Michele Mattiello. L’urlo come fotografia dell’inconscio

Urlo ventuno, Michele Mattiello esposizione "l'Urlo", Padova, 2011
Urlo ventuno, Michele Mattiello esposizione "l'Urlo", Padova, 2011

Venerdì 6 maggio alle ore 18.00 alla libreria Pangea di Padova, nell’ambito del festival Padova Aprile Fotografia – I territori del corpo inaugura la mostra “L’Urlo” di Michele Mattiello.
Il fotografo patavino giunge alla serie dell’Urlo come a una svolta rispetto alle esperienze precedenti e a una sintesi di anni di sperimentazione su mezzi e materiali della fotografia, incominciata fin da ragazzo quando seguiva con l’obiettivo a teatro il padre e il fratello mentre calcavano le scena.
Il vero e proprio percorso di ricerca inizia nel 2004, quando Mattiello realizza dei reportage in alcune comunità gestite da Codess Sociale (onlus), in cui sviluppa una tecnica narrativa fondata sulla neutralità dell’osservatore e sullo zavattiniano “pedinamento” del soggetto: il “raccontare la realtà come una storia”, in un classico b/n. Qui incomincia l’esercizio d’empatia con il soggetto stesso che sarà fondamentale nella messa in scena di un “urlo” reale e si afferma l’idea di funzione auto-terapeutica della fotografia.
Segue la serie “Tracce” (2007-2008), in cui lo scenario di pietra a Erto è espressione di un dramma consumato, quello del Vayont. La luce zenitale si staglia nettissima nel nero assoluto dell’ombra e definisce la qualità della materia. Il taglio espressionista dell’immagine segna l’inquietudine del male incombente. Nelle “Nature Morte” del 2008 la tragedia si compone nella catarsi del compimento e la contemplazione della morte rituale del maiale è resa nelle gradazioni di grigio in un sontuoso b/w digitale.
Nell’Urlo il gesto assume una funzione liberatoria. Le barriere tra arte scenica, fotografia e realtà psicosomatica sono da considerarsi abolite. La nudità testimonia una ricerca esistenziale relativa alla condizione umana e alle sue profonde contraddizioni.
Mattiello in questa serie ritorna all’uso del colore ed elabora un’originale tecnica di trasferimento dell’immagine: “L’urlo toglie al soggetto una seconda pelle, quella delle convenzioni e mette a nudo il proprio momento di debolezza. Togliere l’emulsione superficiale di una foto per trasferirla su carta, è togliere la seconda pelle della foto, spogliarla dal suo supporto”, afferma il fotografo.
Una luce morbida, frontale, individua i volumi; la messa a fuoco e l’esposizione sono corretti. Il processo di trasferimento dell’icona genera la drammatizzazione della materia, che collassa, si raggrinzisce e si deteriora, ma anche quella della forma, che si altera e si fa ectoplasmatica, pur mantenendo intatta l’identità individuale del soggetto e la sua forza espressiva. Nitidissimi dettagli emergono dal fondo nero e caliginoso dell’immagine, che rievoca la qualità di un vecchio dagherrotipo. L’icona usualmente si compone di quattro foto che formano, dice Mattiello “un piccolo reportage sulla persona, un polittico”.
Dall’esperienza fotografica dell’Urlo emerge la fluidità emozionale di sentimenti e paure che, sublimando, trasformano la realtà nell’evento condiviso della creazione di un’opera d’arte.

L’Urlo
Michele Mattiello
Padova Aprile Fotografia – I territori del corpo
6/05 -4/06 2011
Libreria Pangea
via S. Martino e Solferino 106
35122 Padova
orario: mar-sab 9.30-12.30 e 15.30-19.30
vernissage: venerdì 6 maggio alle ore 18.00
Centro Nazionale di Fotografia
tel +39 049 820451 +39 049 8204530 fax + 39 049 8204532
http://cnf.padovanet.it
[email protected]
http://www.michelemattiello.com
http://www.michelemattiello.com/bio.html

Assisi/Land art: un ombrello per proteggersi dal Millennio

Sotto l'Ombrello, Alexander Jakhnagiev, Corso Mazzini, Perugia, 2011, foto Valentina Silvestrini
Sotto l'Ombrello, Alexander Jakhnagiev, Corso Mazzini, Perugia, 2011, foto Valentina Silvestrini

Eccezionalmente per un solo weekend ad Assisi (Perugia), città Patrimonio Mondiale dell’Unesco e simbolo universalmente riconosciuto dei principi di pace e fratellanza tra i popoli, sarà possibile prendere parte ad un’ installazione di Land art unica e dal grande valore emblematico.

