Il giovane Rodin in mostra a Legnano

Dida  Auguste Rodin: "Il bacio", 1887 circa. Musée Rodin, Parigi
Dida Auguste Rodin: "Il bacio", 1887 circa. Musée Rodin, Parigi

Oggi al Palazzo Leone da Perego di Legnano (Mi) si inaugura Auguste Rodin. Le origini del genio, un’esposizione che conta 120 opere – tra cui molti inediti – scelte nell’ambito della produzione giovanile dell’artista, dagli anni Sessanta fino al 1884.
Maestro insuperato della scultura tardo romantica, dal realismo veemente e l’afflato eroico, Rodin fu anche tra i primi artisti ad intuire e a rappresentare in forma d’indimenticabili icone la crisi del pensiero umano, inteso come ragione positiva (Il Pensatore), il sacrificio civile estremo nel giorno della sconfitta (I borghesi di Calais), l’amore passionale incondizionato (Il Bacio). Tenera e sensuale, la sua Danaide, onda delle acque sotterranee approdata su di uno scoglio, frammento d’ umanità in balia degli elementi, ha la potenza di una grande figurazione di Böcklin.
Medardo Rosso, a ragione, gli contenderà il primato di  scultore impressionista.
Tra le rarità in esposizione, i 24 gessi del Musée Rodin di Parigi, 19 dipinti e un recente ritrovamento, il vaso La Jardinière, che era collocato sul più celebre Vaso dei Titani.
A corollario della mostra, il centro di Legnano ospiterà alcune sculture di autori quali Mimmo Paladino ed Ettore Greco, concepite in omaggio al grande francese.

Inoltre, come evento collaterale, per tutta la durata dell’iniziativa, nel salone delle mostre della Banca di Legnano si terrà Camille Claudel e Auguste Rodin, arte ed eros, esposizione fotografica delle immagini dedicate da Bruno Cattani alle opere di Auguste Rodin e della sua compagna e allieva, la scultrice Camille Claudel.

Rodin. Le origini del genio (1864-1884)
Legnano, Palazzo Leone da Perego
via Gilardelli, 10
20 novembre 2010 – 20 marzo 2011
Mar-dom 9.30 – 19.00, lunedì chiuso
Tel 02 43353522
www.mostrarodin.it
servizi@civita.it

Camille Claudel e Auguste Rodin, arte ed eros
Fotografie di Bruno Cattani.
Banca di Legnano
Legnano, largo Franco Tosi 9
20 novembre 2010 – 20 marzo 2011
Lun-ven, 8.30-13.15; 14.30-16.30
Ingresso libero

67^ Biennale cinema – Silent Souls (Ovsyanki)

67^ Biennale Cinema VeneziaIl regista russo Aleksei Fedorchenko, torna a Venezia con Silent Souls (Ovsyanki) film in concorso alla 67^ Biennale del Cinema, con il quale si aggiudica il premio Osella per la miglior fotografia.

Fedorchenko aveva già partecipato al Festival nel 2005 con il suo film d’esordio Pervye na Lune (First on the moon) un documentario con il quale vinse la sezione Orizzonti.
Ispirato al breve racconto di Denis Osokin, giovane autore e sceneggiatore kazako, Ovsyanki (Zigoli, dal nome degli uccellini chiave della vicenda) racconta un viaggio attraverso la memoria della propria terra. Alla morte della moglie, Miron chiede al suo amico Aist (voce narrante) di aiutarlo a praticare i rituali della cultura Merja, un’antica tribù ugro-finnica. I due uomini partono quindi per un viaggio che li porterà attraverso terre sconfinate. Lungo il tragitto Miron condivide i suoi ricordi più intimi, ma quando raggiungerà le rive del lago Nero, dove si separerà definitivamente del corpo della moglie, cremato sulla spiaggia, si accorgerà di non essere stato il solo ad amare Tanya. La cerimonia funebre darà ad Aist l’opportunità di riflettere sulla perdita del padre, che lo educò alla memoria.

La pellicola, d’impronta documentaristica, approfondisce i temi della morte (intesa sia come perdita personale che collettiva), che scorre lungo tutto il film e del recupero delle tradizioni, come quella della popolazione Mari, assorbita dai russi nel XVII secolo, che cerca di resistere al dominio culturale. Certo, un modo di fare cinema etno-antropologico che rappresenta una tappa fondamentale nella personale ricerca del regista sulle etnie della middle-russia.

