Gli spiriti dell’Isola (The Banshees of Inisherin)

Lo sceneggiatore e regista di “Three Billboards” e “In Bruges” Martin McDonagh (miglior sceneggiatura) riunisce Brendan Gleeson e Colin Farrell (coppa Volpi) in questa storia deliziosamente malinconica
ambientata nella più remota Irlanda degli anni ’20.

L’attore Colin Farrell, coppa Volpi come protagonista di The Banshees of Inisherin, del regista Martin McDonagh (miglior sceneggiatura), al photocall del film, nell’ambito della 79° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Credits Octavian Micleuusanu

Tragedia e commedia sono perfettamente abbinate in quest’ultima cupa e corvina impresa di Martin McDonagh, che, come il film precedente dello sceneggiatore-regista Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (2017), si garantisce un’ottima posizione per la corsa ai prossimi Oscar.
Riunite le due star del lungometraggio d’esordio di McDonagh del 2008 “In Bruges”, il film ne racconta la
rottura improvvisa e inspiegata dell’amicizia, oscillando in modo formidabile tra l’esilarante, l’orribile e lo straziante.

Il regista Martin McDonagh, premiato per la miglior sceneggiatura di The Banshees of Inisherin, al photocall del film, nell’ambito della 79° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Credits Octavian Micleusanu

È il 1923 e sull’isola immaginaria di Inisherin si possono sentire i suoni della guerra civile irlandese dall’altra sponda del mare, fornendo il miglior rumore di sottofondo per le crude lotte intestine a cui assisteremo nella dimenticata Inisherin.
Ogni giorno alle 14:00, l’allevatore Pádraic (Colin Farrell) fa visita al suo migliore amico, Colm (Brendan Gleeson), e i due vanno al pub assieme, puntuali come il gallo. Sono una coppia improbabile ma apparentemente inseparabile: il primo un contadino semplice che può parlare per ore di sterco di cavallo; il secondo “un pensatore” che scrive musica, suona il violino e cade in preda ad attacchi di disperazione esistenziale. Le circostanze dell’isola li
hanno resi inseparabili, almeno fino ad un giorno qualunque, un cinematografico “Oggi”.

L’attore Brendan Gleeson nel bagno di folla del red carpet del film The Banshees of Inisherin, premiato con la miglior sceneggiatura e miglior protagonista maschile al 79° Festival del Cinema di Venezia. Credits Octavian Micleusanu

E“Oggi”, invece, è diverso. Quando Pádraic bussa puntuale alla porta di Colm alle 14:00 per andare assieme al pub, questo si siede semplicemente sulla sua sedia, fumando e ignorando l’amico dall’altra parte della porta.
Perché non dovrebbe aprirmi la porta?‘ Pádraic chiede alla sorella più intelligente Siobhán (Kerry Condon), con la quale condivide l’umile casa da cui lei deve costantemente cacciare l’amato asino e amico del fratello.
Forse semplicemente non gli piaci più‘, risponde Siobhán,
una battuta semplice che presto si rivela terribilmente vera.
Depresso dalla sensazione del tempo che scivola via e determinato a fare qualcosa di creativo con gli anni che gli rimangono, Colm ha deciso di escludere Pádraic dalla sua vita, liberandosi.
“Che cos’ha, 12 anni?” – lo prende in giro Dominic (Barry Keoghan), un ragazzo del posto che nutre il sogno di fidanzarsi con Siobhán, la solerte lettrice sorella di Pádraic, ma non ha speranze di scappare dal padre brutale e alcolizzato.
Colm è determinato e drammaticamente serio e fa una solenne promessa e minaccia: ogni volta che Pádraic gli parlerà, qualsiasi cosa dica, si taglierà una delle sue stesse dita che suonano il violino che ama.
Difficile a dire il vero non pensare ad un tocco dell’irlandese serie tv “Father Ted” nell’ambientazione e nella storia di un uomo anziano e scaltro che viene esasperato dal suo
compagno un po’ infantile in una remota località rurale dove la compagnia è limitata. (Quando Colm dice a Siobhán in cerca di spiegazioni per il fratello disperato, di non avere più spazio) libero per ospitare ottusità nella mia vita, lei gli risponde: “Ma tu vivi su un’isola al largo della
costa dell’Irlanda!”

