Trieste / “Juliet” compie trent’anni

Un'opera di Pino Pinelli fotografata sulla copertina di Juliet, dicembre 1993
Un'opera di Pino Pinelli fotografata sulla copertina di Juliet, dicembre 1993
Oltre la linea di confine che individua la rivista d’arte, l’associazione culturale, il marchio di promozione artistica e di produzione d’oggetti di design, gadgets e preziosi allegati, oggi “Juliet” compie trent’anni.
Per festeggiare l’evento il 31 marzo 2011 alla Biblioteca Statale di Trieste si terrà un brindisi d’inaugurazione della mostra retrospettiva “Juliet 30 years” dove, accanto a “documenti, progetti originali, primi numeri della rivista, produzioni extraeditoriali” si troveranno le opere originali di Maurizio Cattelan, Piero Gilardi, Annamaria Iodice, Milan Kunc, Claudio Massini, Giovanni Pulze, Antonio Sofianopulo, Oreste Zevola e le foto di Fabio Rinaldi.
Le celebrazioni del trentennale, iniziate in realtà nel dicembre 2010 e proseguite con un infilata d’eventi, tra cui i più recenti, il 15 e il 22 marzo, l’opening in due location (Miti Café di via Torrebianca e Bar Ferrari di via San Nicolò) per le “Piccole sculture per il cuore” di Tiziana Pecorari e, in previsione, il 2 aprile la vernice della personale di Alberto Rocca e, il 14 aprile, allo Spazio Juliet (in via Madonna del Mare 6, h 18.30) una mostra di Nino Barone.
Qualche domanda a Roberto Vidali, direttore di Juliet Art Magazine.

In quale clima è nata l’idea di creare una rivista d’arte?
“La chiusura improvvisa della gloriosa testata ‘Data’ ci illuse che un varco si fosse aperto per una proposta nuova e alternativa al sistema”.

Chi c’era tra i soci fondatori?
Il primo numero della rivista “Juliet” vide la luce nel dicembre del 1980 grazie allo sforzo di sei sognatori: Davio Fabris, Giuliana Ferrara, Rolan Marino, Antonio Sofianopulo, Roberto Vidali, Oreste Zevola. L’associazione vide la luce più tardi, nel senso che quelli che rimasero, fecero quadrato e rifondarono l’esperienza della rivista all’interno di un’associazione. Questo successe il 12 dicembre del 1986”.

Qual è l’ingrediente che ha reso la tua rivista tra le più originali in Italia?
“Piero Gilardi sostiene che il quid di “Juliet” sia il continuo dialogo con gli artisti emergenti e con delle scelte esterne alla volontà coercitiva del mercato ufficiale. Io credo che molto dipenda dalla determinazione, dalla capacità di osare, dai molti sostegni che ci sono stati dati, dalla stima e dall’amicizia che molte persone hanno nei nostri riguardi”.

Come sono nate, ad esempio, le collaborazioni con Cattelan, Ontani, Kostabi?
“Ogni iniziativa è nata con molta semplicità. Maurizio Cattelan aderì alla festa dei nostri primi dieci anni e da lì sortirono gli appuntamenti successivi, fino alla mostra nello spazio “Juliet” nel 1992, la copertina e i vari servizi che gli vennero dedicati”. Per Luigi Ontani il legante fu la passione che noi si dimostrò per la particolarità del suo lavoro e per gli rispetto che gli dedicammo nel cercare di presentarlo al meglio. Con Mark Kostabi il tramite fu un nostro collaboratore: l’irrestringibile Luciano Marucci”.

Com’è cambiato il pubblico di “Juliet” in questi trent’anni?
“Credo che ci sia stato un evidente giro di boa: pochi sono gli affezionati della prima ora, molte sono le forze fresche e nuove: tra questi pubbliche istituzioni, gallerie, collezionisti, amatori. Pochi sono gli artisti abbonati. Credo che per lo più gli artisti desiderino poterla sfogliare gratis oppure usare la rivista come zeppa per un tavolo ballerino”.

