Bice Curiger: la Biennale “Illuminata”

The Light Inside', Installazione di James Turrell, 1999, Museum of Fine Arts, Houston
The Light Inside', Installazione di James Turrell, 1999, Museum of Fine Arts, Houston

Venezia in questi giorni lavora febbrilmente alle vernici della 54. Esposizione Internazionale d’Arte. Ai 28 padiglioni “storici” dei Giardini, utilizzati da 30 paesi titolari se ne aggiungono altri 59, per un totale di 87, distribuiti tra l’arsenale e il centro storico, dodici in più della passata edizione.
Per la prima volta si presentano alla Biennale Andorra, Arabia Saudita, Repubblica Popolare del Bangladesh, Haiti, e ritornano in mostra: India, Repubblica Democratica del Congo, Iraq, Repubblica dello Zimbabwe, Sudafrica, Costa Rica e Cuba.
La curatrice svizzera Bice Curiger ha scelto per questa mostre il titolo ILLUMInations, in omaggio alla vocazione internazionale della mostra, ma pensando anche ad Arthur Rimbaud, Walter Benjamin, al sufismo persiano e ai diritti umani propugnati dall’Illuminismo. Infatti anche questa mostra è alquanto composita, “frammentaria”, “transitoria”, nelle parole della storica, tuttavia volta alla ricerca di elementi d’unione nella precarietà del mondo dell’arte odierno.
Tra gli artisti in esposizione è annoverato (ai Giardini) anche Jacopo Tintoretto: un’operazione, quella dell’accostare opere d’arte antica e  moderna a quadri contemporanei, cui la storica elvetica non è nuova. I risultati saranno tutti da vedere, certo è che l’operazione di restauro ed esposizione in un contesto contemporaneo del gruppo di dipinti, provenienti dalla basilica di San Giorgio e dalla Scuola Grande di San Rocco a Venezia, è già di per sé vincente per l’amore che il grande pubblico di solito riserva alla rivisitazione dei dipinti storici esposti nei contenitori dell’arte e dei media contemporanei. La Curiger ha incaricato inoltre quattro artisti (Monika Sosnowska, Franz West, Song Dong e Oscar Tuazon) di costruire para-padiglioni che ospiteranno le opere di alcuni partecipanti.
Tra i nomi di cui si fregiano le varie sezioni della Mostra figura quello dello scultore anglo-indiano Anish Kapoor, presente proprio all’interno della palladiana San Giorgio con una delle sue opere più ineffabili; James Turrel, ancora uno “scultore” di spazi di luce; l’immancabile goliarda Cattelan con i suoi piccioni impagliati (gia visti all’Arsenale) incombenti sulle opere in esposizione e quindi grandi nomi come Pablo Echaurren, Gillo Dorfles, Michelangelo Pistoletto, Getulio Alviani, Cindy Sherman, Sigmar Polke, Franz West, e molti altri divi e artisti noti e meno noti da scoprire visitando le innumerevoli sedi espositive sorte in ogni dove nella città lagunare e anche nelle altre. Leggi tutto “Bice Curiger: la Biennale “Illuminata””

L’evento Circus nello spazio Neohesperia a Treviso

"Circus", Spazio Neospheria 2011, foto Sara Spoladore
"Circus", Spazio Neospheria 2011, foto Sara Spoladore