L’attrice Kerry Condon sul red carpet del film The Banshees of Inisherin, premiato con la miglior sceneggiatura e miglior protagonista maschile al 79° Festival del Cinema di Venezia. Credits Octavian Micleusanu

Ma proprio come la guerra può trasformare bravi ragazzi in mostri, così questo conflitto con Colm consumerà l’innata bontà di Pádraic (in paese da sempre considerato uno dei ‘bravi ragazzi di vita’, trasformando il dolore in rabbia, la generosità in meschinità e l’amore in spietata vendetta.
Molti sono i momenti degni di risate citabili in The Banshees of Inisherin, che fondono la commedia delle improbabili coppie del cinema con la satira delle relazioni amicali tossiche.
Ma come suggeriscono i brividi delle note di Polegnala E Todora (Love Chant) da Le Mystère des Voix Bulgares, le preoccupazioni principali di McDonagh sono in realtà ben più metafisiche.
Intanto la vicina di casa di Sheila Flitton, la signora McCormick, assomiglia sempre più all’incarnazione della Morte di Bengt Ekerot de “Il settimo sigillo” di Bergman.
Ridiamo in sala quando Colm dichiara che mentre nessuno ricorda le persone simpatiche tutti conoscono il nome di Mozart; e Pádraic ribatte: “Beh, io no!” ma dietro la battuta si
insidia il terrore di essere dimenticati quando moriamo, ed è questo, piuttosto che qualsiasi problema di amicizia, il motore che sembra guidare l’automutilazione irrevocabile di Colm.
Visivamente, il direttore della fotografia Ben Davis e lo scenografo Mark Tildesley creano interni pittorici che ricordano le tele di Vermeer e le composizioni del regista danese Carl Theodor Dreyer, mentre il compositore Carter Burwell enfatizza le qualità fiabesche del film con ritornelli che suonano come filastrocche suonate su vecchi e incrinati vinili a 78 giri.
Per quanto riguarda invece il cast, si è di fronte ad un ensemble dalle note perfette, uno strumento impeccabile su cui McDonagh suona la sua danza macabra deliziosamente malinconica.
Daniele Bonomelli

La 79ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica
Gli spiriti dell’Isola (The Banshees of Inisherin)  – Martin McDonagh

The Whale (2022) diretto da Darren Aronofsky

Charlie è un Professore di Lettere universitario che non lascia mai il suo appartamento.

Sadie Sink al photocall del film The Whale, di Darren Aronofsky, presentato alla 79° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Credits Octavian Micleusanu

Conduce le sue lezioni online, disabilitando la fotocamera del suo laptop in modo che gli studenti non possano vederlo. Anche la cinepresa, guidata da Darren Aronofsky e dal suo direttore della fotografia, Matthew Libatique, non si muove di casa per la maggior parte del tempo. Di tanto in tanto giusto una vista esterna dello squallido edificio basso in cui vive Charlie, o una breve boccata d’aria fresca sul pianerottolo davanti alla sua porta. Ma queste pause alimentano solo un pervasivo senso di reclusione.

Brendan Fraser, protagonista di The Whale di Darren Aronofsky, al photocall della 79° Mostra d’Arte Cinematogarfica di Venezia. Credits Octavian Micleusanu

Basato su un’opera teatrale di Samuel D. Hunter (a cui si deve la sceneggiatura), “The Whale
è un esercizio di claustrofobia. Piuttosto che aprire un testo legato al palcoscenico, come potrebbe fare un regista meno sicuro di sé, Aronofsky intensifica la stasi, il calamitoso senso di blocco che definisce l’esistenza di Charlie. Charlie è intrappolato – nelle sue stanze, in una vita che è andata fuori dai binari, e soprattutto nel suo stesso corpo.
È sempre stato un tipo grosso, dice, ma dopo il suicidio del suo amante, il suo modo di mangiare è andato fuori controllo”. Ora la sua pressione sanguigna sta aumentando, il suo cuore sta cedendo e i semplici sforzi fisici di alzarsi e sedersi richiedono uno sforzo enorme e un’assistenza meccanica.

Cast del film “The Whale” di Darren Aronofsky, con Brendan Fraser, Sadie Sink e Hong Chau sul red carpet del Palazzo del Cinema durante la 79° Mostra d’Arte Cinematografica d Venezia. Credits Octavian Micleusanu

La taglia Oversize di Charlie è il simbolo dominante del film e il principale effetto speciale. Racchiuso in un corpo di lattice, Brendan Fraser, che interpreta Charlie, offre una performance che a volte è di una grazia disarmante. Usa la sua voce e i suoi grandi occhi tristi per trasmettere una delicatezza in contrasto con la grossolanità corporea del personaggio. Ma quasi tutto ciò che riguarda Charlie – il suono del suo respiro, il modo in cui mangia, si muove e suda – sottolinea la sua abiezione, a un livello che inizia a sembrare crudele e voyeuristico.
“The Whale” si svolge nel corso di una settimana, durante la quale Charlie riceve una serie di visite: dalla sua amica e custode informale, Liz (Hong Chau); da Thomas (Ty Simpkins), un giovane missionario che vuole salvarsi l’anima; dalla figlia adolescente separata, Ellie (Sadie Sink), e dall’ex moglie amareggiata, Mary (Samantha Morton). C’è anche un fattorino della pizza (Sathya Sridharan) e un uccello che di tanto in tanto si presenta fuori dalla finestra di Charlie.

