Venezia/Biennale Danza 2018. Report from the front

12. Festival Internazionale di Danza Contemporanea. Debora Hay con il Cullbergballetten, in "Figure a sea" (foto @labiennale.org)
12. Festival Internazionale di Danza Contemporanea. Debora Hay con il Cullbergballetten, in “Figure a sea” (foto @labiennale.org)

Fluttuazioni azzurre di costumi leggeri, vibrazioni di corpi che si muovono. Il Cullbergbaletten svedese nella coreografia di Debora Hay rimane una delle immagini piú belle della Biennale Danza di Venezia 2018.
Un incontro tra ventuno danzatori con solida formazione accademica che si aprono alla pioniera americana della sperimentazione, conosciuta fin dall’esperienza del Judson Dance Theatre di New York degli anni 70.
Una meditazione in movimento dove si colgono solo brevissimi e rarissimi sincroni coreografici ma la relazione rimane costante, piena e plasticamente perfetta, imprevedibile ma con un flusso continuo.
Musiche di Laurie Anderson e costumi di Marita Tjärnström completano Figure a Sea, che nasce da una poesia che Debora Hay stessa ha scritto e che vuole vedere il mare.

Sempre all’insegna della sperimentazione ma sotto tutta un’altra chiave di ricerca La Sacre du Printemps di Xavier Le Roy. Maglietta rossa, centro del palco, invito all’ascolto. L’inconfondibile fagotto con cui Igor Stravinskij da inizio a Le Sacre. Ecco che inizia la conduzione del direttore d’orchestra/in scena la performer in maglietta rossa al centro del palco. Xavier Le Roy aveva composto questa rivisitazione coreografica di un capo saldo della danza mondiale nel 2007. Quest’anno decide di trasmetterlo a tre performers con cui già ha lavorato Scarlet Yu, Eleonor Bauer, Salka Aderdel Rosengren.

12.Festival Internazionale di Danza Contemporanea. Il Leone d'argento Marlene Monteiro Freitas alla prima di "Bacchae-Preludio to a Purge" (2017, 135 min)
12. Festival Internazionale di Danza Contemporanea. Il Leone d’argento Marlene Monteiro Freitas alla prima di “Bacchae-Preludio to a Purge” (2017, 135 min)

Le presenze e fisicità molto diverse si alternano assumendo da sole la conduzione dell’orchestra che può essere rintracciata nel pubblico come fosse rispecchiata. Verso il finale tutte insieme entrano in scena a lasciano l’immaginario podio del potere libero e allo stesso tempo interscambiabile. Un esperimento a tre de Le Sacre di Xavier Le Roy a la sua prima mondiale, in parte compiuto in parte ancora in un dialogo compositivo.

Continua il felice omaggio alle donne della direttrice Marie Chouinard, vengono premiate Meg Stuart con il Leone d’oro alla carriera e Marlene Monteiro Freitas con il Leone d’argento.

12. Festival Internazionale di Danza Contemporanea. Xavier Le Roy, "Le Sacre du Printemps". (Foto @labiennale.org)
12. Festival Internazionale di Danza Contemporanea. Scarlet Yu, Eleonor Bauer, Salka Aderdel Rosengren. in  “Le Sacre du Printemps” di Xavier le Roy (Foto @labiennale.org)

Meg Stuart figura chiave della ricerca contemporanea della danza, in ogni creazione con la sua compagnia Damaged Goods affronta in modo radicalmente diverso il fare performance che intrecciano la danza con la musica e spesso anche il testo, sempre tutti sullo stesso piano.
Poco più che cinquantenne americana d’origine vive e lavora da 25 anni tra Berlino e Bruxelles. A Venezia già presente altre volte sceglie di proporre Built to last per celebrare la premiazione. Lavoro del 2012, sicuramente tra i suoi lavori più complessi, affida a cinque performer del tutto eterogenei la scena che prevede un complesso parco luci, una scultura scheletro di dinosauro e un cubo bianco come un luogo altro sul palco, oltre a proiezioni che appaiono e scompaiono. Una scultura circolare gigante appesa al tetto fa eco al sistema solare e si muove circolarmente. Molto accade e molto sembra stia per accadere, che poi si trasforma in una nuova atmosfera, una nuova dinamica, una nuova comunità cui qualche modo la profonda diversità dei performer fa da riverbero.

12. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, Meg Stuart, Leone d'oro alla cerriera,, presenta "Built to last",. (Foto @labiennale.org)
12. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, “Built to last” di Meg Stuart, Leone d’oro alla carriera,, presenta, (foto @labiennale.org)

La giovane capoverdiana Marlene Monteiro Freitas presenta Bacchae – prelude to a purge suo ultimo lavoro con 13 performer in scena tra musicisti e movers. Spettacolo molto lungo che fa della disarmonia il suo asse costante di interazione sul palco, allo stesso tempo definendo una precisa linea estetica nelle scenografie e costumi tra il giallo, il nero e il bianco. Nelle sedute molto belle che vengono usate anche per la coreografia. Ispirato alle figure del mito di Dioniso e Apollo e alla loro distanza, il collage musicale tocca tantissimi pezzi noti e si alterna con la musica live di cinque trombe, con finale affidato al Bolero di Ravel.

12. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, "To come (extended)". (Foto @labiennale.org)
12. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, “To come (extended)” di Mette Ingwarten  (foto @labiennale.org)

To come (extended) della danese Mette Ingwarten, rappresenta un ulteriore sviluppo della sua ricerca sulla relazione tra sessualità e forme del potere. Quindici perfomer mimetizzati in tute color turchesi, si snodano plasticamente in posizioni orgiastiche che si rifanno al desiderio spesso mediatizzato dal largo consumo dell’immaginario della società in cui viviamo. Forti accelerazioni o profondi lenti. Poi tutti insieme diventano un coro che emette il suono orgasmico, quasi come se anche di esso ci fosse una costante performatività. Infine i corpi nudi si immergono a coppie in una danza di lindy hop, scelto dalla coreografa per la storia e la struttura di questo ballo e il periodo in cui nasce, gli anni ’30. La performance è il terzo spettacolo di una seria di cinque lavori

Chiude il palinsesto Faye Driscoll direttamente da New York con Thank you for coming- attendance lavoro iniziale di una trilogia che vuole celebrare lo stare insieme. Cinque bellissimi performers che danzano, cantano, condividono con il pubblico. Lo spazio viene costantemente ridisegnato con scenografie che si trasformano diventando altro imprevedibilmente, pieno coinvolgimento del pubblico che all’inizio è solo osservatore e piano piano interagisce fino a creare un’azione corale finale.

Nell’anno della Biennale Architettura dedicate al Freespace e alla riflessione più ampia sullo spazio pubblico, la Biennale Danza sembra chiudersi dentro la classica scatola nera teatrale, non esce più in città neanche in modo estemporaneo. Venezia ha naturalmente nella sua architettura la possibilità di farsi scenario per la danza. Questa scelta vede una minore presenza di pubblico anche rispetto alla edizione passata, la prima a direzione di Marie Chouinard. La danza contemporanea ha nella sua natura la necessità di aprirsi, di essere arte trasversale e mostrarsi in tutta la sua potenza comunicativa che va la di là dei codici e dei linguaggi già conosciuti.

Livia Marques
www.gnomix.net

A proposito di Democrazia. Memoria, sfide contemporanee e multidisciplinarietà: Holland Festival celebra 70 anni

La Democrazia in America di Sergio Castellucci all'Holland Festival 2017
La Democrazia in America di Romeo Castellucci all’Holland Festival 2017