Leggi tutto “Trieste / “Juliet” compie trent’anni”

La modernità di Tamara de Lempicka al Vittoriano

Tamara de Lempicka Il telefono, 1930 Olio su tavola, 34,9 x 26,9 cm Collezione privata ©1980 TAH / Museum Masters International NYC
Tamara de Lempicka Il telefono, 1930 Olio su tavola, 34,9 x 26,9 cm Collezione privata ©1980 TAH / Museum Masters International NYC

Le morbide curve delle odalische di Ingres e i solidi volumi geometrici del cubismo sintetico. La linea serpentinata e i colori  metallici del Pontormo  e l’algida perfezione formale del Bronzino, sommate all’esaltazione della tecnologia e al dinamismo futurista, congelato tuttavia nel ritorno all’ordine internazionale degli anni Venti. Gli Anni Folli: tutto questo e ancor di più nella pittura Déco di Tamara de Lempicka, nuovamente alla ribalta con una grande mostra (oltre 120 tra dipinti, foto e film) recentemente inaugurata al Complesso del Vittoriano a Roma, Tamara de Lempicka. La regina del moderno. La pittrice della mondanità e dell’emancipazione femminile, nata a Mosca (1898-1980) da madre polacca di origine francese e dal ricco padre ebreo russo, dipinge familiari ed amici in un contesto di ricchezza, fascino e raffinatezza, ma anche di trasgressione e glamour che è quello stesso che permea la sua vita. Travestita da contadina polacca  si presenta con un oca al guinzaglio ad una festa al futuro marito, Tadaeusz Lempicki; Tamara incarna lo stile aggressivo e disinibito della donna metropolitana che ritrae nelle sue tele: libera nei costumi sessuali fa uso di cocaina, ama uomini e donne che spesso ritrae nelle sue opere; seduce e respinge perfino un attempato D’Annunzio, nell’intento di ritrarlo per ricavarne pubblicità. Allestisce grandi e costose feste, conosce e frequenta gli artisti delle avanguardie, assorbendone l’insegnamento e, nel pieno spirito del Déco, si diletta anche come arredatrice, realizza abiti e  crea un colore per rossetto della Revlon. Il suo successo è enorme nella prima parte della sua vita, cui segue il matrimonio col Barone Kuffer e, dopo la crisi del ’29 un periodo di depressione, la svolta pauperista e astrattista. Quindi il trasferimento negli Stati Uniti e nel Messico, l’ oblio e poi, dal 1972, il rilancio e un successo crescente che perdura ancor oggi. Le ceneri di Lempicka, scomparsa nel 1980, sono state asperse sul vulcano Popocatepeti.

Tamara de Lempicka. La regina del moderno
Complesso del Vittoriano
Via san Pietro in Carcere, Fori Imperiali, Roma
11 Marzo – 3 luglio 2011
lun-gio 9.30-19.30; ven sab 9.30-23.30; dom 9.30-20.30
tel 06 780664
[email protected]

Obiettivo Donna al Digital Photo Fest di Lucca

LDPFFino al 12 dicembre, La Donna è protagonista della sesta edizione del  festival internazionale di fotografia e video arte di  Lucca, LUCCADigitalPHOTOfest: 17 mostre, workshop, conferenze di grandi autori, incontri al Photocafè hanno invaso il centro storico della città toscana.

