Biennale Architettura / L’opinione di Vittorio Sgarbi

Vittorio Sgarbi alla Biennale, foto André Guarnieri
Vittorio Sgarbi alla Biennale, foto André Guarnieri

In occasione della Biennale di Architettura in corso a Venezia, Art In Italy ha intervistato Vittorio Sgarbi.

Cosa le è piaciuto di questa Biennale?
Mi sembra una esibizione ludica, di architetti che sono rimasti bambini e fanno il loro luna park. Poi qualcuno affronta un problema drammatico, come il padiglione Cile, dove hanno l’emergenza di un terremoto che ha scoperto mille km di architettura: lì c’è un problema reale da affrontare. Il resto mi sembra molto un divertimento, un gioco, in concorrenza con Biennale Arte.

E il Padiglione delle Esposizioni?
Anche questo è un po’ vacuo. Nel senso che uno non deve pensare di capire qualcosa, guarda e qualcosa lo colpisce come accade con le architetture di una città: perciò forse, in questo, è una mostra d’architettura. Certo non si direbbe che ci siano grandi idee, ci sono invece delle testimonianze ordinarie di un’architettura che non è riuscita a dimenticare la tradizione razionalistica e quindi avanza in maniera molto scolastica.

Può darci qualche anteprima sulla Biennale dell’anno prossimo, come prossimo direttore del Padiglione Italia?
Intanto vorrei liberare gli affreschi di Sant’Agata e Gentilini che sono sotto la facciata del Palazzo delle Esposizioni coperti dal cartongesso. Non si capisce perchè li abbiano coperti, questi pazzi (qualche minuto prima prendeva a pugni le colonne gridando “Questa è merda” ndr.).
Poi ho in mente di fare una Biennale con un Padiglione Italia a Venezia, a Roma, in tutta Italia, in Europa e nel mondo. Faccio la Biennale ovunque: ‘biennalizzo’ il mondo attraverso gli istituti culturali italiani all’estero e le sedi principali dei musei delle regioni.
Ci sarannno 1200 artisti distribuiti su tutto il territorio: 150 a Venezia, 150 per città: un’operazione d’inventario molto articolata, in occasione del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia.
Devo capire come si misura la creatività degli artisti e limitarsi ad un numero ristretto diventa una posizione di parte. Devo tentare di far vedere come si muovono gli artisti negli ultimi 10 anni tenendo come riferimento il nuovo milennio. 2001-2011 sono dieci anni di creatività che  possono essere ben attestati da migliaia di artisti. La selezione sarà non troppo dura ma neanche troppo semplice.

Il tema?
Nessun tema… niente. Il tema è .. Babele!

Un’astronave nella Pineta. La Casa-Museo di Remo Brindisi

Casa-Museo Remo Brindisi, atrio centrale, foto ©Marco Caselli Nirmal

‘Villa Brindisi un’astronave nella pineta. Storia del Museo Alternativo tra Arte, Architettura e Design’ è il titolo della nuova guida della Casa-Museo già di Remo Brindisi a Lido di Spina (Fe), che lì sarà presentata dall’autrice, Eleonora Sole Travagli, martedì 17 agosto alle ore 21.00.

Un ambiente affascinante e luminosissimo – giocato sui bianchi, i vetri e gli specchi –  e concepito con straordinaria coerenza formale dall’architetto e designer Nanda Vigo nel 1971, assieme al pittore abruzzese, per ospitare la raffinata collezione d’arte contemporanea di quest’ultimo ed aprire finalmente al pubblico un ambiente in cui l’arte è vissuta nella quotidianità.
La casa infatti ospita opere di design, da Mackintosh a Munari e della stessa Vigo che ha curato in ogni dettaglio l’allestimento degli interni. In esposizione anche opere di artisti italiani, quali l’impressionista Medardo Rosso e, tra i post-avanguardisti, Savinio, De Pisis, Rosai, Sironi; del secondo novecento, Manzoni, Isgrò, Corpora, Murer, Ceroli, Vedova; infine sono ospitate opere di autori stranieri del calibro di Moore, Arp, Erst, Matta, Warhol, Christo.