A gennaio 2011 è partito a Treviso (Porta Carlo Alberto) Neohesperia, un progetto espositivo rivolto all’arte contemporanea che, sfruttando le esigue dimensioni di una bacheca per la pubblicità cinematografica, ospita a ritmo serrato i lavori di giovani artisti italiani e non.
Il progetto, che nelle intenzioni dei promotori Gabriele Tiveron e Osvaldo Galletti “… vuole riconvertire uno spazio dedicato alla pubblicità e al consumo in un luogo di eventi imprevisti, di nuove possibilità. Una finestra aperta al dialogo tra arte e quotidianità cittadina”, presenta, fino al 14 maggio 2011, Circus, opera fotografica dell’artista veneziana Sara Spoladore, in un allestimento diretto dalla curatrice indipendente Giovanna Borrillo.
Del contesto progettuale ed espositivo di Neohesperia Sara Spoladore sfrutta l’aspetto eminentemente pubblico, mettendo in campo la volontà di rapportarsi in modo chiaro e diretto al contesto urbano circostante e alle sue dinamiche.
La fotografa, del resto, è abituata a rivolgere l’obiettivo verso i paesaggi urbani, i quali hanno il potere di suscitare in lei esili e mai del tutto confermate reminiscenze: siano rimesse degli autobus, zone industriali, stazioni della metropolitana, luoghi familiari o invece mai praticati prima, questi luoghi, sebbene apparentemente impersonali, deserti e a volte in parziale abbandono, si aprono ad un dialogo privilegiato con chi li fotografa, ma esigono al contempo di essere investigati a fondo. Uno scatto soltanto non è sufficiente a penetrare uno spazio, più punti di vista sono necessari per essere sicuri di essere entrati in “intimità”. Di qui il frequente accostamento di più foto a formare dittici e trittici, pratica, questa, utilizzata dalla Spoladore anche quando si concentra sulla figura umana (Ritratti), la quale, significativamente, risulta il più delle volte inserita in un ambiente  che ne determina la postura e ne connota l’azione in modo non scontato.
La capacità dell’artista di leggere gli ambienti ritorna dunque anche nel trittico in polaroid Circus (2011), per certi versi una sorta di lavoro su commissione, se si considera che la forte valenza pubblica dello spazio espositivo di Neohesperia sembra di per sé dare direttive chiare sulla matrice del lavoro da svolgere. Direttive non osteggiate ma fatte proprie dalla fotografa che sceglie, con quest’opera, di ricollegarsi al contesto trevigiano in alcune sue dinamiche fondamentali. Se è vero infatti che Treviso e provincia hanno una delle percentuali più elevate in Italia per numero di extracomunitari presenti sul territorio, causa di non poche difficoltà di integrazione e tolleranza reciproca, ecco allora che la Spoladore riflette sull’argomento utilizzando la figura del circo: circo come piccolo mondo, come realtà a parte, come entità aliena insediata (quanto provvisoriamente?) nel territorio familiare della quotidianità. Ma circo anche come stile di vita altro, nomade, migrante. Dunque una metafora ideale per rappresentare coloro che sono al di fuori della comunità (extra-comunitari appunto), se non fosse che “Il Piccolo Circo” di Spoladore è gestito da una famiglia tutta italiana, non molto diversa da tante altre, il che, almeno parzialmente, cambia le carte in tavola ed invita quantomeno a rinegoziare preconcetti e giudizi.
Un lavoro, Circus, che attinge dunque al sociale e tuttavia non dimentica la sua natura di opera d’arte, come puntualizzato dalla presenza di una cornice in legno che, evidenziando il piccolo trittico in formato polaroid, di per sé stesso un formato che unisce unicità e resa estetica non commerciale, allontana ogni possibilità di mimesi con il materiale generalmente affisso nelle bacheche pubbliche mentre aiuta il passante ricettivo a mettere a fuoco lo sguardo.
g.b.

Sara Spoladore
Circus
spazio Neohesperia
via Carlo Alberto, Treviso
http://www.neohesperia.com
valeria.neohesperia@libero.it

Dino Manetta vignettista cartoonist sceneggiatore

 

Dino Manetta, "L'unica cosa che unisce davvero gli italiani"
Dino Manetta, "L'unica cosa che unisce davvero gli italiani"

Dino Manetta, viaggiatore, cartoonist, vignettista satirico e oggi sceneggiatore e scrittore di gag e testi da cabaret. La “vignetta in diretta” nelle piazze e in TV l’ha inventata lui, con un tratto deciso e minimale e la battuta salace sempre pronta a commentare il fatto del giorno.

