Venezia/Biennale Musica#. Maryanne Amacher (ita/en)

Biennale Musica 2023 – Maryanne Amacher, GLIA, 2006, Italian première. Photo courtesy Labiennale

Un notevole climax per la Biennale Musica: la fenomenale piece per ensemble e nastro GLIA della compositrice  Maryanne Amacher, eseguita dall’odierno Ensemble Zwischentöne diretto da Bill Dietz al Teatro alla Tese, (Arsenale di Venezia) il 16 ottobre scorso.
Con GLIA, Amacher si riferisce alle cellule gliali, talvolta chiamate “la colla” del sistema nervoso, perché forniscono supporto fisico e chimico ai neuroni e contribuiscono al loro mantenimento. Amacher costruisce la musica attraverso lo spazio vivente, includendo e incorporando ogni organismo umano presente nello spazio, l’architettura e le relazioni tra l’ensemble, il nastro e gli stessi corpo e spazio.
L’artista penetra e attiva le orecchie e i corpi dell’uditorio nello spazio, letteralmente attraverso l’incorporazione di emissioni otoacustiche – suoni emanati dall’interno dell’ orecchio degli ascoltatori, ai quali talvolta ella si riferisce come “il terzo orecchio“. La sensazione è quella di un suono che, saltando all’interno dell’orecchio stesso, dissolva lo spazio esterno in quello interno in maniera molto dilettevole. Leggi tutto “Venezia/Biennale Musica#. Maryanne Amacher (ita/en)”

Venezia#80 El Conde (2023) – diretto da Pablo Larràin

Pablo Larràin, Leone d’oro alla 80. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in Sala Grande per la premiazione del film El Conde. Octavian Micleusanu photo ©

Ormai di casa e sempre ben voluto a Venezia, il cileno Larraìn si ripropone in concorso e per la quinta volta con una commedia horror in bianco nero moderna, satirica e surreale, dove Fantasia e Storia si intrecciano nella storia del vampiro (El conde) Pinocho Augusto Pinochet – la cui vita immortale e quella della sua famiglia si intrecciano nella Storia passata e moderna, passando dalla dittatura cilena all’Inghilterra dell’austerity tatcheriana, assurti a simbolo di avidità, distanza dal popolo e usurpazione di patrimonio pubblico, fino ad arrivare inevitabilmente al non certo sottile riferimento al sangue realmente versato dai cileni per “mantenere in vita” El Conde Pinochet, interpretato ottimamente dal quasi novantenne Jaime Vadell.

Venezia#80 L’attrice Gloria Münchmeyer, il regista Pablo Larraín, Paula Luchsinger, Alfredo Castro, Rocío Jadue and Juan de Dios Larraín sul red carpet del film El Conde, Leone d’Oro 2023 all’ 80. Festival del Cinema di Venezia. Octavian Micleusanu photo © 2023

La meschinità e impunità dei potenti e le persone (famigliari e non) che vi orbitano attorno a caccia di eredità e capitali nascosti e macchiati di sangue si ripetono nel tempo e nei luoghi, e in questa storia di caccia al tesoro non poteva che esserci, con tatto e pudore, anche la Chiesa, che nella sua battaglia contro il male non disdegna spesso sonanti ricompense per la dedizione.
Pinochet è morto libero, impunito e milionario. E quell’impunità lo ha reso eterno”, dice Larrain, alle prese con la sfida di rappresentare Pinochet e ricordare che la memoria delle ingiustizie perpetrate spetta a noi e non richiede necessariamente sangue da versare se si sta attenti a riconoscere i “vampiri” prima che questi chiedano il proprio tributo di sangue.