Eleonora Sole Travagli, com’è nata l’idea della guida?
Sono nata a Lido di Spina e ho sempre apprezzato la casa-museo di Brindisi. Tre anni fa – racconta Eleonora Sole Travagliho scelto di presentare una tesina su questo soggetto all’Università di Ferrara (corso di operatore del turismo culturale). A questo fine ho preso contatto con Nanda Vigo, che mi ha ricevuta per due ore nella sua casa di Milano davanti ad un té giapponese. Da quel momento è emersa l’idea di una pubblicazione che oggi si è realizzata, anche grazie al contributo del fotografo di scena Marco Caselli Nirmal, che aveva esordito proprio con un servizio sull’architetto milanese.
Come ha lavorato Nanda Vigo?
Ha progettato la casa e ne ha seguito i lavori di costruzione ed allestimento. Ha creato ambienti originali, come la “stanza nera” e nessun elemento è lasciato al caso, tutto risponde alla concezione generale di un’arte che entra a far parte della vita dell’uomo.
Che tipo di collaborazione è intercorsa tra Vigo e Brindisi?
Direi una vera amicizia, dettata dalla sincerità che talvolta conduce alla “burrasca”, per esempio, Brindisi voleva un atrio centrale circolare, pensando al museo Guggenheim di NY e, Vigo, quadrangolare in stile razionalista. Alla fine il risultato è questo spazio cilindrico il cui diametro e l’altezza sono di dodici metri; lungo le pareti, sulla scala elicoidale, scorre un elegante corrimano in acciaio largo ben 20 centimetri.
Quali sono i maestri di Nanda Vigo?
Nanda Vigo non ama le etichette, infatti ha ammirato l’architettura organica di Frank Lloyd Wright tanto da frequentare la sua scuola d’architettura di Taliesin, in Wisconsin, ma poi se ne è andata quasi subito. Lo ritenne un despota in piena regola che aveva organizzato la propria scuola come un’istituzione militarista! Quindi si è recata a San Francisco dove ha lavorato in diversi studi di architettura, infine al suo rientro a Milano ha conosciuto Lucio Fontana e Giò Ponti, altri suoi numi tutelari e ancora, l’incontro con Piero Manzoni…Uno dei suoi punti di riferimento, ad ogni modo, è senz’altro la Casa del Fascio di Terragni.
Infatti lo spazio si presenta come un tutto organico
Qui il design si fonde con l’architettura e si realizza la fusione delle arti in cui predominano il bianco, l’acciaio, gli specchi, in una costante ricerca della luce e della spiritualità.
Ad esempio, Vigo ha creato “ambienti cronotopici”  in cui vetri satinati a specchio e neon creano il superamento della terza dimensione inducendo nel fruitore una diversa percezione spaziotemporale, oltre la bidimensionalità del quadro e la tridimensionalità della scultura, conducendolo all’interno di una dimensione spirituale. Leggi tutto “Un’astronave nella Pineta. La Casa-Museo di Remo Brindisi”

Pino Ninfa/Paolo Fresu, omaggio ad Hugo Pratt

Hugo Pratt nello studio di Grandvaux, foto Pino Ninfa - 1994
Hugo Pratt nello studio di Grandvaux, foto Pino Ninfa - 1994

Domenica primo agosto, Venezia Jazz Festival.
Nell’atrio di Palazzo Grassi scorrono in b/w immagini di Cuba sul riverbero delle prime note, in sordina, della tromba di Paolo Fresu, accompagnata dall’incalzare del bandoneon di Daniele di Bonaventura.
Uno strumento, quest’ultimo, che Hugo Pratt talora si dilettava a suonare, cantando canzoni per intrattenere gli amici.
Il dialogo tra musica, immagini e letteratura dedicato al grande maestro del fumetto si realizza Sulle strade dell’avventura, nei luoghi prattiani e non, rivisitati dalle foto di Pino Ninfa: sulle tracce della “porsche di Hemingway” a Cuba, poi nella Buenos Aires del tango e degli anni giovanili e nell’Africa degli Scorpioni del deserto, che nell’eccelsa interpretazione di Fresu diventa anche l’Africa di Coltrane; nel Missisipi del blues, dove tra chitarre, ottoni e percussioni spunta la tomba di Robert Johnson; nella settecentesca villa di Arconate, dove è comparsa una lettera dall’Etiopia