Silent Souls, Aleksei Fedorchenko, Biennale cinema 2010
Silent Souls, Aleksei Fedorchenko, Biennale cinema 2010

Il tutto ruota attorno all’amore e all’acqua (che i Merja considerano un luogo sacro in cui morire e disperdersi) con un senso di morte che, come spesso accade nel mondo slavo, esalta la vita. Come Aist afferma, infatti, “la tristezza avvolge come una madre”, ragion per cui può perfino generare serenità. Ecco allora che i paesaggi, desolati e freddi, risultano carichi di malinconia, così come i volti degli interpreti, catturati da brevi primi piani.
L’andamento del film è lento, ma ricco di particolari interessanti. Significativa è la scena in cui il marito lava il corpo inerme della moglie con la vodka (forse la stessa che le versava addosso quando facevano l’amore); lei è sul letto e lui le gira intorno, il tutto in un perfetto e simmetrico piano sequenza a inquadratura fissa. Silent Souls mostra in modo poetico come l’amore sia in grado di superare la morte e sottolinea l’importanza di riti e tradizioni di fronte alle sfide esistenziali.

Francesca Galluccio
Titolo: Silent Souls / Titolo originale: Ovsyanki /  Regia: Aleksei Fedorchenko / Sceneggiatura: Denis Osokin / Fotografia: Mikhail Krichman / Montaggio: Serguei Ivanov, Anna Vergun, Violetta Kostomina / Scenografia: Ayrton Khabibulin / Musiche: Andrei Karasyov / Interpreti: Igor Sergeyev, Yuriy Tsurilo, Yuliya Aug / Produzione: Igor Mishin, Mary Nazari / Nazionalità: Russia, 2010 / Durata: 75’

Il Teatro del Sogno da Chagall a Fellini / Intervista a Luca Beatrice

Magritte - L’avenir des voix 1927
Magritte - L’avenir des voix 1927

Dalle Avanguardie alla Transavanguardia, attraversando il neoavanguardismo che dalla fine degli anni ’50 si spinge fino ai tardi anni ’70: la mostra Il Teatro del Sogno da Chagall a Fellini (Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia) percorre un secolo di rivoluzioni artistiche che si sono generate in primis da rivoluzioni della coscienza e dalla consapevole  irruzione dell’inconscio nella vita quotidiana, ricercata attraverso la pratica dell’arte.

Il cinema ha un ruolo speciale nella storia del XX° secolo, in quanto, come settima arte, ha fatto sognare le masse di tutto il mondo. Rivolgiamo a questo proposito qualche domanda a Luca Beatrice, curatore dell’esposizione perugina, che annovera opere dei più grandi maestri del secolo, in un percorso storico artistico che esordice con i tardoromantici Böcklin e Klinger, citando l’imprescindibile metafisica di De Chirico, l’onirismo di Previati per poi entrare pienamente nel tema con i Dalì, Delvaux, Ernst, Magritte, Man Ray,Tanguy, quindi, l’esplosivo Gallizio e i pronipoti  Botero, Chia, Paladino, Schnabel, Salle – e il macabro Hirst.

Perchè una mostra sull’inconscio e sul sogno oggi?

Una mostra sul sogno non ha tempo in quanto parla alla parte più intima di ogni uomo. Esattamente come l’arte che fino dalle proprie origini ha sempre saputo rappresentare mondi diversi, a cominciare da quello
onirico.
Mi piace pensare a Teatro del Sogno come a una mostra capace di condurre lo spettatore in un viaggio libero da coordinate temporali o spaziali attraverso visioni fantastiche e universi inesplorati.
L’idea della mostra nasce in particolare da un libro che ho amato molto: Teatro del sonno, pubblicato da Guido Almansi e Claude Béguin nel 1987. Si trattava di una raccolta di stralci romanzeschi, racconti, parti di saggio che descrivevano il rapporto tra la creatività letteraria e il mondo del Sogno. Da qui il passaggio alle arti visive che trovano un punto di incontro con la letteratura proprio nella volontà di rappresentare il confine tra reale e immaginario, tra il sonno e la veglia.