Venezia#80 - Gloria Münchmeyer sul red carpet del film El Conde, Leone d'Oro alla 80. edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Octavian-Micleusanu-photo-©-2023
Venezia#80 – Gloria Münchmeyer sul red carpet del film El Conde, Leone d’Oro alla 80. edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Octavian-Micleusanu-photo-©-2023

Punto di forza del film: una fotografia abbacinante e magistrale a firma dello statunitense Ed Lachman.
Punto di debolezza del film: per colpire il Potere in senso lato rischia di affievolire la potenza di fuoco sul bersaglio Pinochet.
D.Bono


El Conde (2023)

regia: Pablo Larràin
fotografia: Edward Lachman
produttori:Juan de Dios Larraín, Pablo Larraín, Rocío Jadue
produttori esecutivi: Cristian Donoso, Sergio Karmy
casa di produzione: Fábula
distribuzione in Italia: Netflix

Nolan colpisce ancora: recensione di “Oppenheimer”

L’attesissimo “Oppenheimer“, in uscita nelle sale italiane il 23 agosto – che abbiamo avuto il privilegio di vedere in anteprima – è il nuovo film diretto da Christopher Nolan, un’opera audace e ambiziosa che esplora la vita e la mente di J. Robert Oppenheimer, il riluttante padre della bomba atomica.

Manifesto del film “Oppenheimer” di Christopher Nolan

Con il suo stile distintivo e la sua narrazione stratificata, Nolan ci guida attraverso un viaggio cinematografico che va ben oltre la storia, scavando nelle profondità dell’anima umana.
“Oppenheimer” offre infatti uno sguardo intimo sulla vita e le scelte del celebre scienziato, dal suo ruolo nella creazione della bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale, fino al suo tormento morale e alle conseguenze delle sue azioni.
Nolan non si limita a raccontare una biografia lineare, ma si
addentra nelle complessità del personaggio, esplorando le sue motivazioni, i suoi conflitti interiori e le sfide etiche che lui e il suo gruppo di ricerca hanno dovuto affrontare.
Il tocco di Nolan è inconfondibile, a partire dalla sua abilità nel creare una tensione costante e nell’alternare tra diverse linee temporali.
Il regista utilizza una miscela di immagini suggestive con tanto di sequenze oniriche da trip psichedelico (durante le visioni del protagonista da studente) combinando abilmente una regia efficace, sebbene meno eclettica dei film precedenti di Nolan, e una narrazione non lineare ma mai dispersiva, come poteva in certi frangenti sembrare Tenet.
Cillian Murphy e Robert Downey Jr. (la grande sorpresa del film) sono assolutamente da Oscar.
Il sound design a cura di Ludwig Göransson farà sentire lo
spettatore come se avesse preso una bomba al petto, contribuendo a rendere Oppenheimer un’esperienza cinematografica a 360 gradi.
Sempre più maturo, Christopher Nolan continua a sfidare i confini del cinema convenzionale, con un film che lungi dall’essere perfetto, offre sicuramente un’esperienza cinematografica tanto coinvolgente quanto riflessiva, sia per la nicchia cinefila degli “happy few” che per il grande pubblico. Una pellicola del tutto attuale che fa riflettere sulle implicazioni etiche e morali delle azioni umane, nonché sui panni sporchi degli Stati Uniti, ribaltando magistralmente le aspettative dello spettatore, in quello che fino a metà inoltrata del film sembrava essere il classico racconto di propaganda americana. Forse, in profondità, può esserlo comunque, ma anche se fosse, ciò non andrebbe minimamente a minare la qualità del film.
Gino Pellicani

Oppenheimer“, regia di Christopher Nolan, Regno Unito, Stati Uniti d’America, 2023, 180 min, B/N e a colori, prodotto da Syncopy Films, Atlas Entertainment, distribuzione italiana Universal Pictures

I “Jeux d’Amour” di Pietro Beretta a Venezia

Pietro Beretta, Telefono rosso Kennedy-Kruscev, ottobre 1962, 2014, assemblaggio a tecnica mista su legno 35 x 55 x 20, dalla copertina del catalogo della mostra "Jeux d'Amour". Foto M. Agorri, grafica Christian Palazzo
Pietro Beretta, Telefono rosso Kennedy-Kruscev, ottobre 1962, 2014, assemblaggio a tecnica mista su legno 35 x 55 x 20, dalla copertina del catalogo della mostra “Jeux d’Amour” (Venezia, 2022). Foto M. Agorri, grafica Christian Palazzo

Venezia – Ancora pochi giorni  per visitare  l’esposizione
Jeux d’Amour , a cura di Roberta Reali, allo Spazio San Vidal a San Zaccaria.
In mostra vi sono tre serie di opere significative della produzione recente dell’artista asconese Pietro Beretta .
Si tratta della brillante Box Art Collection, realizzata insieme alla moglie Annagret Engelberger, così come le quattro elegantissime sedute “africane” del 2014 (Non è solo sedersi) e infine la sequenza di ritratti post-espressionisti e junghiani Sguardi, a lei dedicata. Leggi tutto “I “Jeux d’Amour” di Pietro Beretta a Venezia”

