Biennale Musica23# Eno. Burning, time and mortality (Ita/En)

Venezia, Biennale Musica#23 – Micro-Music. Brian Eno sulla terrazza di Ca’ Giustinian, dopo la premiazione a Leone d’Oro alla carriera. Foto di Octavian Micleusanu

La prima mondiale dell’opera Ships, del Leone d’Oro alla Carriera per la musica Brian Eno, è stata messa in scena dallo stesso Eno al Teatro La Fenice, accompagnato dalla Baltic Sea Philharmonic condotta da Kristjan Järvi, insieme all’attore Peter Serafinowicz, al chitarrista e collaboratore Leo Abrahams, e al software designer Peter Chilvers.
Quello che ne è risultato è stata un’intensa tempesta emozionale contemporaneamente  ad un inabissamento nell’arte del rock: sulla nave di Eno eravamo intrattenuti con ogni tipo di possibilità in simultanea. In apertura “The Ship“, un lavoro elegiaco di ambient music intessuto con testi e riflessioni sui viaggi e sulle guerre. Una canzone senza ritmi o accordi in progressione ma semplicemente cantata sul suono ambient originato da un’installazione che Eno ha commissionato ad un’organizzazione artistica svedese, Fylkingen. Leggi tutto “Biennale Musica23# Eno. Burning, time and mortality (Ita/En)”

Venezia#80 El Conde (2023) – diretto da Pablo Larràin

Pablo Larràin, Leone d’oro alla 80. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in Sala Grande per la premiazione del film El Conde. Octavian Micleusanu photo ©

Ormai di casa e sempre ben voluto a Venezia, il cileno Larraìn si ripropone in concorso e per la quinta volta con una commedia horror in bianco nero moderna, satirica e surreale, dove Fantasia e Storia si intrecciano nella storia del vampiro (El conde) Pinocho Augusto Pinochet – la cui vita immortale e quella della sua famiglia si intrecciano nella Storia passata e moderna, passando dalla dittatura cilena all’Inghilterra dell’austerity tatcheriana, assurti a simbolo di avidità, distanza dal popolo e usurpazione di patrimonio pubblico, fino ad arrivare inevitabilmente al non certo sottile riferimento al sangue realmente versato dai cileni per “mantenere in vita” El Conde Pinochet, interpretato ottimamente dal quasi novantenne Jaime Vadell.

Venezia#80 L’attrice Gloria Münchmeyer, il regista Pablo Larraín, Paula Luchsinger, Alfredo Castro, Rocío Jadue and Juan de Dios Larraín sul red carpet del film El Conde, Leone d’Oro 2023 all’ 80. Festival del Cinema di Venezia. Octavian Micleusanu photo © 2023

La meschinità e impunità dei potenti e le persone (famigliari e non) che vi orbitano attorno a caccia di eredità e capitali nascosti e macchiati di sangue si ripetono nel tempo e nei luoghi, e in questa storia di caccia al tesoro non poteva che esserci, con tatto e pudore, anche la Chiesa, che nella sua battaglia contro il male non disdegna spesso sonanti ricompense per la dedizione.
Pinochet è morto libero, impunito e milionario. E quell’impunità lo ha reso eterno”, dice Larrain, alle prese con la sfida di rappresentare Pinochet e ricordare che la memoria delle ingiustizie perpetrate spetta a noi e non richiede necessariamente sangue da versare se si sta attenti a riconoscere i “vampiri” prima che questi chiedano il proprio tributo di sangue.

Venezia#80 - Gloria Münchmeyer sul red carpet del film El Conde, Leone d'Oro alla 80. edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Octavian-Micleusanu-photo-©-2023
Venezia#80 – Gloria Münchmeyer sul red carpet del film El Conde, Leone d’Oro alla 80. edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Octavian-Micleusanu-photo-©-2023

Punto di forza del film: una fotografia abbacinante e magistrale a firma dello statunitense Ed Lachman.
Punto di debolezza del film: per colpire il Potere in senso lato rischia di affievolire la potenza di fuoco sul bersaglio Pinochet.
D.Bono


El Conde (2023)

regia: Pablo Larràin
fotografia: Edward Lachman
produttori:Juan de Dios Larraín, Pablo Larraín, Rocío Jadue
produttori esecutivi: Cristian Donoso, Sergio Karmy
casa di produzione: Fábula
distribuzione in Italia: Netflix

Nolan colpisce ancora: recensione di “Oppenheimer”

L’attesissimo “Oppenheimer“, in uscita nelle sale italiane il 23 agosto – che abbiamo avuto il privilegio di vedere in anteprima – è il nuovo film diretto da Christopher Nolan, un’opera audace e ambiziosa che esplora la vita e la mente di J. Robert Oppenheimer, il riluttante padre della bomba atomica.

