La 60ª Biennale d’Arte di Venezia: “Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere”

La 60ª Biennale d’Arte di Venezia, curata da Adriano Pedrosa e intitolata

60. Mostra Internazionale d’Arte Contemporanea. Padiglione Germania. Photo Octavian Micleusanu

“Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere”, è stata accolta dalla critica come una delle edizioni più politiche e coraggiose degli ultimi anni. Fin dai primi giorni, giornalisti e studiosi hanno sottolineato come questa Biennale abbia spostato il baricentro dell’arte contemporanea verso le periferie del mondo, dando voce a chi spesso rimane ai margini del sistema: artisti indigeni, migranti, outsider, comunità queer, figure provenienti da contesti culturali non occidentali.
Secondo molte testate, tra cui Artribune e Artbooms, Pedrosa ha costruito una mostra che non si limita a parlare di “stranieri”, ma che è essa stessa straniera rispetto ai canoni abituali delle grandi esposizioni internazionali. La presenza massiccia di artisti provenienti dall’America Latina, dall’Africa, dall’Asia e dalle comunità indigene ha dato vita a un panorama visivo e concettuale sorprendentemente vario, spesso lontano dalle estetiche dominanti del mercato occidentale.
La critica ha riconosciuto come uno dei punti di forza dell’edizione la qualità dei padiglioni nazionali, considerati da molti il vero cuore pulsante della Biennale.

Internazionale d’Arte Contemporanea, Arsenale. Performance inaugurale al Padiglione Italia firmato da Massimo Bartolini. Photo Octavian Micleusanu

Il Padiglione Italia all’Arsenale, affidato a Massimo Bartolini, è stato definito una scelta meditata e controcorrente. Altri padiglioni – come Polonia, Germania, Brasile, Australia – hanno affrontato temi urgenti come la guerra, la memoria, la crisi climatica e le migrazioni con linguaggi potenti e spesso emotivamente coinvolgenti.

60. Mostra Internazionale d’Arte Contemporanea. Angelo Buttafuoco, Presidente della Biennale, Photo Octavian Micleusanu

Uno degli aspetti più apprezzati è stato il ritorno dell’artigianato come linguaggio artistico contemporaneo. Tessiture, ceramiche, intrecci, materiali naturali e tecniche tradizionali sono stati reinterpretati in chiave politica e poetica, offrendo un’alternativa alla freddezza tecnologica che spesso domina l’arte contemporanea. Secondo About Art on Line, questa scelta ha rappresentato un “ristoro” per lo sguardo, un modo per riconnettere l’arte alla manualità, alla storia e alle comunità.
Naturalmente, non sono mancate le critiche. Alcuni osservatori hanno sottolineato l’eccessiva densità della mostra, che con oltre 300 artisti rischia talvolta di disperdere l’attenzione del visitatore. Altri hanno notato la quasi totale assenza della tecnologia digitale, un’assenza sorprendente in un’edizione che parla di globalizzazione, identità e mobilità. Anche la qualità dei padiglioni è stata giudicata molto variabile.

Internazionale d’Arte Contemporanea. Padiglione Ungheria. Photo Octavian Micleusanu

Tra i padiglioni nazionali, alcuni hanno conquistato premi ufficiali e un forte consenso critico. Il Padiglione Australia ha ottenuto il Leone d’Oro, grazie a un progetto che intrecciava memoria indigena, spiritualità e politica con una forza visiva rara. La critica lo ha definito un padiglione capace di unire poesia e denuncia, radici e contemporaneità.
Due menzioni speciali sono andate alla Lituania e alla Polonia. La Lituania ha convinto per la delicatezza concettuale e la capacità di affrontare il tema dello “straniero” in modo intimo e raffinato. La Polonia, invece, ha presentato uno dei lavori più intensi dell’intera Biennale: un karaoke in cui rifugiati ucraini invitano il pubblico a ripetere i suoni delle armi, trasformando il trauma della guerra in un’esperienza collettiva e partecipativa.

Internazionale d’Arte Contemporanea. Padiglione Brasile. Photo Octavian Micleusanu

Accanto ai premi ufficiali, la stampa specializzata ha individuato altri padiglioni come punti di riferimento dell’edizione. Il Brasile è stato molto apprezzato per la sua riflessione sulle identità indigene e sulle tensioni ambientali, con un allestimento ricco e politicamente incisivo. La Germania ha colpito per la sua narrazione sulla crisi climatica e sulle migrazioni, con installazioni che evocano scenari di fuga e sopravvivenza. Anche il Belgio e il Cile hanno ricevuto giudizi molto positivi per la qualità degli allestimenti e la profondità dei temi affrontati.

Internazionale d’Arte Contemporanea. Arsenale, Lauren Halsey, Keepers of the Crown. Photo Octavian Micleusanu

Nel complesso, la critica ha riconosciuto come migliori quei padiglioni che hanno saputo interpretare il tema dello “straniero” non in modo illustrativo, ma come lente per leggere il presente: guerre, migrazioni, identità, memoria, crisi climatica.
Tra tutti, Australia, Polonia, Brasile e Germania emergono come protagonisti dell’edizione “ufficiale”, capaci di unire forza politica, qualità estetica e profondità concettuale. Fascinoso l’intervento arcaizzante della losangelina  Lauren Halsey che celebra la cultura afroamericana nel capitello athhorico dell’elegante colonnato installato alle Tese dell’Arsenale,  Keepers of the Crown.

