Da “Rotti Dimorati Spiriti Viali” al paesaggio interiore di Wu Kenyang. Di nuovo a Venezia?

Wu Keyang, pittore tradizionale cinese contemporaneo a palazzo Pisani Revedin
Wu Keyang, pittore tradizionale cinese contemporaneo a palazzo Pisani Revedin davanti a una sua opera. Photo by Octavian Micleusanu

Venezia – Tornerà Wu Keyang in Italia?
Il molti sembra lo richiedano, dopo la bella mostra del 2023 ospitata  nel Salone Nobile di  Palazzo Pisani Revedin, sede del Conservatorio Benedetto Marcello. Qui si è tenuta infatti la prima esposizione europea interamente dedicata al noto maestro cinese Wu Keyang.
L’esposizione, curata dalla poliedrica sceneggiatrice, autrice e curatrice Lei Chen, già attiva a Venezia, includeva una selezione di 27 dipinti a olio, tra i più rappresentativi, e poco meno di un centinaio di studi eseguiti a china. Soprattutto questi ultimi hanno riscosso un grande successo di pubblico, e anche tra gli addetti ai lavori  ai collezionisti, complice la cornice storica di Palazzo Pisani – Revedin.
La mostra è stata costellata da piccoli eventi quotidiani, quali la Cerimonia del te, offerto dall’artista a presenti e fruitori, le conversazioni e il libro di sala dove i visitatori erano invitati a disegnare con pennelli e inchiostro cinese. Inoltre, l’artista e insegnante Anna Coletti ha invitato Wu a tenere due affascinanti lezioni di pittura cinese alle sue classi del Liceo artistico a Venezia. Un documentario e le foto di tutto l’arco di quest’esperienza sono stati realizzati da Octavian Micleusanu.

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La 60ª Biennale d’Arte di Venezia: “Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere”

La 60ª Biennale d’Arte di Venezia, curata da Adriano Pedrosa e intitolata

60. Mostra Internazionale d’Arte Contemporanea. Padiglione Germania. Photo Octavian Micleusanu

“Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere”, è stata accolta dalla critica come una delle edizioni più politiche e coraggiose degli ultimi anni. Fin dai primi giorni, giornalisti e studiosi hanno sottolineato come questa Biennale abbia spostato il baricentro dell’arte contemporanea verso le periferie del mondo, dando voce a chi spesso rimane ai margini del sistema: artisti indigeni, migranti, outsider, comunità queer, figure provenienti da contesti culturali non occidentali.
Secondo molte testate, tra cui Artribune e Artbooms, Pedrosa ha costruito una mostra che non si limita a parlare di “stranieri”, ma che è essa stessa straniera rispetto ai canoni abituali delle grandi esposizioni internazionali. La presenza massiccia di artisti provenienti dall’America Latina, dall’Africa, dall’Asia e dalle comunità indigene ha dato vita a un panorama visivo e concettuale sorprendentemente vario, spesso lontano dalle estetiche dominanti del mercato occidentale.
La critica ha riconosciuto come uno dei punti di forza dell’edizione la qualità dei padiglioni nazionali, considerati da molti il vero cuore pulsante della Biennale.

Internazionale d’Arte Contemporanea, Arsenale. Performance inaugurale al Padiglione Italia firmato da Massimo Bartolini. Photo Octavian Micleusanu

Il Padiglione Italia all’Arsenale, affidato a Massimo Bartolini, è stato definito una scelta meditata e controcorrente. Altri padiglioni – come Polonia, Germania, Brasile, Australia – hanno affrontato temi urgenti come la guerra, la memoria, la crisi climatica e le migrazioni con linguaggi potenti e spesso emotivamente coinvolgenti.

