Venezia#80 “Dogman” di Luc Besson

Venezia/80 – Red Carpet del Film Dogman di Luc Besson. Photo Octavian Micleusanu

Il feroce “Dogman” mostra un regista noto per gli eccessi al suo massimo livello di sfrenatezza.
Nelle sue migliori prove, i film di Luc Besson occupano sempre un spazio unico nel panorama cinematografico.
I suoi thriller d’azione “Il professionista” e “Lucy”, benché ambientati nel nostro mondo, sembrano collocati in un regno parallelo, alimentato dal piacere di evasione del cinema stesso. Forse è per questo che, quando il veterano regista francese si è avventurato in un terreno di fantasia più smaccato, come nel caso de “Il quinto elemento”, qualcosa non ha funzionato.
Per Besson, l’ordinario è soffuso di sufficiente stranezza.

Ma nessuno dei suoi precedenti lavori emanava una qualità fiabesca così decisa come “Dogman”, un inaspettato e sincero inno a un outsider dal cuore spezzato che potrebbe anche essere un sociopatico. In parte musical, in parte studio dei personaggi e in parte saga criminale, questo dramma fatalmente diseguale, racconta di un’anima danneggiata che trova conforto solo nei suoi compagni canini. Tuttavia, se non fosse per uno straordinario Caleb Landry Jones nel ruolo del protagonista, probabilmente il tutto non funzionerebbe.

Jones, vincitore per la recitazione a Cannes nel 2021 per aver interpretato un killer in erba in “Nitram”, ha preso l’abitudine di interpretare uomini fragili il cui inevitabile disfacimento potrebbe portare a una terribile violenza. È l’ideale per il ruolo di Douglas che, all’inizio di “Dogman”, è appena stato arrestato travestito da Marilyn Monroe, con tanto di abito rosa senza spalline e acconciatura incantevole da “Gli uomini preferiscono le bionde”.

A guastare la sua bellezza sono le bende e i lividi sul viso, per non parlare del sorriso inquietante che rivolge a Evelyn (Jojo T. Gibbs), la psichiatra incaricata di interrogarlo nel cuore della notte dopo che Doug è stato fermato alla guida di un camion contenente decine di cani abbandonati. Evelyn vuole capire come questo criminale in sedia a rotelle, possa essere arrivato a questo momento della sua vita. Attraverso dei flashback, l’uomo racconterà la sua storia di sventura.

Verosimilmente ambientato nel New Jersey, il film muove i suoi passi in una finzione disseminata di riferimenti casuali alla cultura pop e di spericolate transizioni di genere. Inizialmente Besson sembra essere radicato in un registro più grintoso. Lincoln Powell interpreta Doug nei flashback dell’infanzia, il più cruciale dei quali è quello in cui, da ragazzino, fa arrabbiare il padre violento (Clemens Schick), il cui approccio poco ortodosso all’educazione consiste nel rinchiudere il figlio all’aperto in una gabbia contenente diversi cani, animali che diventano la sua famiglia ritrovata. Dopo un macabro alterco con il padre, Doug riesce a liberarsi, ma non prima che il padre lo lasci senza un dito e con una lesione spinale invalidante.

“Dogman” evita i limiti di un approccio narrativo familiare, in cui la statica storia del presente serve da cornice per tornare al passato del personaggio. Le disavventure di Doug, pur essendo solo sporadicamente avvincenti, sono adeguatamente strane. Non solo lega con i cani, ma a quanto pare è in grado di comunicare con loro, utilizzandoli come una forza d’attacco incredibilmente (a volte comicamente) efficiente. Un vero esercito fedele a propria disposizione. Poi c’è la sua inaspettata partecipazione a uno spettacolo di drag queen, con una splendida interpretazione in playback di “La Foule” di Édith Piaf. Doug si imbatterà in gangster con rapine ad alto rischio, ma come è tipico dei solitari protagonisti di Besson, tutto ciò che desidera veramente è solo qualcuno da amare.

La salvezza del film è l’interpretazione sconvolgente e delicata di Jones. Sia nelle scene di intervista che nei flashback, la sua intensità sommessa suggerisce un fragile uomo-bambino fratturato che non è mai stato adeguatamente socializzato.
Lo straordinario attore non permette mai al pubblico di sapere definitivamente se Doug sia una vittima o una minaccia.