Internazionale d’Arte Contemporanea. Padiglione Africa. Photo Octavian Micleusanu

Nonostante queste riserve, la stampa è concorde nel definire la 60ª Biennale una mostra che lascia il segno. Una Biennale che non cerca l’effetto spettacolare, ma la complessità; che non punta sulla provocazione facile, ma sulla profondità; che non offre risposte, ma apre domande.
È un’edizione che invita a guardare il mondo da prospettive nuove, a riconoscere la ricchezza delle differenze e a interrogarsi su cosa significhi davvero essere “stranieri” – includendo noi stessi.
Da notare la trionfale ondata di artisti e padiglioni africani disseminati per tutta la città con opere “giovani” e freschissime, allestimenti strepitosi, outfit arditi e magnificamente indossati e vivacissimi vernissage.

Internazionale d’Arte Contemporanea. Padiglione Centrale. Photo Octavian Micleusanu

In definitiva, la critica ha letto la bella Biennale di Pedrosa  come un atto politico e poetico insieme: un grande mosaico di identità, storie e linguaggi che ridefinisce il ruolo dell’arte contemporanea nel raccontare il nostro tempo.

Cronenberg alla Fondazione Prada con le cere anatomiche de La Specola di Firenze

La Fondazione Prada non è nuova a collaborazioni con registi di caratura internazionale.

David Cronenberg, Cere anatomiche e disegni de La Specola esposti alla Fondazione Prada a Milano, da “Intoscana” web

Con la mostra “Cere anatomiche: La Specola di Firenze | David Cronenberg” si aggiunge un tassello fondamentale al progetto di ricerca che vede l’apertura ad altre importanti istituzioni museali, che è iniziata nel 2019 con “Spitzmaus Mummy in a Coffin and Other Treasures“, curata da niente di meno che Wes Anderson.
Per il progetto espositivo, la Fondazione Prada ospita nella sua sede di Milano parte della collezione de La Specola, facente parte del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, fondata nel 1775 dal visionario Granduca Pietro Leopoldo di Toscana.
Questa volta il curatore è il celeberrimo regista cult canadese David Cronenberg, fresco del successo critico del suo nuovo lungometraggio Crimes of the Futures.
La Specola ospita oltre 3,5 milioni di esemplari animali, la più grande collezione al mondo di cere anatomiche del XVIII secolo e la collezione del ceroplasta siciliano Gaetano Giulio Zumbo.
(1656-1701). Tra le opere in cera, di particolare bellezza e fascino, vengono presentate quattro figure femminili reclinabili, le cosiddette Veneri. L’esposizione milanese riunisce tredici ceroplasti raffiguranti modelli anatomici femminili con l’intento di focalizzarsi sulla rappresentazione dei corpi delle donne.
Tali modelli mostrano come il corpo femminile fosse visto in una società coeva puramente patriarcale, con un tocco artistico tanto inconfondibile quanto straniante, considerato che le cere furono create prima di tutto come strumento didattico per permettere di studiare l’anatomia del corpo umano.
Con questa operazione semantica le cere della Specola, esposte in Fondazione Prada, vengono ricontestualizzate, assurgendo a opere d’arte, comunicando con gli spazi concepiti da Rem Koolhaas.
A completare la mostra, un suggestivo cortometraggio del regista canadese, sempre affascinato dai corpi, che concentra il suo sguardo sull’espressione estatica delle Cere, ispirato dall’approccio artistico degli scultori dell’epoca.
Secondo il regista: «È stata questa scelta insolita degli scultori ad aver scatenato la mia immaginazione. E se la dissezione avesse indotto la sensazione di estasi, quel rapimento quasi spirituale?»
Dan Bonahms

Cere anatomiche: La Specola di Firenze | David Cronenberg
Milano, Fondazione Prada, 24 marzo – 17 luglio 2023

#Venezia 76 / Brad Pitt – Per aspera ad Astra

 

lido di venezia. 01 settembre 2019. festival venezia ’76. foto di Valentina Zanaga

Con “Ad AstraJames Gray gira il suo primo film fantascentifico dopo il romantico “Two Lovers” ed il dramma “I padroni della notte”.
Il protagonista è un astronauta interpretato da Brad Pitt che viene arruolato per un viaggio interstellare verso Nettuno alla ricerca del Padre (Tommy Lee Jones) di cui non si hanno più notizie da almeno 10 anni. Leggi tutto “#Venezia 76 / Brad Pitt – Per aspera ad Astra”

Venezia 73 / The Bad Batch. Il film difettoso

 

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Venezia 73. Jason Amomo e Suki Waterhouse in una scena del film The Bad Batch, diretto da Ana Lily Amirpour

Il secondo lungometraggio della regista statunitense di origini iraniane, Ana Lily Amirpour, si aggiudica il Premio speciale della Giuria alla 73esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. In seguito all’acclamato A girl walks home alone at night (2014), The Bad Batch era senza dubbio uno dei film più attesi tra quelli in concorso e uno di quelli che ha fatto più discutere. Leggi tutto “Venezia 73 / The Bad Batch. Il film difettoso”