Qual è secondo lei l’apporto del Surrealismo, anzi dei Surrealismi, all’immaginario contemporaneo?

Il Surrealismo non ha avuto un percorso di nascita, sviluppo e fine, i suoi confini sono restati labili nei decenni permettendogli di essere ancora perfettamente attuale senza mai smettere di esistere.
Siamo davanti a quella che appare come un’unica avanguardia espansa e in evoluzione, difficilmente controllabile e sorprendentemente attuale. Lo stesso termine “surreale” è spesso usato nel linguaggio comune.
La sua forza è stata quella di coinvolgere ogni campo creativo, oltre alle arti visive, la letteratura, il cinema,
il teatro, e la mancanza di una un’unica forte figura di riferimento in campo visivo come era stato per le altre avanguardie storiche.
Ciò che unisce le diverse personalità che aderiscono al movimento è identificabile nella predisposizione da parte di questi artisti a indagare sfere alternative della realtà, caratteristica riscontrabile in artisti
appartenenti a generazioni recenti come Fernando Botero e Julian Schnabel. Leggi tutto “Il Teatro del Sogno da Chagall a Fellini / Intervista a Luca Beatrice”

67^ Biennale Cinema Venezia – I film premiati

Con la proiezone di una spettacolare Tempesta si conclude al Lido di Venezia la 67a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica: non pesano i quattrocento anni del dramma Shakespeariano in cui il potere della magia viene superato dalla compassione.
La regia è di Julie Taymor (autrice di Frida e di Across the Universe) con la partecipazione di una stepitosa Helen Mirren  nel ruolo di un Prospero tutto

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La regista Julie Taymor e gli interpreti Helen Mirren e Djimon Hounsou (The Tempest) foto Francesca Galluccio

volto al femminile, che disegnando effetti speciali e quadri astrali tra terra e cielo riesce a dominare tutti gli elementi di natura e, infine, anche la propria sete di vendetta.

Quest’anno al Lido una kermesse di 84 film in prima internazionale, di cui 24 in concorso e gli altri distribuiti nelle sezioni Fuori Concorso, Orizzonti, Controcampo italiano, che puntualmente suscita vivaci controversie al momento della premiazione: infatti contestatissimo quest’anno il leone d’oro al film Somewhere di Sofia Coppola, stigmatizzata come ex-fidanzata del presidente della Giuria, il  vulcanico Quentin Tarantino, come se non avesse già dato prova di sé in Lost in Translation e in Marie Antoniette.

Stephen Dorff ed Elle Fanning in Somewhere
Stephen Dorff ed Elle Fanning in Somewhere di Sofia Coppola

In realtà il film, che non si eleva dalla qualità non eccezionale dei lungometraggi in concorso, è godibile, coerente e ben confezionato, protagonista un attore, l’annoiatissimo Stephen Dorff, che vive una vita completamente artificiale nel lusso dello star system holliwoodyano in un susseguirsi di episodi e camei, ambientati nel retroscena tra alcool e donnine a go-go, nella cornice del leggendario Hotel Chateau Marmont di L.A. Leggi tutto “67^ Biennale Cinema Venezia – I film premiati”

Pino Ninfa/Paolo Fresu, omaggio ad Hugo Pratt

Hugo Pratt nello studio di Grandvaux, foto Pino Ninfa - 1994
Hugo Pratt nello studio di Grandvaux, foto Pino Ninfa - 1994

Domenica primo agosto, Venezia Jazz Festival.
Nell’atrio di Palazzo Grassi scorrono in b/w immagini di Cuba sul riverbero delle prime note, in sordina, della tromba di Paolo Fresu, accompagnata dall’incalzare del bandoneon di Daniele di Bonaventura.
Uno strumento, quest’ultimo, che Hugo Pratt talora si dilettava a suonare, cantando canzoni per intrattenere gli amici.
Il dialogo tra musica, immagini e letteratura dedicato al grande maestro del fumetto si realizza Sulle strade dell’avventura, nei luoghi prattiani e non, rivisitati dalle foto di Pino Ninfa: sulle tracce della “porsche di Hemingway” a Cuba, poi nella Buenos Aires del tango e degli anni giovanili e nell’Africa degli Scorpioni del deserto, che nell’eccelsa interpretazione di Fresu diventa anche l’Africa di Coltrane; nel Missisipi del blues, dove tra chitarre, ottoni e percussioni spunta la tomba di Robert Johnson; nella settecentesca villa di Arconate, dove è comparsa una lettera dall’Etiopia

