla scuola di Stefano Grondona, un artista capace di liberare la sua chitarra da qualunque cliché – si tratti di spagnolismi o presunti limiti strutturali dello strumento, poco importa – per trasformarla nella voce purissima di una consapevole fragilità umana, che trova la sua forza invincibile nel saper evocare mondi, e nel poterli possedere in quel solo, cruciale attimo del loro disvelamento.

Giuseppe Carter
Giuseppe Carter

Altrettanto significativa la sua partecipazione a diversi seminari di fenomenologia della musica tenuti da Konrad von Abel, il discepolo del grande Sergiu Celibidache.
Con queste premesse, è naturale che la via della trascrizione non sia per lei una condizione di minorità, da accettare obtorto collo, pur di colmare con letteratura illustre le presunte lacune nel repertorio originale del proprio strumento, ma anzi diventi un percorso naturale verso la musica come esperienza di vita, prima che fenomeno culturale.
Così, incuriosita dalla traccia lasciata da Segovia, che negli anni Venti aveva realizzato una versione per chitarra di quattro fra questi pezzi, la Mondiello si è dedicata a studiare l’opera intera, per capire se quel senso di confortevole quotidianità che emana da una raccolta pensata per l’uso liturgico del tempo ordinario, potesse avere delle affinità concrete, oltre che elettive, con la scrittura chitarristica. E nel distillare dal tutto ventotto miniature, ha trovato quella che lei stessa nel booklet del cd ha chiamato la sua loggia di Delft, ispirandosi al celebre dipinto di Vosmaer, in cui il pittore olandese realizza una veduta della sua città con la migliore acribia fiamminga, ma inquadrandola da un osservatorio fantastico: una loggia, appunto, inesistente. Se da quel punto di vista anche lo scorcio più consueto si arricchisce di particolari inaspettati, allo stesso modo i percorsi armonici di Franck, che sperimentano nuove relazioni, trasgressive del tonalismo, fino alla sua sospensione, acquistano nella riscrittura chitarristica dalla Mondiello la meraviglia della sorpresa.

Cesar Franck
Cesar Franck

Inattesa è la sua chitarra, eppure autentica, come lo era la visione di Daniël Vosmaer, e per spiegarlo forse può aiutarci un altro figlio illustre di Delft, quell’Ugo Grozio, che è stato il padre del giusnaturalismo moderno: il suo auspicio ad un diritto di natura, al tempo stesso fondato su principi universali e fondamento di ogni ordinamento giuridico positivo, mi sembra assai vicino alla consapevolezza di Vosmaer, che sa di creare un’immagine autentica della sua Delft, nonostante il punto di osservazione immaginario, proprio perché sotto quella sua personalissima loggia non c’è l’arbitrio, ma un sentire comune sotteso ed autentico, che tanto l’artista quanto il legislatore devono conoscere e rispettare per conferire verità al proprio agire.
A suggellare questo percorso interpretativo, un’opera ben più famosa: Prélude, Fugue et Variation op 18, tratta dai Six pièces pour Grand-Orgue, e rielaborata per due chitarre dal musicologo Matanya Ophee; qui la Mondiello è egregiamente affiancata da un musicista dal percorso assai simile ed intersecato con il suo, Giuseppe Carrer, da anni autorevole cultore del repertorio ottocentesco, e in particolare della prassi esecutiva della musica di Sor e Aguado, nonché membro dell’ensemble Nova Lira Orfeo, fondato nel 2002 da Stefano Grondona per la riscoperta del repertorio cameristico creato dal chitarrista catalano Miguel Llobet.
I ventotto brevi ma intensi episodi della giornata di un organista, o di un chitarrista, o forse di un uomo, che, al limitare delle tenebre, medita sul suo destino, diventano un itinerarium mentis se non ad Deum, almeno all’eterno, umanissimo divenire di un tema che si fa strada preludiando, prende forma e consistenza nella fuga, per trasfigurarsi nel variare, e fare ritorno al silenzio.
Nicoletta Confalone