Durante la primavera di Amsterdam, calda e dalle lunghissime luci fino a tarda sera, durante quasi un intero mese si è celebrata la 70° edizione di Holland Festival, con tanto di celebrazioni, memorie e intenso programma artistico e culturale.
Molte le tematiche che le opere e gli artisti hanno attraversato in discipline e tecniche di ricerca differenti, accanto ad un interessante e puntuale programma satellitare di seminari e incontri, che ha contribuito ad ampliare e approfondire le tematiche presenti su tutto il palinsesto del Festival e anche arricchendo le celebrazioni stesse.
Insieme ai Festival di Avignone ed Edimburgo il più antico d’Europa, fondato appunto 70 anni fa quando il secondo conflitto mondiale era terminato e alle spalle si desiderava ricostruire, anche culturalmente uno spazio d’incontro fra le arti e le differenti discipline.
Vari incontri, lectures e presentazioni hanno raccontato nel dettaglio e hanno dato anche una cornice storico-artistico-culturale dello stesso periodo, intorno appunto al 1947.
All’interno del programma artistico si sono intrecciate le tematiche della Democrazia con Focus on Democracy, iniziando proprio dal famoso e attesissimo regista italiano Romeo Castellucci, che con la sua compagnia Societas Raffaello Sanzio di Cesena ha quest’anno creato – grazie alla produzione del De Singel di Anversa- , il nuovo lavoro La Democrazia in America, ispirato dall’omonimo testo francese storico-teorico di Alexis de Tocqueville. Una costruzione scenotecnica raffinatissima mette in gioco l’atto del vedere per il pubblico che scorge sempre diversi strati della realtà, più o meno nitidi, offuscati, distorti. Con un testo ridottissimo, viene portata in scena piuttosto una presenza corale, grazie alle molte comparse, che parla di quel cruciale momento dell’arrivo degli europei oltreoceano. Una serie bellissima di scene collettive in cui giochi di luci e il colore rosso degli abiti domina. Unico appunto, il testo poteva essere recitato direttamente in inglese, non in italiano
Sempre nello stesso ambito Focus on Democracy, il lavoro Danse de nuit, fortemente voluto in una piazza periferica del ZuidOost (sud-est) di Amsterdam (conosciuta come la piazza del grande mercato multietnico della periferia più conflittuale della città olandese) il lavoro del coreografo francese Boris Charmatz, direttore del Centre chorégraphique national de Rennes nel nord della Francia e conosciuto internazionalmente per le sue importanti collaborazioni ad esempio con Tino Sehgal e Anne Teresa De Keersmaeker e per le sue serie di collaborazioni con gli ambiti museali e la danza contemporanea di ricerca, una su tutte alla Tate di Londra.
Cinque performer assolutamente eterogenei per fisicità e origini artistiche che trasportano nello spazio poco illuminato della piazza il pubblico, spostandolo liberamente mentre loro si occupano di ballare e raccontare simultaneamente alcuni dettagli più o meno pubblici e conosciuti, o più privati e sconosciuti ai più, degli avvenimenti terroristici di Parigi e in qualche modo facendo eco a tutta una complessa situazione socio-politica che la Francia per intero si trova ad affrontare non solo su un piano istituzionale ed internazionale, ma molto su un piano quotidiano e di scambio multietnico ed interculturale. Tutta questa condizione scottante che non vede sosta o pausa negli ultimi 2 anni di attualità del paese viene declinata in una performance assolutamente fuori dagli stereotipi coreografici e viene riportata a una sorta di Satyricon coreografico, nel senso che registri, sfumature e focus diversi si alternano in un flusso continuo che potremmo definire come un rap danzante e parlato. Un forte impatto emotivo e un’intima condivisione del caos caratterizzano la performance.
Nicht schlafen di Alain Platel, les ballets C de la B, porta in scena nove danzatori di nazionalità diverse intorno a una potente scultura di una cavallo morente, opera dell’artista visuale Berlinde De Bruyckere. Con il profondo supporto delle musiche di Mahler si vuole far riemergere i turbolenti anni dell’inizio del secolo scorso che portarono inesorabilmente ai due conflitti mondiali. L’intensità delle emozioni e della confusione della regia e dei suoi straordinari e impeccabili danzatori disegnano vari paralleli tra il passato e il presente, nella nitida speranza che una distruzione in larga scala non si ripeta più. Nicht schlafen, dal tedesco “non dormire” potremo considerarlo un monito all’attenzione decisiva che i nostri tempi ci richiedono. Il caratteristico movimento dei corpi de les ballets C de la B si riempie ancora una volta, con precisione di sincrono e distorsione , di potenza evocativa e paesaggi umani tra i più toccanti. Una standing ovation ha chiuso la serata di apertura al Koninklijk Theater Carré di Amsterdam.
Manifesto, una bellissima opera cinematografica con una ineguagliabile Cate Blanchete. Serie di personaggi tutti interpretati dall’attrice, uomini e donne in cui si mostra un aspetto sociale come produzione e risultato diretto del nostro mondo capitalista. Uno shock artistico e politico in cui in piccole storie brevi, ognuna ispirata a un famoso manifesto del passato, vengono messe a nudo persone e anime che caratterizzano i giorni nostri, dal barbone alla showgirl, dall’artigiano all’operaio, dall’artista all’esecutore / impiegato di qualsiasi cosa in cerca di sopravvivenza.
Un allestimento, quello fatto per Holland Festival, ad Amsterdam Noord in cui una sala intera al buio ha ospitato uno schermo per ogni storia/capitolo in loop. Come se il film possa essere una sorta di installazione permanente e il pubblico si alza e gira come vuole tra un racconto, un protagonista e un altro. Alla fine ognuno avrà realizzato il proprio percorso modulare dentro il film. Un opera bellissima, da non perdere.
Flexn nasce dall’incontro tra una intera crew rap di Brooklyn, NYC e il suo coreografo Reggie Gray insieme al famoso regista Peter Sellars di Los Angeles. Ancora una volta l’incontro di generi e spazi differenti portano a galla riflessioni e pensieri su come grazie alla condivisione di esperienze artistiche sia possibile evolvere socialmente e creare migliori ambiti di incontro e aggregazione.
Una danza collettiva tutta rap e hip hop molto spettacolare ci fa entrare in una sorta di “the Best of “ di ogni singolo che si mette in relazione con il pubblico e tutti gli altri sul palco, tante brevi esibizioni si alternano a scene collettive, in un progetto teatrale più complesso. Livelli tecnici molto alti e curati fanno leva sull’effetto sorpresa e il coinvolgimento emotivo del pubblico la loro forza.
Un esperimento riuscito, forse troppo dentro le regole dello show business ma sicuramente di forte ispirazione per altre iniziative che possano nascere sulla stessa onda creativa e d’incontro

