Kubrik fotografo – tra neorealismo ed espressionismo

Stanley Kubrik, Storia di un lustrascarpe, 1947
Stanley Kubrik, Storia di un lustrascarpe, 1947

In seguto al successo dell’allestimento milanese, la mostra Stanley Kubrik. Fotografo (1945-1950), curata da Rainer Crone, si terrà fino al 14 novembre nel veneziano Palazzo Franchetti Cavalli, sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.
Qui sono in esposizione duecento fotografie provenienti dalla Library of Congress di Washington e dal Museum of the City di NY, dove vengono conservati circa 20.000 negativi dell’artista americano, recentemente riscoperti.
Infatti ben poco era noto del Kubrik fotografo, che si cimentò dietro l’obiettivo della sua rolleiflex dal 1945 al 1950, periodo in cui, a soli 17 anni, fu assunto dalla rivista “Look”.

Fin dalle prime immagini in mostra, rigorosamente in bianco e nero, ci si rende conto che in ogni foto c’è una storia e c’è già un piccolo film. Nonostante i soggetti siano neorealisticamente tratti dalla strada, dei luoghi di studio, di lavoro, di divertimento della gente comune, la foto in realtà è studiata e costruita con la perfezione formale che si rivelerà successivamente nel cinema di Kubrik. Forte è anche il senso di partecipazione sociale dell’autore.
Il curatore cita il contemporaneo Cartier-Bresson: “Per dare un significato al mondo bisogna farsi coinvolgere dalle scene che compaiono nel mirino. Questo atteggiamento esige concentrazione, disciplina mentale, sensibilità, senso della geometria. E’ risparmiando sui mezzi che si arriva alla semplicità dell’espressione.”
Le scene di lavoro dei pescatori di Nazare, nel Portogallo (1948), sono affidate a chiarosuri netti e al contrasto delle vesti color inchiostro delle donne con la traslucente trasparenza dell’acqua, la densità dell’aria e l’arsa luminosità della sabbia. Se nelle intense sequenze dei lavoratori prevale l’espressionismo costruttivista, la descizione dei turisti ripresi in albergo, al café o tra le architetture moresche si rivela lo stile di una costruzione cinematografica hitchkockiana e i tagli grandangolari di Orson Welles.
Risale al 1947 la storia narrata per immagini della giornata di un lustrascarpe, che finisce davanti al cinema dove danno il Libro della Giungla di Alexander Korde; osservando l’allevamento di piccioni viaggiatori che il ragazzino ha allestito sui tetti di New York non si può non pensare al più tardo Fronte del Porto (1954).
Stanley Kubrik documenta poi gli esperimenti alla Columbia Universty, dove Bohr dimostrò la qualità fissile dell’uranio; le foto ritraggono studenti e professori; quella degli scienziati con il ciclotrone rimanda subito ad una spy story. Descrive l’universo del Circo, visto da dietro e fuori le quinte, cogliendone i cliché: gli acrobati, il domatore, i clown, i cuccioli animali e umani, i personaggi particolari e il notturno con il cameo dello spettacolo al suo interno. Le pose dell’attrice debuttante, il furgone cellulare ripreso con polizia e delinquenti, la vita degli studenti nell’ateneo del Michigan – il primo ad accettare le donne nel 1870 – la città degli orfani (Mooseheart), il jazz club e, a conclusione della mostra, il corto finale focalizzato sulla storia di un pugile (che cita l’opera prima di Kubrik, Prizefighter, del ’49),  Killer’s Kiss (1955), rivelano la professionalità e allo stesso tempo la prossimità ai soggetti di questo autore straordinario, che inizia con la fotografia, ma è già nel cinema, che dialoga con i maestri e con i contemporanei passando con disinvoltura da un registro all’altro e mantenendo tutavia la coerenza e limpidezza di stile che lo contraddistigueranno in tutto il successivo iter cinematografico.

Stanley Kubrik. Fotografo
Venezia, Palazzo Cavalli Franchetti
Campo Santo Stefano
28 agosto – 14 novembre 2010
10:00 – 19:00 (la biglietteria chiude alle 18:30)
tel. 199.199.111
www.mostrakubrick.it

A passo di danza con Pina Bausch sotto i portici di Ferrara

Ferrara, Corso Martiri della Libertà
Omaggio a Pina Bausch, Corso Martiri della Libertà, Ferrara. Foto: Marco Caselli Nirmal

La città di Ferrara offre un singolare tributo alla grande coreografa scomparsa Pina Bausch in occasione dell’apertura della stagione di danza 2010/2011: Marco Caselli Nirmal, fotografo ufficiale del Teatro Comunale di Ferrara, è stato incaricato dell’installazione fotografica che dal 23 settembre scorso fino al prossimo 10 dicembre sarà fruibile a tutti i passanti sotto i portici del corso Martiri della Libertà, nel cuore della città estense.