Questa tensione si rivela più avvincente dello stesso “Dogman”. Si percepisce l’empatia che Besson prova nei confronti di Douglas, che è un randagio come i cani senzatetto che adotta.
È anche difficile dimenticare che questo è il primo film del regista dopo essere stato formalmente scagionato dalle accuse di stupro del 2018). Volutamente o meno, “Dogman” può essere letto come la difesa di un innocente incompreso.

Ma Besson trova presto la sua strada verso l’incoerenza tonale: un’accozzaglia di cupa esplorazione dei personaggi e palesi cliché. Chi dovesse aver perso le sparatorie del suo “Nikita” sarà felice di sapere che sono state goffamente inserite nel finale di “Dogman”, costringendo Jones a trasformarsi in un improbabile eroe d’azione. Raramente Besson è sembrato così slegato da tutto ciò che assomiglia al normale comportamento umano.

Alcuni potrebbero apprezzare “Dogman” proprio per questo motivo. Nei suoi film c’è sempre stata un’irriverenza giocosa, un’adorazione sfrenata per l’esuberanza dei film di serie B, le deboli basi emotive delle sue storie stravaganti sposate a uno spettacolo vertiginoso. Jones, che fortunatamente non strizza mai l’occhio all’assurdità dilagante, dà un po’ di fondamento al processo. Ma Besson vuole liberarsi dal guinzaglio e il suo istinto lo porta nel complesso fuori strada, mancando l’obiettivo di rubare per qualche ora la scena al Joker del giovane Todd Philips che tanto ha animato Venezia nel 2019.

Daniele Bonomelli

Venezia#80 El Conde (2023) – diretto da Pablo Larràin

Pablo Larràin, Leone d’oro alla 80. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in Sala Grande per la premiazione del film El Conde. Octavian Micleusanu photo ©

Ormai di casa e sempre ben voluto a Venezia, il cileno Larraìn si ripropone in concorso e per la quinta volta con una commedia horror in bianco nero moderna, satirica e surreale, dove Fantasia e Storia si intrecciano nella storia del vampiro (El conde) Pinocho Augusto Pinochet – la cui vita immortale e quella della sua famiglia si intrecciano nella Storia passata e moderna, passando dalla dittatura cilena all’Inghilterra dell’austerity tatcheriana, assurti a simbolo di avidità, distanza dal popolo e usurpazione di patrimonio pubblico, fino ad arrivare inevitabilmente al non certo sottile riferimento al sangue realmente versato dai cileni per “mantenere in vita” El Conde Pinochet, interpretato ottimamente dal quasi novantenne Jaime Vadell.

Venezia#80 L’attrice Gloria Münchmeyer, il regista Pablo Larraín, Paula Luchsinger, Alfredo Castro, Rocío Jadue and Juan de Dios Larraín sul red carpet del film El Conde, Leone d’Oro 2023 all’ 80. Festival del Cinema di Venezia. Octavian Micleusanu photo © 2023

La meschinità e impunità dei potenti e le persone (famigliari e non) che vi orbitano attorno a caccia di eredità e capitali nascosti e macchiati di sangue si ripetono nel tempo e nei luoghi, e in questa storia di caccia al tesoro non poteva che esserci, con tatto e pudore, anche la Chiesa, che nella sua battaglia contro il male non disdegna spesso sonanti ricompense per la dedizione.
“Pinochet è morto libero, impunito e milionario. E quell’impunità lo ha reso eterno”, dice Larrain, alle prese con la sfida di rappresentare Pinochet e ricordare che la memoria delle ingiustizie perpetrate spetta a noi e non richiede necessariamente sangue da versare se si sta attenti a riconoscere i “vampiri” prima che questi chiedano il proprio tributo di sangue.

Venezia#80 - Gloria Münchmeyer sul red carpet del film El Conde, Leone d'Oro alla 80. edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Octavian-Micleusanu-photo-©-2023
Venezia#80 – Gloria Münchmeyer sul red carpet del film El Conde, Leone d’Oro alla 80. edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Octavian-Micleusanu-photo-©-2023

Punto di forza del film: una fotografia abbacinante e magistrale a firma dello statunitense Ed Lachman.
Punto di debolezza del film: per colpire il Potere in senso lato rischia di affievolire la potenza di fuoco sul bersaglio Pinochet.
D.Bono


El Conde (2023)

regia: Pablo Larràin
fotografia: Edward Lachman
produttori:Juan de Dios Larraín, Pablo Larraín, Rocío Jadue
produttori esecutivi: Cristian Donoso, Sergio Karmy
casa di produzione: Fábula
distribuzione in Italia: Netflix

Venezia#80 – Priscilla (regia di Sofia Coppola)

    Venezia/ 80 – Première di ‘Priscilla’ (Sofia Coppola, 2023) al Festival del Cinema (photo Dan Bonahms)

‘Priscilla‘, il miglior film di Sofia Coppola da anni a questa parte, brilla di bellezza e di sofferenza.