Ospite d’onore del Festival quest’anno è l’artista statunitense Sandy Skoglun, presente a Villa Bottini fino al 30 gennaio con la retrospettiva The power of imagination, ricca delle sue immaginifiche messe in scena.
Tra le molte iniziative, è da menzionare a Palazzo Ducale l’anteprima assoluta la mostra “Bye bye baby, Marylin”,   un’ottantina d’immagini della collezione Giuliana Scimé che presentano l’attrice icona della sensualità nell’interpretazione di grandi fotografi come Richard Avedon, George Barris, Bruno Bernard Andre de Dienes, John Florea, Philippe Halsman, Tom Kelley, Bert Stern, ma anche di professionisti che l’hanno ritratta nel set e nel privato. Ci sarà inoltre una sezione “Marilyn e il desiderio collettivo” , con oggetti rari e divertenti ispirati alla diva.
Sempre a palazzo ducale, la mostra Horst P. Horst, 50 foto di moda, ritratti e studi di nudo, tra cui rarissime stampe vintage e al platino di  uno dei più celebrati fotografi glamour, ma anche un’esposizione più intima, con le foto di  Francesca Woodman (collezione Sozzani).

Sandy Skoglund,Revenge of the Goldfish, © 1981
Sandy Skoglund,Revenge of the Goldfish, © 1981

In altre sedi, si prosegue con Il dono analisi di Giorgia Fiorio (patrocinio Unesco),10013 – TriBeCa di Donna Ferrato( The W. Eugene Smith Grant in Humanistic Photography 1985).
Not only Women di Michel Comte, Paralipomeni di Paola Binante, Il Teatro della Vita di Jan Saudek, Cvetana Maneva, ritratto-istallazione dei due artisti bulgari
Boris Missirkov e Georgi Bogdanov, quindi Di treni, di sassi e di vento, lavoro sulle comunità di zingaridi Sara Munari che ha vinto il Roberto de Carlo – LUCCAdigitalPHOTO Contest 2010 e infine le 200 World Press Photo,  premiate quest’anno dalla World Press Foundation.

Leggi tutto “Obiettivo Donna al Digital Photo Fest di Lucca”

Trevignano Fotografia – Tracciati visionari

IIa edizione di Trevignano fotografia, villa Onigo, Trevignano (TV)
IIa edizione di Trevignano fotografia, villa Onigo, Trevignano (TV)

Fino al 24 ottobre la prestigiosa sede di Villa Onigo (XVI-XVII sec.) a Trevignano ospiterà tra gli affreschi di Giovanni Colombini la IIa edizione di Trevignano Fotografia, Tracciati visionari, a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune.
Dodici autori contemporanei presentano un centinaio di stampe a tema libero che hanno come denominatore comune la ricerca nel soggetto, nella materia e nella tecnica fotografica.
Specialmente interessanti le sperimentazioni rivolte alla destrutturazione dell’immagine ma anche dei supporti, condotte  investigando il farsi del processo fotografico classicamente inteso  fino a toccare il nuovo mondo del digitale. Considerevoli le incursioni della visione nel dominio dell’irreale e le indagini condotte sui classici soggetti dell’uomo, della sua storia e del paesaggio.
Una rassegna di video suddivisa in due serate,  il 15 e  il 21 ottobre (quest’ultima incentrata sulle Immagini dal mondo di Cesare Gerolimetto) completa l’evento, curato da Paolo Croci e Francesca Della Toffola.
Gli autori in esposizione: Alessandra Baldoni Raffaele Bonuomo, Francesca Della Toffola, Franco Donaggio, Luigi Erba, Alberto Furlani, Diego Landi, Michele Mattiello, Andrea Miatto, Pavel Pecha, Roberto Kusterle, Sergio Scabar.

Tracciati visionari/ IIa edizione di Trevignano Fotografia
Villa Onigo, Via  Mons. Mazzarolo N. 5
Trevignano (TV)
9-24 ottobre 2010
lun- gio: 14.30-18.30; sab: 16.00-19.00, dom. 10.00-12.00 – 16.00-19.00
venerdì chiuso (eccetto serata video)
Ingresso libero
tel 0423-672842
email: [email protected]

Kubrik fotografo – tra neorealismo ed espressionismo

Stanley Kubrik, Storia di un lustrascarpe, 1947
Stanley Kubrik, Storia di un lustrascarpe, 1947