Da venerdì 29 aprile a domenica 1 maggio 2011, con inaugurazione ufficiale sabato 30 Aprile 2001 alle ore 11.00, quanti si troveranno a passeggiare lungo il centralissimo Corso Mazzini, potranno ammirare ed essere parte attiva di Sotto l’Ombrello: un’installazione urbana ideata e realizzata dell’artista bulgaro Alexander Jakhnagiev, con la curatela dalla dottoressa Maurizia Berardi. Oltre 500 ombrelli dipinti, verranno collocati a circa 5 metri di altezza, sullo sfondo della basilica di San Francesco e della chiesa di Santa Chiara.
Protagonisti dell’intervento, saranno proprio gli ombrelli dipinti, risultato tangibile di una serie di iniziative promosse nel corso del 2010 che hanno visto all’opera i bambini delle scuole di Assisi, affiancati da Alexander Jakhnagiev.

L’artista, figlio d’arte, il padre è Ivan Jakhangiev, non è nuovo a progetti di pittura interattiva insieme ai più giovani:

numerose sono state le performance realizzate nelle scuole. Recentemente in occasione di una mostra a fine benefico esposta presso il Parlamento italiano, ha coinvolto il Presidente della Camera l’Onorevole Gianfranco Fini ed alcuni deputati in un’iniziativa di pittura interattiva con i bambini romani.
Obiettivo del progetto è lanciare da Assisi un segnale forte sul concetto di “protezione”, a partire dalla riflessione attorno al valore emblematico dell’ombrello, oggetto che tradizionalmente possiede una valenza religiosa e regale. Da Assisi, un insieme di ombrelli variopinti, invierà al mondo un messaggio di sicurezza- protezione- salvezza da ogni forma di “pioggia”, così come dalle insidie del quotidiano, quali il terrorismo, le malattie o le pressanti questioni ambientali.
Dalla città umbra l’installazione si sposterà a Roma, Milano e in altre città europee.

Valentina Silvestrini

Sotto l’Ombrello
Alexander Jakhnagiev
Corso Mazzini, Perugia
29 aprile – 1 maggio 2011
inaugurazione sabato 30 Aprile 2001 alle ore 11.00
Centro d’arte Vista
tel /fax 0699704321
www.vistatv.it
[email protected]

La magia di Marina Abramovič ad Arte Fiera 2011

Marina Abramovic ad Arte Fiera di Bologna 2011, foto Eleonora Sole Travagli
Marina Abramovic ad Arte Fiera di Bologna 2011, foto Eleonora Sole Travagli