Una delle prime canzoni che ascoltiamo in “Priscilla”, il sogno malinconico di Sofia Coppola di un film su Priscilla Presley, è una cover di “Venus” di Frankie Avalon, che rivive dal jukebox di un bar nel 1959. Coppola ha sempre avuto un modo di fare scelte musicali anacronistiche e sottilmente dissonanti, ma a parte la band (il gruppo francese Phoenix, capitanato dal marito della regista, Thomas Mars), questa canzone in particolare è perfetta per l’epoca e viene direttamente dai ricordi preziosi della Presley. Seduta al bar, è ancora solo Priscilla Beaulieu (Cailee Spaeny), una quattordicenne timida e senza pretese, che si è da poco trasferita dagli Stati Uniti a Wiesbaden con il padre adottivo Ufficiale di stanza in Germania Ovest per la U.S Air Force. All’improvviso uno sconosciuto le si avvicina e le chiede se le piace Elvis Presley. “Certo, a chi non piace?”, risponde lei, non molto tempo dopo che la canzone ha attraversato il suo passaggio più saliente: “Venere, se vuoi / Ti prego, mandami una bambina da far emozionare”.

In modo inquietante (e anche un po’ nauseante), queste parole preannunciano un incontro che cambierà per sempre la vita di Priscilla. Qualche sera dopo, la ragazza si ritrova a una festa organizzata dallo stesso Elvis (l’australiano Jacob Elordi), che è stato trasferito in Germania durante il servizio militare e organizza regolarmente incontri per i suoi connazionali espatriati. Ma qualcosa di più della nostalgia di casa sembra motivare l’interesse immediato e persistente di Elvis per Priscilla, che non si placa quando scopre che la ragazza frequenta la prima liceo (e ha 10 anni meno di lui). “Ma sei solo una bambina”, le dice, e lei risponde con un brusco e ferito “Grazie”. Lui è divertito dal suo coraggio. Lei è sconvolta e, sì, eccitata dalle sue attenzioni.

Con una pazienza squisita, dettagli da puntinista e una tristezza così morbida e rigogliosa da poterla praticamente drappeggiare intorno a sé come un manto, “Priscilla” racconta la lotta di questa giovane donna nei 14 anni successivi per mantenere quell’attenzione. Adattato dalla brava Sofia Coppola direttamente dal il libro di memorie di Presley del 1985 (“Elvis and Me” scritto insieme a Sandra Harmon), questo è, senza dubbio, il racconto di una vita vissuta all’ombra di uno dei più straordinari intrattenitori del mondo. Come tale, parla dell’ebbrezza di un amore troppo giovane, delle insidie della celebrità, dei danni della dipendenza e, inevitabilmente, dell’abuso di potere. Ma soprattutto, si tratta di disillusione: il graduale indebolimento e il crollo di uno potente miraggio.

Ma la Coppola, che non si lascia tentare dalle tante occasioni di giudizi moraleggianti, né disgiunge la tristezza dalla gioia, sua naturale compagna, non nega né condanna il potere seduttivo di quel miraggio. Né prende la facile strada di scambiare l’ingenuità di una giovane donna per passività o vittimismo, qualità che difficilmente potrebbero essere più assenti nell’interpretazione intensamente vigile della Spaeny, che non enfatizza troppo l’incredulità della giovane Priscilla di fronte a quella che sembra essere la sua impossibile fortuna. Se è scioccata dal fatto che Elvis voglia qualcosa da lei – e quel qualcosa non è solo il sesso, dato il suo rifiuto di andare a letto con lei – trasmette comunque una consapevole sicurezza .