In seguto al successo dell’allestimento milanese, la mostra Stanley Kubrik. Fotografo (1945-1950), curata da Rainer Crone, si terrà fino al 14 novembre nel veneziano Palazzo Franchetti Cavalli, sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.
Qui sono in esposizione duecento fotografie provenienti dalla Library of Congress di Washington e dal Museum of the City di NY, dove vengono conservati circa 20.000 negativi dell’artista americano, recentemente riscoperti.
Infatti ben poco era noto del Kubrik fotografo, che si cimentò dietro l’obiettivo della sua rolleiflex dal 1945 al 1950, periodo in cui, a soli 17 anni, fu assunto dalla rivista “Look”.

Fin dalle prime immagini in mostra, rigorosamente in bianco e nero, ci si rende conto che in ogni foto c’è una storia e c’è già un piccolo film. Nonostante i soggetti siano neorealisticamente tratti dalla strada, dei luoghi di studio, di lavoro, di divertimento della gente comune, la foto in realtà è studiata e costruita con la perfezione formale che si rivelerà successivamente nel cinema di Kubrik. Forte è anche il senso di partecipazione sociale dell’autore.
Il curatore cita il contemporaneo Cartier-Bresson: “Per dare un significato al mondo bisogna farsi coinvolgere dalle scene che compaiono nel mirino. Questo atteggiamento esige concentrazione, disciplina mentale, sensibilità, senso della geometria. E’ risparmiando sui mezzi che si arriva alla semplicità dell’espressione.”
Le scene di lavoro dei pescatori di Nazare, nel Portogallo (1948), sono affidate a chiarosuri netti e al contrasto delle vesti color inchiostro delle donne con la traslucente trasparenza dell’acqua, la densità dell’aria e l’arsa luminosità della sabbia. Se nelle intense sequenze dei lavoratori prevale l’espressionismo costruttivista, la descizione dei turisti ripresi in albergo, al café o tra le architetture moresche si rivela lo stile di una costruzione cinematografica hitchkockiana e i tagli grandangolari di Orson Welles.
Risale al 1947 la storia narrata per immagini della giornata di un lustrascarpe, che finisce davanti al cinema dove danno il Libro della Giungla di Alexander Korde; osservando l’allevamento di piccioni viaggiatori che il ragazzino ha allestito sui tetti di New York non si può non pensare al più tardo Fronte del Porto (1954).
Stanley Kubrik documenta poi gli esperimenti alla Columbia Universty, dove Bohr dimostrò la qualità fissile dell’uranio; le foto ritraggono studenti e professori; quella degli scienziati con il ciclotrone rimanda subito ad una spy story. Descrive l’universo del Circo, visto da dietro e fuori le quinte, cogliendone i cliché: gli acrobati, il domatore, i clown, i cuccioli animali e umani, i personaggi particolari e il notturno con il cameo dello spettacolo al suo interno. Le pose dell’attrice debuttante, il furgone cellulare ripreso con polizia e delinquenti, la vita degli studenti nell’ateneo del Michigan – il primo ad accettare le donne nel 1870 – la città degli orfani (Mooseheart), il jazz club e, a conclusione della mostra, il corto finale focalizzato sulla storia di un pugile (che cita l’opera prima di Kubrik, Prizefighter, del ’49),  Killer’s Kiss (1955), rivelano la professionalità e allo stesso tempo la prossimità ai soggetti di questo autore straordinario, che inizia con la fotografia, ma è già nel cinema, che dialoga con i maestri e con i contemporanei passando con disinvoltura da un registro all’altro e mantenendo tutavia la coerenza e limpidezza di stile che lo contraddistigueranno in tutto il successivo iter cinematografico.

Stanley Kubrik. Fotografo
Venezia, Palazzo Cavalli Franchetti
Campo Santo Stefano
28 agosto – 14 novembre 2010
10:00 – 19:00 (la biglietteria chiude alle 18:30)
tel. 199.199.111
www.mostrakubrick.it