Anche quest’anno il sipario di Arte Fiera – e il suo pulsante cuore urbano, Art First – chiude a Bologna con un “abbrivio” che lascia il segno: il passaggio travolgente di Marina Abramovič, dea della performance, sempre più carismatica, magica come non mai.
L’abbiamo incontrata venerdì 28 gennaio, presso la gremita Aula Magna di Santa Lucia, in occasione della proiezione di Seven Easy Pieces, il suo film/documentario firmato dalla regia di Babette Mangolte e interamente girato al Guggenheim Museum di New York, in cui ridona vita a sette performance, omaggio sia a se stessa, sia a grandi performer che, negli anni ’70, hanno contribuito alla creazione dei cosiddetti Happening, quali: Gina Pane, Vito Acconci, Bruce Nauman…
Marina ha sottolineato l’enorme importanza della salvaguardia di tutto questo materiale che molto spesso, in quegli anni, non veniva documentato e svaniva esattamente al terminare di ogni performance – Mi rivolgo ai giovani artisti che vogliono avvalersi del materiale di quegli anni. Vorrei comunicare loro la corretta modalità d’uso: occorre chiedere il permesso all’artista, pagarne i diritti, e occorre elaborare una propria nuova versione dell’opera citando sempre la fonte da cui deriva. Tutto ciò non è mai stato fatto fino ad oggi, gli artisti hanno sempre e solo “rubato” dagli anni ’70 come del resto la moda, il design, il cinema ecc. tutti si sono avvalsi di questo patrimonio senza riconoscerne mai alcun credito, da cui la volontà di realizzare Seven Easy Pieces, con l’intento di salvaguardare, di documentare ciò che rischia di svanire nel nulla senza nessun riconoscimento. –
Indubbiamente ironico considerare “easy” le sette performance di cui è costituito il film, vedendole scorrere sullo schermo si assiste ad una Marina trasformata. Lei stessa asserisce che la durata di sei/sette ore che caratterizza ogni performance è un quid sopraggiunto con il tempo, non dato dalla forza fisica, bensì da una forza interiore, coadiuvata da disciplina, autocontrollo – quello che riesco a fare ora, a 60 anni, non riuscivo a farlo a 25 – racconta – Thomas Lips, ad esempio, è una performance del ’75 che feci per la prima volta ad Innsbruck. Allora durò solamente un’ora.
Una forza interiore che deriva dall’essere presente con anima e corpo nel preciso istante in cui tutto questo accade, hic et nunc, in questa dimensione il tempo non esiste e si è, semplicemente.
Di estrema importanza è poi il rapporto con il pubblico dal quale attinge e dona energia a sua volta, ma ben specifica – non faccio distinzioni tra una persona e l’altra, la cosa fondamentale è che ogni individuo sia presente altrimenti non si verifica alcun scambio. Del resto, tu potresti essere di fronte a me con il corpo ed essere ad Honolulu con la mente…

La presenza del pubblico è ciò che consente di realizzare anche questo tipo di performance particolarmente icastiche ed estreme. Marina afferma di non ricercare in alcun modo situazioni di dolore, di paura, di violenza nella sua vita privata, anzi! Di fronte alla domanda relativa alla realizzazione di una performance del suo stesso suicidio, risponde più volte – Io amo la vita!
Tuttavia sottolinea l’importanza delle esperienze traumatiche che caratterizzano la vita di ogni essere umano poiché è proprio da esse che si trae insegnamento, esse costituiscono la base per il cambiamento, la crescita, la trasformazione. Realizzare performance che “scandagliano” le paure ancestrali di ognuno di noi rappresenta un mezzo per estrinsecarle, comprenderle e trasformarle in forza – durante le performance io non sono altro che uno specchio nel quale si riflettono le paure che ci ossessionano: il dolore, la malattia, la morte. E’ un modo per guardare negli occhi la paura, brutalmente se vogliamo, ma il solo guardarla nel profondo ci consente poi di liberarcene. Dobbiamo riappropriarci della consapevolezza della nostra forza mentale, oggi sostituiamo tutto con la tecnologia e non ci rendiamo conto che questo ci rende “invalidi”, non ci avvaliamo più del nostro sentire, ricorriamo piuttosto al cellulare!
Ritorna inoltre insistentemente anche il numero sette: sette le performance del film, sette le ore di durata per ognuna. In effetti, è un numero a lei caro: sette sono le ore di apertura dei musei, ma sette è anche un numero magico legato alla sua passione per la numerologia…
Introducendo il suo nuovo progetto teatrale che andrà in scena al Manchester International Festival nel luglio prossimo, dal titolo Life and death of Marina Abramovič, in collaborazione con Bob Wilson e Willem Dafoe ci saluta, “vulcano Marina” senza dimenticare di abbracciare, nella sala gremita, gli amici artisti e galleristi che l’avevano accolta nella fervente Bologna degli anni ’70 , lasciandoci nella nostra personale ricerca di un equilibrio tra logica e passione, raziocinio e creatività.
Eleonora Sole Travagli

Marina Abramovič
Arte Fiera – Art First
Aula Magna di Santa Lucia
via Castiglione 26, Bologna
28 gennaio 2011 ore 21.00
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e UniboCultura
Dipartimento di Arti Visive
Culturalia
tel. 051-6569105
cell. 392-2527126
www.ladyperformance.it

www.culturaliart.com

i[email protected]