All’interno del folto palinsesto musicale, colpisce una bella iniziativa di collaborazione tra i Mause on Mars, storica formazione di musica elettronica e l’Orchestra di Colonia. Con robots/non/robots presentano un programma articolato e insolito, non del tutto compreso dal pubblico ma sicuramente lodevole per l’aspetto fortemente sperimentale, di ricerca e di sinergia artistica tra registri e origini artistiche distanti. Un importante appuntamento per gli appassionati e non solo per gli addetti ai lavori anche per essere un ambito all’interno del panorama sonoro dei Paesi Bassi forse meno sviluppato che in altri paesi europei.
Facendo incontrare alti parametri di complessità artistica, mediatica e di produzione, e un forte benvenuto e accessibilità – anche economica – al pubblico, Holland Festival conferma la sua peculiarità di importante Festival europeo, nella sua settantesima edizione. La sintesi di questa ricca iniziativa culturale può essere valorizzata nelle parole della direttrice artistica Ruth Mackenzie:
“I do believe Art is here to change the world”.
Livia Marques / www.gnomix.net

70° Holland Festival
Amsterdam
https://www.hollandfestival.nl/en/

Venezia / 57. Biennale d’Arte. Lo studio nomadico di Dawn Kasper

Dawn Kasper, The sun, the moon and the stars,, 57. Esposizione Internazionale d'Arte
Dawn Kasper, The sun, the moon and the stars, performance solo alla 57. Esposizione Internazionale d’Arte

in occasione della Tavola Aperta che si terrà  alla presenza di Dawn Kasper il 17 novembre 2017 alle Sale d’Armi dell’Arsenale di Venezia, menzioniamo la dinamica dell’eccezionale performance interpretata dall’artista americana il 24/09/2017 al Padiglione Centrale di Giardini nella mostra di Christine MacelViva Arte Viva“.
Collocata dalla curatrice al centro del mainstream rappresentato dalle sale centrali del Padiglione, la newyorkese Dawn Kasper, originaria di Halifax-Virginia, qui ha installato per sei mesi un happening permanente con il suo “Nomadic studio practice experiment“. Leggi tutto “Venezia / 57. Biennale d’Arte. Lo studio nomadico di Dawn Kasper”