60. Mostra Internazionale d’Arte Contemporanea. Angelo Buttafuoco, Presidente della Biennale, Photo Octavian Micleusanu

Uno degli aspetti più apprezzati è stato il ritorno dell’artigianato come linguaggio artistico contemporaneo. Tessiture, ceramiche, intrecci, materiali naturali e tecniche tradizionali sono stati reinterpretati in chiave politica e poetica, offrendo un’alternativa alla freddezza tecnologica che spesso domina l’arte contemporanea. Secondo About Art on Line, questa scelta ha rappresentato un “ristoro” per lo sguardo, un modo per riconnettere l’arte alla manualità, alla storia e alle comunità.
Naturalmente, non sono mancate le critiche. Alcuni osservatori hanno sottolineato l’eccessiva densità della mostra, che con oltre 300 artisti rischia talvolta di disperdere l’attenzione del visitatore. Altri hanno notato la quasi totale assenza della tecnologia digitale, un’assenza sorprendente in un’edizione che parla di globalizzazione, identità e mobilità. Anche la qualità dei padiglioni è stata giudicata molto variabile.

Internazionale d’Arte Contemporanea. Padiglione Ungheria. Photo Octavian Micleusanu

Tra i padiglioni nazionali, alcuni hanno conquistato premi ufficiali e un forte consenso critico. Il Padiglione Australia ha ottenuto il Leone d’Oro, grazie a un progetto che intrecciava memoria indigena, spiritualità e politica con una forza visiva rara. La critica lo ha definito un padiglione capace di unire poesia e denuncia, radici e contemporaneità.
Due menzioni speciali sono andate alla Lituania e alla Polonia. La Lituania ha convinto per la delicatezza concettuale e la capacità di affrontare il tema dello “straniero” in modo intimo e raffinato. La Polonia, invece, ha presentato uno dei lavori più intensi dell’intera Biennale: un karaoke in cui rifugiati ucraini invitano il pubblico a ripetere i suoni delle armi, trasformando il trauma della guerra in un’esperienza collettiva e partecipativa.

Internazionale d’Arte Contemporanea. Padiglione Brasile. Photo Octavian Micleusanu

Accanto ai premi ufficiali, la stampa specializzata ha individuato altri padiglioni come punti di riferimento dell’edizione. Il Brasile è stato molto apprezzato per la sua riflessione sulle identità indigene e sulle tensioni ambientali, con un allestimento ricco e politicamente incisivo. La Germania ha colpito per la sua narrazione sulla crisi climatica e sulle migrazioni, con installazioni che evocano scenari di fuga e sopravvivenza. Anche il Belgio e il Cile hanno ricevuto giudizi molto positivi per la qualità degli allestimenti e la profondità dei temi affrontati.

Internazionale d’Arte Contemporanea. Arsenale, Lauren Halsey, Keepers of the Crown. Photo Octavian Micleusanu

Nel complesso, la critica ha riconosciuto come migliori quei padiglioni che hanno saputo interpretare il tema dello “straniero” non in modo illustrativo, ma come lente per leggere il presente: guerre, migrazioni, identità, memoria, crisi climatica.
Tra tutti, Australia, Polonia, Brasile e Germania emergono come protagonisti dell’edizione “ufficiale”, capaci di unire forza politica, qualità estetica e profondità concettuale. Fascinoso l’intervento arcaizzante della losangelina  Lauren Halsey che celebra la cultura afroamericana nel capitello athhorico dell’elegante colonnato installato alle Tese dell’Arsenale,  Keepers of the Crown.

Internazionale d’Arte Contemporanea. Padiglione Africa. Photo Octavian Micleusanu

Nonostante queste riserve, la stampa è concorde nel definire la 60ª Biennale una mostra che lascia il segno. Una Biennale che non cerca l’effetto spettacolare, ma la complessità; che non punta sulla provocazione facile, ma sulla profondità; che non offre risposte, ma apre domande.
È un’edizione che invita a guardare il mondo da prospettive nuove, a riconoscere la ricchezza delle differenze e a interrogarsi su cosa significhi davvero essere “stranieri” – includendo noi stessi.
Da notare la trionfale ondata di artisti e padiglioni africani disseminati per tutta la città con opere “giovani” e freschissime, allestimenti strepitosi, outfit arditi e magnificamente indossati e vivacissimi vernissage.

Internazionale d’Arte Contemporanea. Padiglione Centrale. Photo Octavian Micleusanu

In definitiva, la critica ha letto la bella Biennale di Pedrosa  come un atto politico e poetico insieme: un grande mosaico di identità, storie e linguaggi che ridefinisce il ruolo dell’arte contemporanea nel raccontare il nostro tempo.