Dodici splendide gigantografie persentano infatti l’opera di Pina Bausch secondo Nirmal, che ne coglie il potente afflato naturalistico nella Saga della Primavera (dalla famosa opera di Stravinsky), l’irruzione della vita quotidiana sulla scena nel Café Müller, e l’espressione della sensualità in una donna matura nel Kontakthof.
Molto intensi sono inoltre i ritratti  della grande artista tedesca che ci vengono restituiti dal penetrante obiettivo di Marco Caselli Nirmal nel suo Omaggio a Pina Bausch.

67^ Biennale cinema – Silent Souls (Ovsyanki)

67^ Biennale Cinema VeneziaIl regista russo Aleksei Fedorchenko, torna a Venezia con Silent Souls (Ovsyanki) film in concorso alla 67^ Biennale del Cinema, con il quale si aggiudica il premio Osella per la miglior fotografia.

Fedorchenko aveva già partecipato al Festival nel 2005 con il suo film d’esordio Pervye na Lune (First on the moon) un documentario con il quale vinse la sezione Orizzonti.
Ispirato al breve racconto di Denis Osokin, giovane autore e sceneggiatore kazako, Ovsyanki (Zigoli, dal nome degli uccellini chiave della vicenda) racconta un viaggio attraverso la memoria della propria terra. Alla morte della moglie, Miron chiede al suo amico Aist (voce narrante) di aiutarlo a praticare i rituali della cultura Merja, un’antica tribù ugro-finnica. I due uomini partono quindi per un viaggio che li porterà attraverso terre sconfinate. Lungo il tragitto Miron condivide i suoi ricordi più intimi, ma quando raggiungerà le rive del lago Nero, dove si separerà definitivamente del corpo della moglie, cremato sulla spiaggia, si accorgerà di non essere stato il solo ad amare Tanya. La cerimonia funebre darà ad Aist l’opportunità di riflettere sulla perdita del padre, che lo educò alla memoria.

La pellicola, d’impronta documentaristica, approfondisce i temi della morte (intesa sia come perdita personale che collettiva), che scorre lungo tutto il film e del recupero delle tradizioni, come quella della popolazione Mari, assorbita dai russi nel XVII secolo, che cerca di resistere al dominio culturale. Certo, un modo di fare cinema etno-antropologico che rappresenta una tappa fondamentale nella personale ricerca del regista sulle etnie della middle-russia.

Silent Souls, Aleksei Fedorchenko, Biennale cinema 2010
Silent Souls, Aleksei Fedorchenko, Biennale cinema 2010

Il tutto ruota attorno all’amore e all’acqua (che i Merja considerano un luogo sacro in cui morire e disperdersi) con un senso di morte che, come spesso accade nel mondo slavo, esalta la vita. Come Aist afferma, infatti, “la tristezza avvolge come una madre”, ragion per cui può perfino generare serenità. Ecco allora che i paesaggi, desolati e freddi, risultano carichi di malinconia, così come i volti degli interpreti, catturati da brevi primi piani.
L’andamento del film è lento, ma ricco di particolari interessanti. Significativa è la scena in cui il marito lava il corpo inerme della moglie con la vodka (forse la stessa che le versava addosso quando facevano l’amore); lei è sul letto e lui le gira intorno, il tutto in un perfetto e simmetrico piano sequenza a inquadratura fissa. Silent Souls mostra in modo poetico come l’amore sia in grado di superare la morte e sottolinea l’importanza di riti e tradizioni di fronte alle sfide esistenziali.

Francesca Galluccio
Titolo: Silent Souls / Titolo originale: Ovsyanki /  Regia: Aleksei Fedorchenko / Sceneggiatura: Denis Osokin / Fotografia: Mikhail Krichman / Montaggio: Serguei Ivanov, Anna Vergun, Violetta Kostomina / Scenografia: Ayrton Khabibulin / Musiche: Andrei Karasyov / Interpreti: Igor Sergeyev, Yuriy Tsurilo, Yuliya Aug / Produzione: Igor Mishin, Mary Nazari / Nazionalità: Russia, 2010 / Durata: 75’

Il Teatro del Sogno da Chagall a Fellini / Intervista a Luca Beatrice

Magritte - L’avenir des voix 1927
Magritte - L’avenir des voix 1927

Dalle Avanguardie alla Transavanguardia, attraversando il neoavanguardismo che dalla fine degli anni ’50 si spinge fino ai tardi anni ’70: la mostra Il Teatro del Sogno da Chagall a Fellini (Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia) percorre un secolo di rivoluzioni artistiche che si sono generate in primis da rivoluzioni della coscienza e dalla consapevole  irruzione dell’inconscio nella vita quotidiana, ricercata attraverso la pratica dell’arte.