Manifesto del film “Oppenheimer” di Christopher Nolan

Con il suo stile distintivo e la sua narrazione stratificata, Nolan ci guida attraverso un viaggio cinematografico che va ben oltre la storia, scavando nelle profondità dell’anima umana.
“Oppenheimer” offre infatti uno sguardo intimo sulla vita e le scelte del celebre scienziato, dal suo ruolo nella creazione della bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale, fino al suo tormento morale e alle conseguenze delle sue azioni.
Nolan non si limita a raccontare una biografia lineare, ma si
addentra nelle complessità del personaggio, esplorando le sue motivazioni, i suoi conflitti interiori e le sfide etiche che lui e il suo gruppo di ricerca hanno dovuto affrontare.
Il tocco di Nolan è inconfondibile, a partire dalla sua abilità nel creare una tensione costante e nell’alternare tra diverse linee temporali.
Il regista utilizza una miscela di immagini suggestive con tanto di sequenze oniriche da trip psichedelico (durante le visioni del protagonista da studente) combinando abilmente una regia efficace, sebbene meno eclettica dei film precedenti di Nolan, e una narrazione non lineare ma mai dispersiva, come poteva in certi frangenti sembrare Tenet.
Cillian Murphy e Robert Downey Jr. (la grande sorpresa del film) sono assolutamente da Oscar.
Il sound design a cura di Ludwig Göransson farà sentire lo
spettatore come se avesse preso una bomba al petto, contribuendo a rendere Oppenheimer un’esperienza cinematografica a 360 gradi.
Sempre più maturo, Christopher Nolan continua a sfidare i confini del cinema convenzionale, con un film che lungi dall’essere perfetto, offre sicuramente un’esperienza cinematografica tanto coinvolgente quanto riflessiva, sia per la nicchia cinefila degli “happy few” che per il grande pubblico. Una pellicola del tutto attuale che fa riflettere sulle implicazioni etiche e morali delle azioni umane, nonché sui panni sporchi degli Stati Uniti, ribaltando magistralmente le aspettative dello spettatore, in quello che fino a metà inoltrata del film sembrava essere il classico racconto di propaganda americana. Forse, in profondità, può esserlo comunque, ma anche se fosse, ciò non andrebbe minimamente a minare la qualità del film.
Gino Pellicani

Oppenheimer“, regia di Christopher Nolan, Regno Unito, Stati Uniti d’America, 2023, 180 min, B/N e a colori, prodotto da Syncopy Films, Atlas Entertainment, distribuzione italiana Universal Pictures

Un’icona senza pari compie Ottant’anni

Gli Ottant’anni di Robert De Niro (Ansa)