Alcune tavole di Saint Exupéry - L'ultimo volo, l'ultimo racconto di Hugo Pratt - 1995
Saint Exupéry - L'ultimo volo, Hugo Pratt, foto Pino Ninfa - 1994

di Arthur Rimbaud.
Tra luci ed ombre emergono il volto, le mani e il piano di Michel Petrucciani, una splendida Fenice e poi foto di Venezia e di San Lazzaro degli Armeni. Infine, gli ultimi, commoventi, ritratti di Hugo Pratt ripreso insieme alle sue tavole di letteratura disegnata nello studio di Grandvaux,  poco prima della sua scomparsa. Il concerto si conclude con il fantastico duetto tra Bonaventura e Fresu: calatosi tra il pubblico, quest’ultimo riesce quasi a sospendere lo scorrere del tempo sulla nota finale, tenuta sullo strumento per quasi due minuti.
Una performance, quella dell’artista sardo, che ne conferma il  talento carismatico dal timbro essenziale, devoluto all’attenzione di un pubblico stregato.
Anticipato da una piccola esposizione al Caffè Quadri, l’affascinante evento multimediale del Grassi, ricco di richiami letterari, è incominciato proprio col ritrovamento del servizio fotografico sull’artista veneziano, originariamente concepito per la rivista Max, ma rimasto inedito a causa della scomparsa di HP.

Pino Ninfa

 

Come hai conosciuto Hugo Pratt?
Io lavoravo presso Rizzoli e lui era un disegnatore della stessa casa editrice: un giorno ci siamo incrociati per caso e così nell’inverno del 1994 è nato questo servizio per Max, che in realtà non è mai apparso perchè nel frattempo Pratt è deceduto (20 agosto 1995, ndr.).
Le tavole che hai fotografato allora sono quelle della sua ultima storia?
Esattamente, sono quelle di Saint-Exupery – L’Ultimo Volo, il suo ultimo fumetto.
Com’è nato l’omaggio ad HP, in collaborazione con Paolo Fresu?
Facendo il trasloco del mio studio ho trovato la scatola con le foto e mi è venuta voglia di dedicargli questo omaggio con i tanti racconti e le tante storie che ho realizzato per il mio lavoro. La scelta di  Paolo Fresu è venuta da sé: ci conosciamo da parecchio tempo e insieme abbiamo già collaborato ad altri progetti multimediali.

Paolo Fresu

 

Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura in concerto a Palazzo Grassi con foto di villa Arconati, Pino Ninfa, Venezia Jazz Festival, Omaggio a Hugo Pratt, foto Francesca Galluccio
Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura in concerto a Palazzo Grassi con foto di villa Arconati, Pino Ninfa, Venezia Jazz Festival, Omaggio a Hugo Pratt, foto Francesca Galluccio

Quale immagine ti viene a mente pensando al jazz?
Certamente un’immagine in bianco e nero, come i vecchi vinili e le vecchie fotografie d’epoca. Insomma, per quanto in tutti questi anni il genere si sia evoluto penso che l’immagine, l’icona del jazz sia sempre la stessa – molto pulita, molto rigorosa, forse solo un po’ sporca – in quanto rappresenta quel dato momento storico.
L’Africa, Venezia, il tango, il blues: quali sono le suggestioni che ti hanno maggiormente impressionato in questo viaggio fotografico?
Ho cercato di non focalizzare troppo l’attenzione su quei luoghi e su quei continenti. Ne conoscevo le storie perchè, dopo aver lavorato sulle immagini, ne avevo discusso a lungo con il fotografo, tuttavia questo non voleva essere un percorso didascalico che in qualche modo facesse da colonna sonora alla moda dell’Argentina o alla macchina di Hemingway a Cuba, ma un viaggio moderno e contemporaneo in cui i linguaggi in parte si mischiano, cercando di mantenere una traccia del sapore e del colore di quei luoghi. Leggi tutto “Pino Ninfa/Paolo Fresu, omaggio ad Hugo Pratt”

Nino Migliori: i ritratti di Peggy a Palazzo Venier dei Leoni

Peggy Guggenheim fotografata da Migliori
Peggy in sala da pranzo, sopra il caminetto si distinguono Il clarinetto di Georges Braque (1912) e Maiastra di Constantin Brancusi (1912).1958. Archivio Collezione Peggy Guggenheim. Donazione Giovanni e Anna Rosa Cotroneo, 2010

Fino al 26 luglio la mostra “Peggy in Venice. Photographed by Nino Migliori” darà l’occasione di ammirare una serie di scatti in bianco e nero dedicati dal celebre fotografo bolognese alla grande collezionista americana, donati da Giovanni e Anna Rosa Cotroneo al museo veneziano, di cui quest’anno ricorre il trentennale dalla nascita.