Alcune tavole di Saint Exupéry - L'ultimo volo, l'ultimo racconto di Hugo Pratt - 1995
Saint Exupéry - L'ultimo volo, Hugo Pratt, foto Pino Ninfa - 1994

di Arthur Rimbaud.
Tra luci ed ombre emergono il volto, le mani e il piano di Michel Petrucciani, una splendida Fenice e poi foto di Venezia e di San Lazzaro degli Armeni. Infine, gli ultimi, commoventi, ritratti di Hugo Pratt ripreso insieme alle sue tavole di letteratura disegnata nello studio di Grandvaux,  poco prima della sua scomparsa. Il concerto si conclude con il fantastico duetto tra Bonaventura e Fresu: calatosi tra il pubblico, quest’ultimo riesce quasi a sospendere lo scorrere del tempo sulla nota finale, tenuta sullo strumento per quasi due minuti.
Una performance, quella dell’artista sardo, che ne conferma il  talento carismatico dal timbro essenziale, devoluto all’attenzione di un pubblico stregato.
Anticipato da una piccola esposizione al Caffè Quadri, l’affascinante evento multimediale del Grassi, ricco di richiami letterari, è incominciato proprio col ritrovamento del servizio fotografico sull’artista veneziano, originariamente concepito per la rivista Max, ma rimasto inedito a causa della scomparsa di HP.

Pino Ninfa

 

Come hai conosciuto Hugo Pratt?
Io lavoravo presso Rizzoli e lui era un disegnatore della stessa casa editrice: un giorno ci siamo incrociati per caso e così nell’inverno del 1994 è nato questo servizio per Max, che in realtà non è mai apparso perchè nel frattempo Pratt è deceduto (20 agosto 1995, ndr.).
Le tavole che hai fotografato allora sono quelle della sua ultima storia?
Esattamente, sono quelle di Saint-Exupery – L’Ultimo Volo, il suo ultimo fumetto.
Com’è nato l’omaggio ad HP, in collaborazione con Paolo Fresu?
Facendo il trasloco del mio studio ho trovato la scatola con le foto e mi è venuta voglia di dedicargli questo omaggio con i tanti racconti e le tante storie che ho realizzato per il mio lavoro. La scelta di  Paolo Fresu è venuta da sé: ci conosciamo da parecchio tempo e insieme abbiamo già collaborato ad altri progetti multimediali.

Paolo Fresu

 

Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura in concerto a Palazzo Grassi con foto di villa Arconati, Pino Ninfa, Venezia Jazz Festival, Omaggio a Hugo Pratt, foto Francesca Galluccio
Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura in concerto a Palazzo Grassi con foto di villa Arconati, Pino Ninfa, Venezia Jazz Festival, Omaggio a Hugo Pratt, foto Francesca Galluccio

Quale immagine ti viene a mente pensando al jazz?
Certamente un’immagine in bianco e nero, come i vecchi vinili e le vecchie fotografie d’epoca. Insomma, per quanto in tutti questi anni il genere si sia evoluto penso che l’immagine, l’icona del jazz sia sempre la stessa – molto pulita, molto rigorosa, forse solo un po’ sporca – in quanto rappresenta quel dato momento storico.
L’Africa, Venezia, il tango, il blues: quali sono le suggestioni che ti hanno maggiormente impressionato in questo viaggio fotografico?
Ho cercato di non focalizzare troppo l’attenzione su quei luoghi e su quei continenti. Ne conoscevo le storie perchè, dopo aver lavorato sulle immagini, ne avevo discusso a lungo con il fotografo, tuttavia questo non voleva essere un percorso didascalico che in qualche modo facesse da colonna sonora alla moda dell’Argentina o alla macchina di Hemingway a Cuba, ma un viaggio moderno e contemporaneo in cui i linguaggi in parte si mischiano, cercando di mantenere una traccia del sapore e del colore di quei luoghi. Leggi tutto “Pino Ninfa/Paolo Fresu, omaggio ad Hugo Pratt”