Mentre il biopic “Elvis” di Baz Luhrmann ci ha recentemente ricordato il dono di quest’uomo di mandare le donne di tutto il mondo in urla e convulsioni di estasi erotica, non si può immaginare la Priscilla della Spaeny che si abbandona a un simile impulso. Per lei, il dono delle attenzioni di Elvis è come un segreto troppo prezioso per essere diffuso in modo così grossolano, o addirittura condiviso con chiunque altro. Mentre scivola lungo un corridoio della sua scuola tedesca, un mondo che sembra ancora più scialbo e brutto dopo le meraviglie che ha visto, questa Priscilla sembra persa in un sogno, la più privata delle fantasticherie.

Elordi, dal canto suo, ci regala un re del rock ‘n’ roll degno di queste fantasticherie. Non si è mai visto un Elvis più imponente – l’attore è più alto di cinque centimetri rispetto al personaggio reale, il che lo fa sembrare ancora più grande che nella vita – o, all’inizio, più dolorosamente vulnerabile. In una situazione imbarazzante per tutte le persone coinvolte (pubblico compreso), è la dolcezza di Elordi a disarmare il giudizio. Ottiene il permesso dei genitori di vedere Priscilla ancora e ancora, conquistando il severo padre Ufficiale militare (Ari Cohen) e la madre silenziosamente dubbiosa (Dagmara Dominczyk) con i suoi modi cortesi e galanti da americano del sud e le sue rassicurazioni di intenzioni onorevoli. Coppola, senza esprimere un giudizio esplicito, confida nel fatto che siamo conformemente turbati, ma anche che comprendiamo, a un certo livello, il disorientamento di essere travolti nell’orbita di una vera e propria superstar.

È difficile non farsi trascinare anche da Priscilla, anche se lo sguardo lucido di Coppola continua a farci tornare indietro. Anche durante questa quasi relazione sentimentale, le crepe nella facciata da principe azzurro di Elvis sono fin troppo evidenti. Circa un anno dopo, il suo servizio militare termina e lui torna negli Stati Uniti e alla sua carriera cinematografica hollywoodiana (in crisi), scomparendo per un lungo periodo dalla vita di Priscilla. “Forse è il momento di dimenticarlo”, suggerisce sensatamente la madre. Ma Priscilla, che riempie i suoi quaderni di scarabocchi romantici anche quando legge dell’avventura di Elvis sul set con Ann-Margret, è irrimediabilmente lontana. E quando Elvis torna da lei, lo fa con una forza irresistibile, invitandola a fargli visita a Graceland. Una visita prolungata porta a un trasferimento permanente, poiché i genitori di Priscilla accettano di permetterle di finire il liceo a Memphis.

Il resto è storia: sorprendente, inevitabile e insopportabilmente triste. È anche la parte in cui “Priscilla” diventa più riconoscibilmente un film di Sofia Coppola, ovvero uno scomodo soggiorno prolungato in una gabbia meticolosamente dorata. E anche per gli standard delle sue gabbie passate – l’opulenta Versailles settecentesca di “Marie Antoinette”, l’enclave di West Hollywood intrisa dell’uggia di “Somewhere” – la Graceland che ci mostra, immersa nelle tinte tenui e nelle ombre fioche della fotografia di Philippe LeSourd, è una prigione singolarmente ossessionante. C’è un’inquadratura iniziale, stuzzicante e tipicamente coppoliana, dei piedi nudi di Priscilla, con le unghie dei piedi appena dipinte, che affondano nel tappeto e lasciano appena un’impronta. Anche dopo che questa ormai iconica tenuta del Tennessee è diventata la sua casa, Priscilla si aggira per le sue stanze come un’estranea, silenziosa e inosservata come un fantasma.

Quando Elvis è lontano, e lo è per la maggior parte del tempo, tutto è silenzioso come un mausoleo; quando è a casa, sostenuto dalla sua sconclusionata “Memphis Mafia” e accudito dall’immancabile nonna (Lynne Griffin), è una festa senza fine. Nel mezzo c’è la sfuggente verità della storia d’amore e del successivo matrimonio di Elvis e Priscilla, di cui Coppola drammatizza i dettagli con un’assoluta franchezza. Ci sono le pillole che Elvis prende e, con crescente regolarità, condivide con Priscilla. Ci sono le sue aspirazioni spirituali e vagamente intellettuali, che cerca invano di far condividere a Priscilla, e anche i suoi improvvisi scatti d’ira, alcuni dei quali sfociano nella violenza fisica.