Adamantina: Wanda Guerrato e Andrea Rigobello a Venezia

Wanda Guerrato, Alba e tramonto, tecnica mista, 2021
Wanda Guerrato, Luna e sole, tecnica mista, 2021
Wanda Guerrato, Tanka è donna, tecnica mista, 2021
Wanda Guerrato, Tanka è donna, tecnica mista, 2021
Andrea Rigobello, Wakan Tanka. Grande Mistero, legno, assemblaggio, 2021-2022

 

Andrea Rigobello. Arboreti, assemblaggio, 2021

Venezia,,Galleria Cafe Imagina. Fino a fine magglo si potranno ammirare i lavori di Wanda Guerrato e Andrea Rigobello nella mostra Adamantina.
Trasparente, nitida, incorruttibile ma fluida, in apparenza, è la natura delle cose secondo i due pittori polesani, coppia nell’arte e nella vita, che propongono due punti di vista che s’integrano in una visione profonda del mondo contemporaneo.
Guerrato rappresenta l’esplorazione interiore del sé attraverso un linguaggio geometrico-astratto, ricco di preziosismi decorativi, suggestioni etniche e “madeleine”. Rigobello vede la natura selvaggia dell’uomo contemporaneo rigenerata nel sogno originario della pace e nell’amore universale.
Nella pratica di Wanda Guerrato è essenziale la ricerca di un centro, di un’assialità, di un equilibrio, guidata da immagini archetipali ispirate alla filosofia dello junghiano James Hilmann, e alla libertà mentale di matrice induista del guru Osho. Le figure, come tracce mnestiche si trasfondono l’una nell’altra e, come il socratico Daimon, conducono l’artista nell’esplorazione spirituale della propria identità attraverso l’azione creativa.
In questi anni d’isolamento coatto, la pittrice rodigina ha maturato una tecnica di matrice decorativa: la creazione di forme per mezzo dell’uso prevalente di carte contraddistinte dai colori preziosi e intensi delle albe e tramonti polesani, ricondotte a geometrie primarie, composte come bouquet floreali, e quindi applicate a supporti in stoffa come tanka tibetani . Questi materiali leggerissimi suggeriscono l’impermanenza di pensieri ed emozioni, e della stessa realtà prodotta da un’esigenza estetica che tutto trasforma, facendo emergere un universo interconnesso. La ricerca della pace interiore avviene infatti entro una dinamica di relazioni profonde, che consentono alla realtà di manifestarsi, continuamente rinnovata.
Come uomo e come artista, per Andrea Rigobello non è stato facile accettare di realizzare una mostra nella fase storica attuale. Superando lo stato di sgomento in cui versiamo, tuttavia, ha riconosciuto la necessità di affermare la propria fiducia nella riconciliazione dell’uomo con la natura, che rinvia alla comunione con il nostro sé più profondo.
Il percorso espositivo s’incentra sulla scultura in legno Wakan Tanka. Grande Mistero: un semplice tronco d’albero, recuperato con interventi minimi, suggeriti dallo stesso materiale, in cui si può leggere la forma di uno dei centauri in battaglia coi lapiti, nel fregio del Partenone.
Nell’età tecnologica, con l’assemblaggio La stoffa dei sogni. Installazione Cavaliere e le altre presenti, l’opera rappresenta la vita che ricerca il completamento della propria evoluzione, diretta a una superiore armonia, dove non esistono sopraffazione e sfruttamento. Queste ultime sono l’eredità dell’uomo d’oggi per le generazioni successive, nel momento in cui si sta vivendo una crisi umana di cui non si trova via d’uscita. Il Cavaliere è alla riscoperta della saggezza della natura: il ritorno all’ascolto e al contatto con essa può recare un grande messaggio per l’umanità, il Grande Mistero dell’amore che connette ogni parte dell’universo.
Roberta Reali

Adamantina
Galleria Cafe Imagina
Campo Santa Margherita, Venezia
7/4- 29/5/2022