Dino Manetta,tu sei stato il primo a creare un commento disegnato in diretta televisiva. Com’è nata quest’idea?
Da una inaspettata esperienza con una TV romana: Ivano Cipriani mi chiese di andare nel suo programma e disegnare qualche vignetta in tempo reale. Mi sembrò una proposta un po’ azzardata ma poi, quando mi rividi, mi convinsi invece che poteva essere una cosa carina. E la proposi a Baudo a Domenica In. Anno 1984. Esattamente 20 aprile (mio compleanno). Andai in trasmissione e lui mi fece una specie di intervista nella quale io realizzavo tre vignette davanti alle telecamere. Funzionò e l’edizione successiva mi feci tre mesi di Domenica In con vignette preparate sul momento. Da lì nacque anche l’idea di fare delle performances nelle Feste dell’Unità durante le quali io preparavo una vera e propria mostra in diretta, cioè realizzavo una serie di vignette su fogli grandi che poi appendevo su dei pannelli che restavano nella Festa. Insomma, avevo scoperto che la vignetta poteva fare spettacolo e sviluppai la cosa, tanto che diventò un lavoro, soprattutto estivo, che mi portò peraltro a scoprire l’Italia, soprattutto al centro-nord. Una bellissima esperienza. Ci fu anche una seconda fase evolutiva nella quale, invece dei fogli di carta, usavo la lavagna luminosa. Con questa mi inventai perfino un gioco del quale ero addirittura il conduttore! Ma poi ad un certo punto mi arresi, soprattutto agli insetti che, nelle sere d’estate, affollavano il piano della mia lavagna luminosa. E la cosa finì.
Comunque c’è da dire che, sempre partendo da quella prima esperienza di cui sopra, arrivai poi alla vignetta elettronica, cioè lavorata col computer per dare la sensazione di una cosa viva, con un risultato che ritengo, a tutt’oggi, insuperato. Che praticai per due anni tutti i giorni al TG3 delle 19, nel periodo ‘89/’90. Chi le ha viste penso si ricorderà.

Vignetta n°1 della serie "La Porta",  www.dinomanetta.it
Vignetta n°1 della serie "La Porta", www.dinomanetta.it

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro per realizzare la vignetta?
Pennarelli di vario taglio e banali fogli di carta extra-strong. Non uso cartoncini. Preferisco sfruttare la trasparenza dei fogli leggeri per seguire una prima traccia sotto, sempre fatta a pennarello. Questo per evitare il lavoro di matita e gomma, che non amo..
Chi ti ha ispirato dal punto di vista grafico?
Tanti. L’elenco è lungo. A partire da Steinberg, poi Sempè, Hart di B.C., Hart e Parker del Mago Wiz, Jules Feiffer, Schultz. Wolinsky. E forse dimentico qualcuno. Insomma, tutti i maestri.

Cosa rimane oggi del tuo background di viaggiatore e di cartoonist?
L’esperienza. Ricca. Magari non di denaro, ma mi accontento.

Come sei diventato sceneggiatore?
Conoscendo per caso Enrico Vanzina, gli parlai della mia voglia di cimentarmi con la scrittura cinematografica e lui mi disse di portargli un’idea. Lo feci, gli piacque e da lì partì la nuova passione. Di quella prima idea poi non se ne fece nulla, pur arrivando molto vicino alla realizzazione, ma questo bastò perché mi lanciassi con entusiasmo nella nuova direzione. In realtà si rivelò poi un terreno quanto mai in salita, il cinema italiano stava entrando in crisi di brutto (primi anni ’90) e di fatto non riuscii mai a farne un lavoro. Ma non dispero di riuscirci adesso.
Ho lavorato poi molto con i comici e i cabarettisti. Montesano, in più occasioni. Partecipai anche ad una delle prime edizioni di Drive In, come autore di testi e battute. Cosa che si è poi ripetuta, anni dopo, con Zelig. Adesso seguo un giovane e promettente cabarettista romano, Andrea Perroni, con il quale abbiamo progetti molto ambiziosi.

Quali sono state le tue esperienze più interessanti in questo settore?
Quelle che sto facendo adesso, con la scrittura per il Teatro.

Adesso a cosa stai lavorando?
Ho scritto tre commedie molto diverse tra loro. La prima è una storia dark, Colpo di luna, la seconda una commedia musicale, Benedetto senza donne, la terza una commedia, diciamo così, di costume, Una rosa per due. Tutte e tre sono in attesa di essere messe in scena. Speriamo presto.
C’è poi un altro progetto teatrale che mi intriga molto, ma lo tengo da parte che ho già troppa carne sul fuoco. Titolo Facce ride! Il programma mi sembra evidente…

Quale sarà la tua prossima evoluzione?
Beh, ovviamente spero, prima di tutto, che parta questa mia seconda carriera di autore teatrale, alla quale tengo molto. Poi il cinema, dove ho un bel progettino al quale sto lavorando in questi giorni. E, per il futuro, come al solito, tutto è possibile. Magari un giorno la pittura. E poi tante cose sul computer, questo mezzo straordinario che sta cambiando la storia dell’umanità. Se solo avessi la conoscenza tecnica! Ma troverò ugualmente il modo di sbizzarrire la mia creatività dentro questo sterminato terreno di conquista.

