Moda in rosso a Matera

Livia Skugor indossa un modello di Michele Miglionico sulla scalinata della chiesa di San Francesco a Matera
Livia Skugor indossa un modello di Michele Miglionico sulla scalinata della chiesa di San Francesco a Matera

Proprio nel centro di Matera, uno dei primi siti abitati d’Italia (fin dal Paleolitico) già scelta da registi come Pasolini, Rosi, Lattuada, Tornatore, Gibson per l’ambientazione dei loro film si è tenuta, nella cornice scenografica costituita dalla facciata barocca della chiesa di San Francesco d’Assisi (1670), la terza edizione del Premio Moda “Città dei Sassi”.
Il Concorso Nazionale per Giovani Stilisti quest’anno è stato vinto da Anna Mattarocci, originaria di Cagliari, che si è aggiudicata anche il Premio Giovani Stilisti; al secondo posto Luca Tommasoli di Gubbio (Perugia) e al terzo posto Cecilia Lopedota di Altamura (Bari; il Premio della Critica è stato assegnato a Chiara Banelli di Tolmezzo (Udine).
Sulla spettacolare scalinata della chiesa hanno sfilato gli abiti di otto giovani finalisti e, per il gran finale, Michele Loprieno ha presentato la passerella “in rosso” dello stilista d’haute couture e presidente della giuria, Michele Miglionico: il colore è simbolo d’amore e di passione per la sua terra, la Basilicata. La modella croata Livia Skugor ha indossato i capi più significativi dello stilista di questi ultimi anni. “La Città dei Sassi”, afferma Miglionico nel suo discorso, “è il connubio perfetto tra moda e bellezze naturali che può candidarsi non solo a Capitale Europea della Cultura 2019 ma anche dell’ Alta Moda”.

José Muñoz e Vanna Vinci al Festival del fumetto di Bologna


José Muñoz, una tavola tratta da "Carlos Gardel", 2008
José Muñoz, una tavola tratta da "Carlos Gardel", 2008

Nell’ambito della quinta edizione di BilBOlbul-Festival Internazionale del fumetto, il Museo Civico Archeologico di Bologna ha dedicato una duplice esposizione conclusa il 10 aprile scorso a due maestri del mondo del fumetto e dell’illustrazione:  José Muñoz e Vanna Vinci.
La mostra dell’argentino Muñoz (visto l’anno scorso a Ca’ Pesaro con la strepitosa storia del Tango di Gardel) “Come la vita” è stata allestita come un viaggio in  retrospettiva della sua vita d’artista, dalle ultimissime produzioni sino ai primi anni da fumettista a Buenos Aires. Le opere del disegnatore di Buenos Aires erano ordinate come un flash-back degli ultimi quarant’anni di attività, di ricerca e di sperimentazione nel campo del fumetto d’autore. Compagno di questa ricerca è stato per lungo tempo lo scrittore spagnolo Carlos Sampayo, con il quale Muñoz ha creato le serie del detective Alack Sinner.
Protagonisti della mostra sono i netti bianchi e neri delle sue tavole, dal disegno deciso, che costituiscono il quadro di una realtà distorta e talvolta grottesca, da cui  emergono figure dall’altissima carica espressionista. Improvvisamente si é Argentina, per le vie delle città ma anche all’interno di una sala da ballo o di  un locale Jazz, per soffermarsi poi nella Pampa, raffigurata in un gigantesco acquerello al tramonto.
In mostra anche fumetti d’epoca ormai introvabili, esemplari da collezione generosamente prestati dall’artista per l’occasione, che raccontano di una vita migrante intrisa di nostalgia per la madrepatria, rievocata in una calda e avvolgente memoria.
Tutte le opere riflettono gli echi di Maestri quali Borges, Arlt, Cortazar ma anche di autori di fumetto quali Breccia e Oesterheld, che hanno profondamente influenzato Muñoz nel tratto e nella costruzione narrativa.
La fumettista emergente Vanna Vinci, in mostra con “Sulla Soglia”, racconta  invece storie sospese sul confine tra adolescenza e maturità, o del presente e del passato, sino a quella tra realtà e altrove. La mostra ha presentato diverse tavole tratte dai romanzi a fumetti dell’autrice, come “Aida al confine (Kappa edizioni, 2003)”, ma anche “Sofia nella Parigi Ermetica” o ancora le serie dedicate a Lilian Browne. Leggi tutto “José Muñoz e Vanna Vinci al Festival del fumetto di Bologna”

Padova: L’arte grafica nel dialogo tra Oriente e Occidente

Emilio Baracco, "Isola metafisica"  maniera a matita, acquatinta, 2011
Emilio Baracco, "Isola metafisica" maniera a matita, acquatinta, 2011