Soprattutto c’è un’atmosfera agghiacciante di repressione fisica e controllo psicologico, la cui manifestazione più affascinante è il rifiuto di Elvis di fare sesso con Priscilla finché non sono sposati. Se vi viene in mente “Marie Antoinette”, il precedente film del 2006 della Coppola su una giovane donna che vive una relazione non consumata da tempo, la differenza è chiarissima: Elvis e Priscilla sono ovviamente innamorati. La tragedia di quell’amore è altrettanto chiara: Elvis, in preda alle sue dipendenze e incerto su chi vuole essere, è troppo devastato psicologicamente per dare più del minimo pezzo di sé a Priscilla. Eppure il film non lascia dubbi sul fatto che ciò che questi due condividevano, con tutto il suo straziante squilibrio di potere, attenzione e sentimenti, era qualcosa a cui nessuno dei due poteva resistere o negare.

Nel tracciare i contorni di quell’amore, la regia di Coppola sprigiona una nuova, sussurrata sicurezza. La Priscilla di Spaeny deve invecchiare di circa 14 anni in poco meno di due ore, un processo che si svolge in modo quasi impercettibile sotto un flusso di parrucche nere e abiti scintillanti, emblemi dell’insistenza di Elvis nel rifondere Priscilla nella sua immagine di celebrità. (Le sue canzoni, tuttavia, sono vistosamente assenti per questioni di diritti; è una battuta d’arresto che sembra diventare anche un punto di forza, un rifiuto di lasciare che Elvis definisca i parametri del film e se ne appropri in modo esclusivo). Il tempo passa in una rapida sfocatura di titoli di giornali scandalistici, copertine di dischi e pagine di calendario strappate, ma il mondo che la Coppola costruisce per la sua eroina si tiene insieme con bella coerenza, fino al momento in cui è pronto a crollare.

E crolla, con una rapidità che può lasciare voi e la stessa “Priscilla” leggermente destabilizzati. C’è molto di più nella storia di Priscilla Presley che non è stato raccontato: la maternità (Lisa Marie appare brevemente qui, a diverse età), la sua infedeltà, le sue future storie d’amore, la sua amicizia con Elvis fino alla sua morte nel 1977, la sua carriera cinematografica, i film di “The Naked Gun”. (Le ricostruzioni meriterebbero da sole un sequel di “Priscilla”). Ma con una precisione penetrante, la Coppola conclude questo film, il suo più forte in più di un decennio, al momento giusto: quando un sogno inevitabilmente finisce, e l’emozione è ormai passata.
Daniele Bonomelli

Un Festival del Cinema di Venezia promettente in un mare d’incertezze

L’attesissimo Festival del Cinema di Venezia è alle porte e si preannuncia come un evento cinematografico di eccezionale rilevanza, nonostante le sfide poste dallo sciopero degli attori americani.

Quest’anno, la città lagunare è ancora una volta il centro focale dell’arte cinematografica dopo l’appuntamento di Cannes, ospitando una lineup eccezionale, considerato che tutti gli addetti ai lavori avevano previsto un’edizione ammutinata, simile a quelle della pandemia, in seguito all’annuncio della rinuncia di Challengers di Luca Guadagnino.

Manifesto disegnato da Lorenzo Mattotti per la Biennale Cinema 2023
Manifesto disegnato da Lorenzo Mattotti per la Biennale Cinema 2023

Il mondo del cinema è stato infatti recentemente scosso dallo sciopero degli attori e sceneggiatori americani, che hanno espresso le loro preoccupazioni riguardo a retribuzioni e trattamenti iniqui. Questo movimento ha attirato l’attenzione globale e sollevato interrogativi
importanti sull’equità nell’industria cinematografica.
Nonostante questo contesto di tensione, il cinema non si ferma e l’ottantesima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica si prepara a dare il benvenuto ad alcuni dei più grandi cineasti mondiali, del calibro di Michael Mann, Sofia Coppola, Bradley Cooper,
Roman Polanski, Woody Allen, Yorgos Lanthimos, nonché gli italiani Matteo Garrone, Stefano Sollima, Giorgio Diritti e Liliana Cavani, Leone d’oro alla carriera – con l’attore Tony Leung Chiu-wai (“La città dolente”) – offrendo un’opportunità unica di celebrare il potere e l’arte del cinema, in un momento del tutto particolare.
Mentre il mondo del cinema americano affronta questioni sacrosante come l’equità, l’inclusività e il trattamento giusto degli attori, a dimostrazione che il cinema è un’industria seria, il Festival di Venezia si erge come un faro di speranza in un mare di incertezza, dettate anche dal conflitto ucraino.
L’arte cinematografica ha il potere di stimolare conversazioni importanti, di ispirare empatia e giustizia e di spingere per un cambiamento significativo.