Robert De Niro ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo del cinema con la sua versatilità, il suo talento e la sua dedizione alla recitazione.
Fin dai primi passi, ha dimostrato un talento innato e una passione per l’arte di interpretare personaggi. De Niro ha guadagnato il suo primo ruolo importante nei primi anni ’70 con il film “Mean Streets” di Martin Scorsese, dando il via a una collaborazione che sarebbe diventata una delle più fruttuose e celebrate del cinema.
De Niro è diventato noto per la sua capacità di trasformarsi
completamente nei suoi personaggi. Dal travagliato Travis Bickle in “Taxi Driver” (1976) all’impressionante Jake LaMotta in “Toro Scatenato” (1980), la sua gamma di interpretazioni eccezionali gli ha guadagnato una serie di riconoscimenti, tra cui due Premi Oscar.
Una parte fondamentale del successo di De Niro è stata la sua collaborazione con il regista Martin Scorsese. La coppia ha lavorato insieme in diversi film iconici, creando opere intramontabili come “Taxi Driver“, “Toro Scatenato“, “Cape Fear” e “The Irishman“. La loro sinergia ha prodotto alcuni dei momenti più indimenticabili della storia del cinema.
L’eredità di Robert De Niro è incisa nella storia del cinema. Con oltre sei decenni di carriera, ha accumulato numerosi
riconoscimenti, tra cui Premi Oscar, Golden Globe e BAFTA.
Ma la vera testimonianza della sua grandezza, al di là di questi luccichii, è il suo impatto duraturo sull’arte cinematografica e sulla cultura popolare, anche italiana.
Robert De Niro continua a coltivare un legame speciale con l’Italia, un paese che ha profondamente influenzato la sua vita artistica e personale. Questo legame è stato testimoniato non solo attraverso le sue interpretazioni memorabili nei film legati all’Italia, come “Novecento” di Bertolucci, ma anche attraverso la sua affinità per la
cultura, la cucina e il patrimonio culturale e gastronomico italiano.
Basti pensare alla visita di pochi giorni fa nel set di Paolo Sorrentino a Napoli, dove ha avuto modo di gustare la pizza verace di Ciro Oliva e Fiocco di Neve da Poppella.
Poi che dire del legame di Robert De Niro con il Molise? Una
regione relativamente piccola e spesso dimenticata, con una storia unica. De Niro ha sviluppato un interesse profondo per le sue origini molisane attraverso suo nonno paterno, che era originario di Ferrazzano.
Questo legame ha spinto De Niro a esplorare le sue radici molisane in modo più approfondito e a cercare di preservare e onorare la sua eredità familiare. Nel 2004, ha addirittura ottenuto la cittadinanza onoraria da parte di molti comuni molisani, tra cui Ferrazzano e
Campobasso.
Inoltre, De Niro è stato coinvolto in iniziative volte a promuovere il Molise e a preservarne la cultura e le tradizioni. Ad esempio, nel 2018 ha sostenuto la creazione dell’evento “La Notte dei Misteri“, che ha celebrato le tradizioni antiche del Molise attraverso
spettacoli e rappresentazioni artistiche.
Il suo coinvolgimento con il Molise non è solo un gesto di affetto personale, ma ha anche contribuito a portare attenzione su questa regione meno conosciuta d’Italia. Il fatto che una figura di spicco come Robert De Niro si interessi alle sue radici molisane ha contribuito a promuovere il patrimonio culturale e storico di questa regione e ha reso il Molise un po’ più visibile al mondo.
Tony Boncimino

Mario Nigro a Palazzo Reale

In un’estate in cui il caldo non risparmia nessuno, l’esposizione dedicata a Mario Nigro a Milano offre un’opportunità rinfrescante (e gratuita!) per immergersi nell’arte e nella cultura.

Opera firmata da Mauro Nigro esposta al Palazzo Reale di Milano

Un viaggio attraverso le tappe salienti della carriera di un
maestro dell’arte astratta spesso sottovalutato e fino a pochi anni fa dimenticato, come il pistoiese Mario Nigro, arricchisce l’animo di chiunque scelga di attraversare la soglia di Palazzo Reale.
L’esposizione, intitolata “Mario Nigro. Opere 1947-1992“, è il risultato di una collaborazione tra il Comune di Milano –
Cultura, Palazzo Reale, il Museo del Novecento e Eight Art Project, con la partecipazione dell’Archivio Mario Nigro.
Le porte di questa eccezionale mostra si sono aperte il 14
luglio, offrendo al pubblico la possibilità di immergersi
nell’universo creativo di Nigro fino al 17 settembre presso
Palazzo Reale e fino al 5 novembre presso il Museo del
Novecento.
Con oltre centoquaranta opere in mostra, e con una curatela precisa ed efficace, l’esposizione offre una panoramica completa della carriera artistica di Mario Nigro, dalla sua opera del 1947 fino all’ultimo capolavoro del 1992.
Tra quadri, sculture tridimensionali, lavori su carta e una ricca selezione di documenti, i visitatori avranno l’opportunità di immergersi nella vastità della produzione artistica di Nigro.
Particolarmente significative sono le opere che furono
esposte alle Biennali di Venezia e alla X Quadriennale di Roma, eventi che hanno contribuito a plasmare il suo percorso artistico.
La mostra non si limita a offrire una semplice esposizione
cronologica delle opere di Nigro, ma traccia i momenti chiave del suo linguaggio artistico in continua evoluzione. Dai primi anni Quaranta, caratterizzati da un’approccio sperimentale, fino alla maturità artistica, con un netto orientamento verso strutture compositive astratte e geometriche, l’arte di Nigro riflette un percorso di esplorazione e scoperta.
Le opere di Mario Nigro, nonostante il caratteristico approccio astratto, sono intrise di un’atmosfera narrativa in cui il “ritmo“, le “forme” e il “tempo” giocano un ruolo cruciale.
Tale approccio è il risultato di una profonda intersezione tra
l’arte, la musica e il sapere scientifico. La sua capacità di
tradurre concetti complessi in opere visive che parlano
direttamente all’osservatore testimonia la sua abilità di unire diverse discipline in un’espressione artistica unica.
Dan Bonahms