Ultimi giorni per visitare la mostra Dialoghi Incisi – L’arte del segno tra Padova e il Giappone, dedicata dal capoluogo veneto a dieci tra i propri artisti incisori e al particolare rapporto che essi hanno intrattenuto con i colleghi giapponesi del gruppo Printsaurus. Di qui è scaturito un dialogo e come risultato di questa sinergia si è verificato un evento raro quanto prezioso sul territorio italiano: una grande mostra tutta dedicata all’arte grafica, e ambientato nella bella e spaziosa cornice dello spazio multimediale del Centro Culturale Altinate, situato nel cuore della città, in cui si coniugano l’architettura moderna e Déco.
Alle forme classiche, erudite e “archeologiche” che da sempre caratterizzano la produzione artistica patavina (pensiamo a Galeazzo Viganò e a Emilio Baracco), si alternano esempi di visione segnica e astratta (Debora Antonello, Giuseppe Polisca, Fanco Carlassare) cui pure la città ha contribuito negli anni Sessanta e Settanta, approdando alla sintesi dinamica e figurativa delle vedute urbane di Elena Modena. Surreali, più apertamente politiche e anche satiriche – un’altro volto della tradizione padovana novecentesca, pensiamo a Tono Zancanaro -le opere di Marina Ziggiotti e Albino Palma, Bruno Gorlato e Raffaele Minotto, affrontano da punti di vista diversi tematiche più intimiste del vivere contemporaneo.
L’esposizione si rivoluziona strepitosamente con l’introduzione delle grafiche giapponesi, spesso ricche di colori e della tradizionale sensibilità all’uso delle carte e dei materiali, talora con esiti astratti, debitori, chi più chi meno alla contemplazione del dato naturalistico (Uchida Yoshie, Ote Jin, Masai Takashi), che è esplicitamente dichiarato in opere di levità ineffabile (Okawa Miyuki, Nagai Masato, Morioka Ayumi), oppure grevi (Kiyono Koichi), magiche e surreali (Seki Masaharu, Mizutani Morimasa, Cho Aruko) ed eleganti citazioni o interpretazioni della tradizione (Kaneko Kunio, Kawachi Seiko, Miyayama Hiroaki). Altri lavori riflettono il contatto con la realtà urbana con forme più pesanti e “industriali” (Ota Mariko, Kitano Toshimi, Kuroyanagi Masataka) talvolta associate a dati coscienziali (Hoshino Michiko, Kojima Keisuke), forme mentali e spirituali (Seo e Koizumi Takako), concettuali e astratte (Nishikawa Choici, Higuci Mami) e talaltra a fresche impressioni (Oyama Emiko) o alla critica sociale (Yoshida Ideshi, Kyono Sanae).
Se potessimo, un po’ banalmente, dare una definizione, diremmo che Padova in questa mostra rappresenta la Storia – pensiamo anche alle tecniche, alla grammatura della carta, ai materiali – e l’oriente la visione atemporale della Realtà, in conformità con la propria tradizione ma anche nella contaminazione con l’occidente contemporaneo.
Rivolgiamo a questo proposito qualche domanda a Emilio Baracco, promotore e ideatore dell’esposizione: Leggi tutto “Padova: L’arte grafica nel dialogo tra Oriente e Occidente”

Bice Curiger: la Biennale “Illuminata”

The Light Inside', Installazione di James Turrell, 1999, Museum of Fine Arts, Houston
The Light Inside', Installazione di James Turrell, 1999, Museum of Fine Arts, Houston

Venezia in questi giorni lavora febbrilmente alle vernici della 54. Esposizione Internazionale d’Arte. Ai 28 padiglioni “storici” dei Giardini, utilizzati da 30 paesi titolari se ne aggiungono altri 59, per un totale di 87, distribuiti tra l’arsenale e il centro storico, dodici in più della passata edizione.
Per la prima volta si presentano alla Biennale Andorra, Arabia Saudita, Repubblica Popolare del Bangladesh, Haiti, e ritornano in mostra: India, Repubblica Democratica del Congo, Iraq, Repubblica dello Zimbabwe, Sudafrica, Costa Rica e Cuba.
La curatrice svizzera Bice Curiger ha scelto per questa mostre il titolo ILLUMInations, in omaggio alla vocazione internazionale della mostra, ma pensando anche ad Arthur Rimbaud, Walter Benjamin, al sufismo persiano e ai diritti umani propugnati dall’Illuminismo. Infatti anche questa mostra è alquanto composita, “frammentaria”, “transitoria”, nelle parole della storica, tuttavia volta alla ricerca di elementi d’unione nella precarietà del mondo dell’arte odierno.
Tra gli artisti in esposizione è annoverato (ai Giardini) anche Jacopo Tintoretto: un’operazione, quella dell’accostare opere d’arte antica e  moderna a quadri contemporanei, cui la storica elvetica non è nuova. I risultati saranno tutti da vedere, certo è che l’operazione di restauro ed esposizione in un contesto contemporaneo del gruppo di dipinti, provenienti dalla basilica di San Giorgio e dalla Scuola Grande di San Rocco a Venezia, è già di per sé vincente per l’amore che il grande pubblico di solito riserva alla rivisitazione dei dipinti storici esposti nei contenitori dell’arte e dei media contemporanei. La Curiger ha incaricato inoltre quattro artisti (Monika Sosnowska, Franz West, Song Dong e Oscar Tuazon) di costruire para-padiglioni che ospiteranno le opere di alcuni partecipanti.
Tra i nomi di cui si fregiano le varie sezioni della Mostra figura quello dello scultore anglo-indiano Anish Kapoor, presente proprio all’interno della palladiana San Giorgio con una delle sue opere più ineffabili; James Turrel, ancora uno “scultore” di spazi di luce; l’immancabile goliarda Cattelan con i suoi piccioni impagliati (gia visti all’Arsenale) incombenti sulle opere in esposizione e quindi grandi nomi come Pablo Echaurren, Gillo Dorfles, Michelangelo Pistoletto, Getulio Alviani, Cindy Sherman, Sigmar Polke, Franz West, e molti altri divi e artisti noti e meno noti da scoprire visitando le innumerevoli sedi espositive sorte in ogni dove nella città lagunare e anche nelle altre. Leggi tutto “Bice Curiger: la Biennale “Illuminata””