I film selezionati per la lineup di quest’anno avranno la possibilità di affrontare questioni cruciali e far emergere voci originali.
Significativo il quesito posto dal presidente Barbera:
“Viviamo davvero in un momento storico interessante? L’interrogativo affiora quando sembriamo renderci conto che un combinato disposto di incertezze, difficoltà e disordini, si sta addensando sulle nostre teste di
spettatori. Uno sciopero quasi senza precedenti scuote le fondamenta stesse dell’industria cinematografica, già percorsa da tensioni profonde per le conseguenze della recente pandemia e per le trasformazioni in atto
in un mercato incerto sul proprio futuro. Incombe la minaccia che le risorse finanziarie, dopo un biennio di investimenti ingenti come mai prima, possano bruscamente ridursi sin dalla prossima stagione”.
Daniele Bonomelli

80° Mostra d’Arte Cinematografica
La Biennale di Venezia 30/08 – 9/09/2023

Nolan colpisce ancora: recensione di “Oppenheimer”

L’attesissimo “Oppenheimer“, in uscita nelle sale italiane il 23 agosto – che abbiamo avuto il privilegio di vedere in anteprima – è il nuovo film diretto da Christopher Nolan, un’opera audace e ambiziosa che esplora la vita e la mente di J. Robert Oppenheimer, il riluttante padre della bomba atomica.

Manifesto del film “Oppenheimer” di Christopher Nolan

Con il suo stile distintivo e la sua narrazione stratificata, Nolan ci guida attraverso un viaggio cinematografico che va ben oltre la storia, scavando nelle profondità dell’anima umana.
“Oppenheimer” offre infatti uno sguardo intimo sulla vita e le scelte del celebre scienziato, dal suo ruolo nella creazione della bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale, fino al suo tormento morale e alle conseguenze delle sue azioni.
Nolan non si limita a raccontare una biografia lineare, ma si
addentra nelle complessità del personaggio, esplorando le sue motivazioni, i suoi conflitti interiori e le sfide etiche che lui e il suo gruppo di ricerca hanno dovuto affrontare.
Il tocco di Nolan è inconfondibile, a partire dalla sua abilità nel creare una tensione costante e nell’alternare tra diverse linee temporali.
Il regista utilizza una miscela di immagini suggestive con tanto di sequenze oniriche da trip psichedelico (durante le visioni del protagonista da studente) combinando abilmente una regia efficace, sebbene meno eclettica dei film precedenti di Nolan, e una narrazione non lineare ma mai dispersiva, come poteva in certi frangenti sembrare Tenet.
Cillian Murphy e Robert Downey Jr. (la grande sorpresa del film) sono assolutamente da Oscar.
Il sound design a cura di Ludwig Göransson farà sentire lo
spettatore come se avesse preso una bomba al petto, contribuendo a rendere Oppenheimer un’esperienza cinematografica a 360 gradi.
Sempre più maturo, Christopher Nolan continua a sfidare i confini del cinema convenzionale, con un film che lungi dall’essere perfetto, offre sicuramente un’esperienza cinematografica tanto coinvolgente quanto riflessiva, sia per la nicchia cinefila degli “happy few” che per il grande pubblico. Una pellicola del tutto attuale che fa riflettere sulle implicazioni etiche e morali delle azioni umane, nonché sui panni sporchi degli Stati Uniti, ribaltando magistralmente le aspettative dello spettatore, in quello che fino a metà inoltrata del film sembrava essere il classico racconto di propaganda americana. Forse, in profondità, può esserlo comunque, ma anche se fosse, ciò non andrebbe minimamente a minare la qualità del film.
Gino Pellicani

“Oppenheimer“, regia di Christopher Nolan, Regno Unito, Stati Uniti d’America, 2023, 180 min, B/N e a colori, prodotto da Syncopy Films, Atlas Entertainment, distribuzione italiana Universal Pictures