Dino Manetta
www.dinomanetta.it

Trieste / “Juliet” compie trent’anni

Un'opera di Pino Pinelli fotografata sulla copertina di Juliet, dicembre 1993
Un'opera di Pino Pinelli fotografata sulla copertina di Juliet, dicembre 1993
Oltre la linea di confine che individua la rivista d’arte, l’associazione culturale, il marchio di promozione artistica e di produzione d’oggetti di design, gadgets e preziosi allegati, oggi “Juliet” compie trent’anni.
Per festeggiare l’evento il 31 marzo 2011 alla Biblioteca Statale di Trieste si terrà un brindisi d’inaugurazione della mostra retrospettiva “Juliet 30 years” dove, accanto a “documenti, progetti originali, primi numeri della rivista, produzioni extraeditoriali” si troveranno le opere originali di Maurizio Cattelan, Piero Gilardi, Annamaria Iodice, Milan Kunc, Claudio Massini, Giovanni Pulze, Antonio Sofianopulo, Oreste Zevola e le foto di Fabio Rinaldi.
Le celebrazioni del trentennale, iniziate in realtà nel dicembre 2010 e proseguite con un infilata d’eventi, tra cui i più recenti, il 15 e il 22 marzo, l’opening in due location (Miti Café di via Torrebianca e Bar Ferrari di via San Nicolò) per le “Piccole sculture per il cuore” di Tiziana Pecorari e, in previsione, il 2 aprile la vernice della personale di Alberto Rocca e, il 14 aprile, allo Spazio Juliet (in via Madonna del Mare 6, h 18.30) una mostra di Nino Barone.
Qualche domanda a Roberto Vidali, direttore di Juliet Art Magazine.

In quale clima è nata l’idea di creare una rivista d’arte?
“La chiusura improvvisa della gloriosa testata ‘Data’ ci illuse che un varco si fosse aperto per una proposta nuova e alternativa al sistema”.

Chi c’era tra i soci fondatori?
Il primo numero della rivista “Juliet” vide la luce nel dicembre del 1980 grazie allo sforzo di sei sognatori: Davio Fabris, Giuliana Ferrara, Rolan Marino, Antonio Sofianopulo, Roberto Vidali, Oreste Zevola. L’associazione vide la luce più tardi, nel senso che quelli che rimasero, fecero quadrato e rifondarono l’esperienza della rivista all’interno di un’associazione. Questo successe il 12 dicembre del 1986”.

Qual è l’ingrediente che ha reso la tua rivista tra le più originali in Italia?
“Piero Gilardi sostiene che il quid di “Juliet” sia il continuo dialogo con gli artisti emergenti e con delle scelte esterne alla volontà coercitiva del mercato ufficiale. Io credo che molto dipenda dalla determinazione, dalla capacità di osare, dai molti sostegni che ci sono stati dati, dalla stima e dall’amicizia che molte persone hanno nei nostri riguardi”.

Come sono nate, ad esempio, le collaborazioni con Cattelan, Ontani, Kostabi?
“Ogni iniziativa è nata con molta semplicità. Maurizio Cattelan aderì alla festa dei nostri primi dieci anni e da lì sortirono gli appuntamenti successivi, fino alla mostra nello spazio “Juliet” nel 1992, la copertina e i vari servizi che gli vennero dedicati”. Per Luigi Ontani il legante fu la passione che noi si dimostrò per la particolarità del suo lavoro e per gli rispetto che gli dedicammo nel cercare di presentarlo al meglio. Con Mark Kostabi il tramite fu un nostro collaboratore: l’irrestringibile Luciano Marucci”.

Com’è cambiato il pubblico di “Juliet” in questi trent’anni?
“Credo che ci sia stato un evidente giro di boa: pochi sono gli affezionati della prima ora, molte sono le forze fresche e nuove: tra questi pubbliche istituzioni, gallerie, collezionisti, amatori. Pochi sono gli artisti abbonati. Credo che per lo più gli artisti desiderino poterla sfogliare gratis oppure usare la rivista come zeppa per un tavolo ballerino”.