Le “Apparizioni” di Roger Ballen a Venezia – ultima settimana ita/en

Venezia – 5/10/2024. Roger Ballen al book-signing nel contesto  della mostra “ROGER BALLEN. Apparitions in Venice” curata da Roberta Reali allo SpazioEventi della libreria Toletta a Dorsoduro in collaborazione, con la galleria Alice Schanzer (Annarita Rossi).  Sullo sfondo, “Haunted” (2013). La compositrice Cobi Van Tonder ha realizzato la colonna sonora della mostra “Cross the Abyss”, l’arch. Roni Fuci ha curato la grafica Marino Basso il sound engineering. Photo courtesy Michele Mattiello

 

La foto di Simin Ding illumina la struttura, mettendo a nudo la cassa toracica e armonica della mostra “ROGER BALLEN. Apparitions in Venice” curata da Roberta Reali allo SpazioEventi della libreria Toletta a Dorsoduro in collaborazione, con la galleria Alice Schanzer (Annarita Rossi).  La compositrice Cobi Van Tonder ha realizzato la colonna sonora della mostra “Cross the Abyss”, Roni Fuci ha curato la grafica Marino Basso il sound engineering.

Ultimi giorni a Venezia  per vedere una mostra fotografica d’eccezione, “ROGER BALLEN.  Apparitions in Venice“, che ha visto l’artista newyorkese naturalizzato sudafricano  partecipare ad un memorabile incontro col pubblico e con la stampa lo scorso ottobre.

Infatti The Theatre of Apparitions, l’opera forse più sperimentale del fotografo “di culto” Roger Ballen (NY 1950) è tornata a Venezia dal 20 settembre al 20 novembre 2024 allo SpazioEventi della libreria La Toletta (Dorsoduro, accanto alla storica Locanda Montin del film Anonimo Veneziano).
La mostra ROGER BALLEN. Apparitions in Venice consta di 16 raffinatissime foto in B&W individuate da un light design ad alta definizione nella cavità ventricolare della galleria di Fondamenta Briati, tappezzata di libri e scaffalature. L’esposizione fa seguito ad un precedente allestimento di altre immagini della stessa serie installate su suggestive lightbox al Padiglione Sudafrica della Biennale 2022. Leggi tutto “Le “Apparizioni” di Roger Ballen a Venezia – ultima settimana ita/en”

Venezia#81 Pedro Almodovar Leone d’Oro – The room next door

81. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica - Il regista Pedro Almodovar riceve il Leone d'Oro per il film The room next door
81. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Il regista Pedro Almodovar riceve il Leone d’Oro per il film The room next door. Photo by Octavian Micleusanu

Pedro Almodóvar, maestro indiscusso del cinema europeo, ha presentato a Venezia il suo primo lungometraggio in lingua inglese, The Room Next Door, un’opera che ha ricevuto una straordinaria ovazione di 18 minuti e 36 secondi. Il film, tratto dal romanzo What Are You Going Through di Sigrid Nunez, segna una svolta nella carriera del regista spagnolo, che ha dichiarato di voler “iniziare una nuova era”.
Eutanasia e cambiamento climatico: Almodóvar affronta con delicatezza e profondità due temi complessi e attuali. La protagonista Martha (Tilda Swinton), reporter di guerra, è affetta da un tumore terminale e chiede alla sua amica Ingrid (Julianne Moore), scrittrice di romanzi semiautobiografici di accompagnarla in un percorso di fine vita.
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Venezia#81 – In cerca di un posto sicuro per Mr. Rambo

81esima Mostra Cinematografica Internazionale di Venezia, Cast, Regia e Produzione del film In cerca di un posto sicuro per Mr. Rambo, al completo al Photocall della Biennale Cinema al Lido. Photo by Octavian Micleusanu

Presentato nella sezione Orizzonti Extra a Venezia 81, Seeking Haven for Mr. Rambo (Al bahs an manfaz i khoroug al sayed Rambo) ovvero, In cerca di un posto sicuro per Mr. Rambo, il film nasce dalla visione del regista Khaled Mansour dell’”immagine un po’ vaga di un giovane uomo che abbraccia il suo cane nel freddo della notte su un marciapiede buio e silenzioso”, metafora del rapporto della sua generazione con la società egiziana contemporanea.

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