Venezia – Nazra Film Festival: Uno sguardo sulla Palestina

Un'immagine del cortometraggio " Mate superb"del regista palestinese Hamdi Alhroub ( 2013) selezionato per la sezione Look from Palestine (Palestinian author) documentary
Un’immagine del cortometraggio ” Mate superb” del regista palestinese Hamdi Alhroub ( 2013) selezionato per la sezione Look from Palestine (Palestinian author) documentary. Photo courtesy Nazra

Dal 27 al 29 settembre alla Casa del Cinema di Venezia (approdo San Stae) si terrà ad ingresso libero la prima edizione del Nazra Palestine Short Film Festival, la cui presentazione si è tenuta l’8 di settembre all’Hotel Excelsior del Lido di Venezia nell’ambito della 74a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Il festival viaggerà a Firenze, Roma, Bologna e Napoli per poi salpare per Gaza e Gerusalemme e Ramallah, in Palestina. All’inaugurazione veneziana, alle ore 18.00 sarà presente come ospite speciale l’attore Moni Ovadia, mentre la giornata finale sarà allietata dalla presenza dell’Ambasciatrice di Palestina in Italia Mai Alkaila, Registi e attori dei corti parteciperanno alle giornate del Festival, che, nelle parole della curatrice Franca Bastianello “è nato con l’obiettivo di sostenere il valore del cortometraggio per riflettere su tematiche come la libertà, la giustizia, i diritti umani, la conoscenza, la pace, la multiculturalità attraverso forme di partecipazione, dialogo e riflessione sulla forma cinematografica e per incoraggiare (specialmente per quel che riguarda gli autori palestinesi) l’uso del cinema come mezzo di comunicazione ed espressione, in particolare da parte dei giovani“. Leggi tutto “Venezia – Nazra Film Festival: Uno sguardo sulla Palestina”

#Venezia 74 / Caniba

#Venezia 74 Un'immagine del film Caniba, diretto da Lucien Casting Taylor & Verena Paravel
#Venezia 74 Un’immagine del film Caniba, diretto da Lucien Castaing-Taylor & Verena Paravel

Caniba è un film di Lucien Castaing – Taylor e Verena Paravel, già autori del documentario sperimentale Leviathan sull’industria ittica statunitense.
In questo nuovo lavoro i due registi hanno approfondito la storia di Issei Sagawa, che nel 1981 mentre studiava alla Sorbona, ha ucciso una compagna di studi olandese, per poi mangiarne i glutei e tentare di disfarsi del corpo.
Prima condannato, poi rimpatriato in Giappone dichiarato incapace di intendere e di volere, diviene personaggio televisivo, attore porno e autore di manga.
Nel film si sesseguono lunghe interviste ad Issei ed al fratello, che non si preoccupa a raccontare anche le sue di perversioni, tra cui tagliarsi e punzecchiarsi il braccio filmando il tutto.
Atteso come film scandalo del festival e passato pressoché inosservato, riesce comunque nel suo intento documentativo e antropologico (i due registi sono prima antropologi poi dedicatisi alle arti visive).
Tutte le riprese sono composte da primissimi piani asfissianti, spesso sfuocati e delineati. Colpisce la volontà degli autori ad affrontare una persona così inquietante, e la tranquillità con cui Sagawa si racconta alle telecamere.
Davide B.

74. Mostra Cinematografica Internazionale di Venezia.
Caniba
Sezione: Orizzonti
Regia: Lucien Castaing-Taylor, Verena Paravel
Produzione: Francia
Durata: 90′