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Il Sor Pampurio alla Mostra del Fumetto di Reggio Emilia

Sor Pampurio, 45ª Mostra Mercato del Fumetto di Reggio Emilia
Sor Pampurio, 45ª Mostra Mercato del Fumetto di Reggio Emilia

Chi si ricorda le prime annate del Corriere dei Piccoli? Nel 1908, c’erano le storie americane di Bibì e Bibò, Fortunello, Arcibaldo e Petronilla, fino alla comparsa dei primi personaggi italiani, tra cui il mitico Signor Bonaventura di Sergio Tofano e senz’altro il Sor Pampurio di Carlo Bisi, che presentavano nel disegno gli inconfondibili stilemi futuristi ed Art Déco.
Ed è proprio a Carlo Bisi, fumettista e illustratore nella cultura del suo tempo, che l’Anafi (Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell’Illustrazione) dedicherà il convegno Un maestro dell’ironia borghese, sabato 4 dicembre 2010, alle ore 15.00, all’interno delle manifestazioni della 45ª Mostra Mercato del Fumetto di Reggio Emilia. Al Convegno seguirà, nei primi mesi del 2011, il volume degli Atti.
Nell’ambito della Mostra, allo stesso autore saranno dedicate, inoltre, due piccole esposizioni: un Tributo al Sor Pampurio da parte di trenta autori di fumetti e Pampurio e non solo, una selezione di tavole tratte dal Corriere dei Piccoli, che riprendono tutti i personaggi seriali che Bisi ha disegnato in oltre 45 anni di carriera.
Nato a Brescello nel 1890 (e scomparso a Reggio Emilia nel 1982), Carlo Bisi si diploma in disegno all’Accademia di Belle Arti di Parma nel 1910 e fin dall’anno seguente aderisce al futurismo e disegna vignette satiriche per le riviste locali “La Doccia” e “La Puntura”.
Nel 1918 lavora su registri stilistici differenti per due riviste nazionali : per “Numero”, rivolto ad un pubblico colto e borghese, illustrazioni e vignette saranno disegnate nell’elegante stile Liberty – Secessione, mentre per il popolare “Giornale del soldato” lo stile sarà realista, atto alla propaganda dei valori patriottici. Nell’immediato dopoguerra, sullo stesso giornale, e sul “Il Giornale di Tutti” sarà la linea Déco a prevalere.
Negli anni Venti Parma è un fervente centro culturale e i suoi caffé sono frequentati da artisti come  Erberto Carboni, Attanasio Soldati, Carlo Mattioli, giornalisti, letterati quali Giovannino Guareschi e Attilio Bertolucci e maestri del cinema come Cesare Zavattini.
Tuttavia Bisi ben presto si reca a Milano e partecipa come pittore, incisore e illustratore a varie edizioni della Biennale di Venezia (nel 1934 vince il concorso per la sezione manifesti), della Quadriennale di Roma e ad altri concorsi nazionali e internazionali (Mostra Universale di Parigi nel 1937).
Collabora inoltre ad pubblicazioni come “Satana-Beffa”, “Il Giornalino della Domenica”, “Guerin Meschino”, “La Domenica dei fanciulli”, “La Domenica del Corriere”, illustra volumi per ragazzi, tra cui “Pinocchio” e “David Copperfield” e la serie “Tompusse” di Mario Buzzichini. Collabora con Utet, Paravia, Notari, Garzanti, Sonzogno.
Dalla metà degli anni Venti, realizza “Teatri dei burattini”: scenografie colorate intrise dello humor satirico che lo contraddistingue.
Artista eclettico, le cui opere sono esposte nelle principali gallerie d’arte moderna italiane, dal 1916 Bisi inizia la collaborazione con il “Corriere dei Piccoli” che durerà ininterrotta per 36 anni e  per la quale è maggiormente ricordato, tratteggiando ironici personaggi-burattini ammiccanti alla grafica del secondo futurismo, quali il Sor Pampurio e poi il Dottor Piramidone, lo Zio Domingo Aggiustatutto, Luccichino e Farfarello, La gazza servizievole e la Famiglia Doggidì.

Un maestro dell’ironia borghese
Carlo Bisi, fumettista e illustratore nella cultura del suo tempo
sabato 4 dicembre 2010, ore 15.00,
Sala Convegni Fiere di Reggio Emilia
45ª Mostra Mercato del Fumetto
Tributo al Sor Pampurio e Pampurio e non solo
Fiere di Reggio Emilia
Via Filangieri, 15
4 – 5 dicembre 2010, ore 9 – 19
tel. +39 392 9806784
info@amicidelfumetto.it
www.amicidelfumetto.it