Il cinema ha un ruolo speciale nella storia del XX° secolo, in quanto, come settima arte, ha fatto sognare le masse di tutto il mondo. Rivolgiamo a questo proposito qualche domanda a Luca Beatrice, curatore dell’esposizione perugina, che annovera opere dei più grandi maestri del secolo, in un percorso storico artistico che esordice con i tardoromantici Böcklin e Klinger, citando l’imprescindibile metafisica di De Chirico, l’onirismo di Previati per poi entrare pienamente nel tema con i Dalì, Delvaux, Ernst, Magritte, Man Ray,Tanguy, quindi, l’esplosivo Gallizio e i pronipoti  Botero, Chia, Paladino, Schnabel, Salle – e il macabro Hirst.

Perchè una mostra sull’inconscio e sul sogno oggi?

Una mostra sul sogno non ha tempo in quanto parla alla parte più intima di ogni uomo. Esattamente come l’arte che fino dalle proprie origini ha sempre saputo rappresentare mondi diversi, a cominciare da quello
onirico.
Mi piace pensare a Teatro del Sogno come a una mostra capace di condurre lo spettatore in un viaggio libero da coordinate temporali o spaziali attraverso visioni fantastiche e universi inesplorati.
L’idea della mostra nasce in particolare da un libro che ho amato molto: Teatro del sonno, pubblicato da Guido Almansi e Claude Béguin nel 1987. Si trattava di una raccolta di stralci romanzeschi, racconti, parti di saggio che descrivevano il rapporto tra la creatività letteraria e il mondo del Sogno. Da qui il passaggio alle arti visive che trovano un punto di incontro con la letteratura proprio nella volontà di rappresentare il confine tra reale e immaginario, tra il sonno e la veglia.

Qual è secondo lei l’apporto del Surrealismo, anzi dei Surrealismi, all’immaginario contemporaneo?

Il Surrealismo non ha avuto un percorso di nascita, sviluppo e fine, i suoi confini sono restati labili nei decenni permettendogli di essere ancora perfettamente attuale senza mai smettere di esistere.
Siamo davanti a quella che appare come un’unica avanguardia espansa e in evoluzione, difficilmente controllabile e sorprendentemente attuale. Lo stesso termine “surreale” è spesso usato nel linguaggio comune.
La sua forza è stata quella di coinvolgere ogni campo creativo, oltre alle arti visive, la letteratura, il cinema,
il teatro, e la mancanza di una un’unica forte figura di riferimento in campo visivo come era stato per le altre avanguardie storiche.
Ciò che unisce le diverse personalità che aderiscono al movimento è identificabile nella predisposizione da parte di questi artisti a indagare sfere alternative della realtà, caratteristica riscontrabile in artisti
appartenenti a generazioni recenti come Fernando Botero e Julian Schnabel. Leggi tutto “Il Teatro del Sogno da Chagall a Fellini / Intervista a Luca Beatrice”

67^ Biennale Cinema Venezia – I film premiati

Con la proiezone di una spettacolare Tempesta si conclude al Lido di Venezia la 67a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica: non pesano i quattrocento anni del dramma Shakespeariano in cui il potere della magia viene superato dalla compassione.
La regia è di Julie Taymor (autrice di Frida e di Across the Universe) con la partecipazione di una stepitosa Helen Mirren  nel ruolo di un Prospero tutto

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La regista Julie Taymor e gli interpreti Helen Mirren e Djimon Hounsou (The Tempest) foto Francesca Galluccio

volto al femminile, che disegnando effetti speciali e quadri astrali tra terra e cielo riesce a dominare tutti gli elementi di natura e, infine, anche la propria sete di vendetta.

Quest’anno al Lido una kermesse di 84 film in prima internazionale, di cui 24 in concorso e gli altri distribuiti nelle sezioni Fuori Concorso, Orizzonti, Controcampo italiano, che puntualmente suscita vivaci controversie al momento della premiazione: infatti contestatissimo quest’anno il leone d’oro al film Somewhere di Sofia Coppola, stigmatizzata come ex-fidanzata del presidente della Giuria, il  vulcanico Quentin Tarantino, come se non avesse già dato prova di sé in Lost in Translation e in Marie Antoniette.

Stephen Dorff ed Elle Fanning in Somewhere
Stephen Dorff ed Elle Fanning in Somewhere di Sofia Coppola

In realtà il film, che non si eleva dalla qualità non eccezionale dei lungometraggi in concorso, è godibile, coerente e ben confezionato, protagonista un attore, l’annoiatissimo Stephen Dorff, che vive una vita completamente artificiale nel lusso dello star system holliwoodyano in un susseguirsi di episodi e camei, ambientati nel retroscena tra alcool e donnine a go-go, nella cornice del leggendario Hotel Chateau Marmont di L.A. Leggi tutto “67^ Biennale Cinema Venezia – I film premiati”