L’evento Circus nello spazio Neohesperia a Treviso

"Circus", Spazio Neospheria 2011, foto Sara Spoladore
"Circus", Spazio Neospheria 2011, foto Sara Spoladore

A gennaio 2011 è partito a Treviso (Porta Carlo Alberto) Neohesperia, un progetto espositivo rivolto all’arte contemporanea che, sfruttando le esigue dimensioni di una bacheca per la pubblicità cinematografica, ospita a ritmo serrato i lavori di giovani artisti italiani e non.
Il progetto, che nelle intenzioni dei promotori Gabriele Tiveron e Osvaldo Galletti “… vuole riconvertire uno spazio dedicato alla pubblicità e al consumo in un luogo di eventi imprevisti, di nuove possibilità. Una finestra aperta al dialogo tra arte e quotidianità cittadina”, presenta, fino al 14 maggio 2011, Circus, opera fotografica dell’artista veneziana Sara Spoladore, in un allestimento diretto dalla curatrice indipendente Giovanna Borrillo.
Del contesto progettuale ed espositivo di Neohesperia Sara Spoladore sfrutta l’aspetto eminentemente pubblico, mettendo in campo la volontà di rapportarsi in modo chiaro e diretto al contesto urbano circostante e alle sue dinamiche.
La fotografa, del resto, è abituata a rivolgere l’obiettivo verso i paesaggi urbani, i quali hanno il potere di suscitare in lei esili e mai del tutto confermate reminiscenze: siano rimesse degli autobus, zone industriali, stazioni della metropolitana, luoghi familiari o invece mai praticati prima, questi luoghi, sebbene apparentemente impersonali, deserti e a volte in parziale abbandono, si aprono ad un dialogo privilegiato con chi li fotografa, ma esigono al contempo di essere investigati a fondo. Uno scatto soltanto non è sufficiente a penetrare uno spazio, più punti di vista sono necessari per essere sicuri di essere entrati in “intimità”. Di qui il frequente accostamento di più foto a formare dittici e trittici, pratica, questa, utilizzata dalla Spoladore anche quando si concentra sulla figura umana (Ritratti), la quale, significativamente, risulta il più delle volte inserita in un ambiente  che ne determina la postura e ne connota l’azione in modo non scontato.
La capacità dell’artista di leggere gli ambienti ritorna dunque anche nel trittico in polaroid Circus (2011), per certi versi una sorta di lavoro su commissione, se si considera che la forte valenza pubblica dello spazio espositivo di Neohesperia sembra di per sé dare direttive chiare sulla matrice del lavoro da svolgere. Direttive non osteggiate ma fatte proprie dalla fotografa che sceglie, con quest’opera, di ricollegarsi al contesto trevigiano in alcune sue dinamiche fondamentali. Se è vero infatti che Treviso e provincia hanno una delle percentuali più elevate in Italia per numero di extracomunitari presenti sul territorio, causa di non poche difficoltà di integrazione e tolleranza reciproca, ecco allora che la Spoladore riflette sull’argomento utilizzando la figura del circo: circo come piccolo mondo, come realtà a parte, come entità aliena insediata (quanto provvisoriamente?) nel territorio familiare della quotidianità. Ma circo anche come stile di vita altro, nomade, migrante. Dunque una metafora ideale per rappresentare coloro che sono al di fuori della comunità (extra-comunitari appunto), se non fosse che “Il Piccolo Circo” di Spoladore è gestito da una famiglia tutta italiana, non molto diversa da tante altre, il che, almeno parzialmente, cambia le carte in tavola ed invita quantomeno a rinegoziare preconcetti e giudizi.
Un lavoro, Circus, che attinge dunque al sociale e tuttavia non dimentica la sua natura di opera d’arte, come puntualizzato dalla presenza di una cornice in legno che, evidenziando il piccolo trittico in formato polaroid, di per sé stesso un formato che unisce unicità e resa estetica non commerciale, allontana ogni possibilità di mimesi con il materiale generalmente affisso nelle bacheche pubbliche mentre aiuta il passante ricettivo a mettere a fuoco lo sguardo.
g.b.

Sara Spoladore
Circus
spazio Neohesperia
via Carlo Alberto, Treviso
http://www.neohesperia.com
valeria.neohesperia@libero.it