Nel corso degli anni Peggy è stata musa, modella e mecenate per fotografi della levatura di Man Ray, Max Ernst, Roloff Beny, Berenice Abbot, André Kertesz, Gisèle Freund e Gianni Berengo Gardin, i cui ritratti sono tra i più noti e i più belli dell’arte del Novecento.
Alla fine degli anni Cinquanta, quando il pittore Emilio Vedova introduce Nino Migliori a Peggy Guggenheim e agli artisti della sua cerchia (Tancredi, Bacci, Santomaso, Guidi) il fotografo è già un “architetto della visione” rinomato per i suoi reportages neorealisti e per le sue sperimentazioni grafiche e pittoriche off camera sulla materia fotografica e sulle tecniche dell’informale aggiornate alle soluzioni più avanzate delle avanguardie europee (Wols, Tapies, Burri).
Nel 1958 Migliori conosce Peggy, la sua dimora e la sua collezione, che il fotografo le vede adattarsi “proprio come un abito”. L’incontro è senz’altro folgorante: i suoi  ritratti in bianco e nero diventano altrettanti omaggi all’arte contemporanea e al gusto della collezionista. Migliori non esita a sacrificare i canoni della fotografia per renderla essa stessa opera d’arte, modulando ogni sfumatura di un sontuoso bianco e nero. Leggi tutto “Nino Migliori: i ritratti di Peggy a Palazzo Venier dei Leoni”

Wassily Kandinsky, Utopia in blu

Vasily Kandinsky, Dipinto blu, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Donazione, Fuller Foundation, Inc. 76.2277
Vasily Kandinsky, Dipinto blu, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Donazione, Fuller Foundation, Inc. 76.2277

«Ogni opera nasce così, come nasce il Cosmo, attraverso le catastrofi che dal caotico frastuono degli strumenti vanno a formare una Sinfonia, la Musica delle sfere. La creazione di un’opera è la creazione del mondo».
Così nel 1909 Wassily Kandinsky (1866-1943 ) scrive nel suo famoso saggio Lo spirituale nell’arte, poco prima di dipingere il primo acquerello astratto della storia (1910). Il pittore, che fin dagli anni giovanili suonava pianoforte e violoncello, riconosce classicamente alla musica il primato tra le arti poiché, con vibrazioni e silenzi, simpatie e unisoni è particolarmente atta  «all’espressione dell’animo dell’artista e alla creazione di una vita autonoma attraverso i suoni musicali».
È l’ascolto del Loenghrin di Richard Wagner ad ispirare l’astrazione di forme e cromatismi “primitivi” adottati dall’artista nei suoi dipinti ispirati alle fiabe e alle tradizioni russe:  «Vidi nella mente tutti i miei colori, erano davanti ai miei occhi; linee tumultuose quasi folli si disegnavano davanti a me». Allora, l’artista, visionario e profeta, individua una forma di pittura «più spirituale» per esprimere il proprio «suono interiore» ed elabora un proprio alfabeto pittorico-musicale, ispirandosi alla teosofia di H.P.Blavatsky e alla ricerca parallela di musicisti quali Schoenberg, Skriabin, Rimsky-Korsakov. I suoi dipinti si chiamano Romanze, Composizioni, Impressioni, Improvvisazioni e affermano la sinestesia tra le arti e il concetto di unità delle stesse promosso dalle avanguardie.
Prendiamo in esame, a tale proposito, il Dipinto blu del 1924, conservato al Solomon R. Guggenheim Museum di New York, e attualmente esposto in occasione della mostra Utopia Matters: dalle confraternite al Bauhaus, in corso alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia fino al 25 luglio: sul fondo, una vellutata sinfonia di azzurri rimanda alla profondità cosmica dell’anima e al suono di organo, contrabbasso, violoncello e flauto; di lì, perfusa di un’aura luminosa,  emerge una composizione geometrica dai colori accesi, impostata dinamicamente sulla diagonale. Ogni forma è in equilibrio instabile, pulsa ed è resa vibrante dalla qualità cinetica del colore; inoltre, partecipa del movimento collettivo creato dall’armonica tensione degli opposti (caldo/freddo, triangolo/cerchio ecc) .
Il triangolo giallo semitrasparente spicca per contrasto dal fondo blu come uno squillo di tromba ed è bilanciato dal più piccolo ma “pesante” quadrato, che emerge in basso a destra, saturo del “liquido” rosso cinabro (ottoni). Le tre sfere più grandi, concorrono a definire la misura  aurea di uno spazio solo apparentemente bidimensionale. Le linee imprimono la direzione del moto e punti, legature ed altre notazioni musicali, ne marcano il carattere e il ritmo. Il giallo è eccitante e centrifugo, il blu rilassante e centripeto, il verde è stabile e pacificante, il rosso vivificante. Leggi tutto “Wassily Kandinsky, Utopia in blu”