L’attrice Hong Chau sul red carpet del Film The Whale di Darren Aronofsky alla 79° Mostra d’Arte Cinematografica. Credits Octavian Micleusanu

A proposito, Charlie non è l’unica balena citata in “The Whale”. Il suo bene più prezioso è, inevitabilmente, un saggio studentesco su “Moby Dick”, la cui paternità viene rivelata alla fine del film. È un bel pezzo di critica letteraria ingenua – forse la migliore sceneggiatura del film –
su come i guai di Ishmael abbiano costretto l’autore a pensare alla trasposizione del racconto
nella propria vita. Forse i guai di Charlie sono pensati proprio per avere la stessa funzione del classico di H.Melville. Charlie stesso diventa il punto nodale nella sua rete di traumi e rimpianti, alternatamente agente, vittima e testimone dell’infelicità di qualcun altro. Ha lasciato Mary quando si è innamorato di uno studente maschio, Alan, che era il fratello di Liz ed era cresciuto nella chiesa a cui appartiene Thomas. Mary, una forte bevitrice, ha tenuto
Charlie lontano da Ellie, che è diventata un’adolescente ribelle e intrattabile. Il dramma esplode in raffiche di verbosità teatrale e balbettii. La sceneggiatura travolge la logica narrativa a favore dell’onestà emotiva. Purtroppo l’elaborato delle varie questioni comporta molti spostamenti di colpe e voli pindarici etici. Tutti e nessuno sono responsabili; le azioni hanno conseguenze e contemporaneamente non ne hanno.
Argomenti del mondo reale come la sessualità, la dipendenza e l’intolleranza religiosa fluttuano liberi da qualsiasi relazione credibile con la realtà. La morale che trasuda dalle urla (e dalla costante sollecitazione dei nervi dello spettatore ad opera della colonna sonora di
Robert Simonsen) è che le persone sono incapaci di disinteressarsi realmente l’una dell’altra.
Che lo si pensi possibile o meno, Herman Melville e Walt Whitman forniscono una giustificazione letteraria dell’idea, tuttavia l’esplorazione del potere dell’empatia umana in
The Wahle; è annullata dalla psicologizzazione semplicistica e dalla confusione intellettuale.

Il regista Darren Aronofsky al photocall del film The Whale alla 79° Mostra d’Arte Cinematografica. Credits Octavian Micleusanu

Aronofsky ha la tendenza a giudicare male i propri punti di forza come regista. È un brillante manipolatore di stati d’animo e un formidabile regista di attori, specializzato in personaggi che si fanno strada, attraverso angoscia e illusione, verso qualcosa come di trascendente.
Mickey Rourke lo ha fatto in The Wrestler, Natalie Portman in Black Swan, Russell Crowe in Noah; e Jennifer Lawrence in Mother; Fraser fa la sua impresa per unirsi alla loro
compagnia – anche Chau è a dire il vero eccellente – ma The Whale, come alcuni degli altri progetti di Aronofsky, è purtroppo travolto dalle sue grandiose e vaghe ambizioni, finendo per
risultare esagerato e fantasiosamente inconsistente.
Daniele Bonomelli

La 79ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

“The Whale” diretto da Darren Aronofsky

Argentina, 1985 – Santiago Mitre

Riccardo Darin e Peter Lanzani, regista e protagonista del film "Argentina, 1985" alla 79° Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia. Foto Credits - La Biennale di Venezia
Riccardo Darin e Peter Lanzani, regista e protagonista del film “Argentina, 1985” alla 79° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Foto Credits – La Biennale di Venezia

I film dedicati a momenti storici importanti sono spesso segnati da una pesante solennità, un rispetto a volte soffocante che può far dimenticare che questi eventi abbiano coinvolto persone reali, esseri umani con passioni e debolezze.
Ciò è in particolar modo rischioso quando l’argomento è delicato e terribile come quello della dittatura militare degli anni ’70 e ‘80 in Argentina e della sua pratica di Guerra – rapimento, tortura, stupro e uccisione dei propri cittadini, drammaticamente noti come “desaparecidos”.
Tranquilli, non è questo il caso di Argentina, 1985.
Il nuovo film in lingua spagnola di Amazon – candidato dell’Argentina per l’Oscar 2023 – dà a questi crimini contro l’umanità ogni grammo di peso che richiedono e meritano, ma non dimentica mai l’umanità dei suoi personaggi. Ciò è particolarmente vero soprattutto per quanto riguarda la rappresentazione del protagonista Julio César Strassera, il pubblico ministero a cui venne assegnato il compito apparentemente impossibile di imputare e condannare i capi militari responsabili di queste atrocità.
Lo Strassera del film non è un eroe, tutt’al più si sminuisce come un uomo di poca importanza. “La storia non è stata fatta dai tipi come me’, dice, e non è falsa modestia.
Non è dinamico o particolarmente carismatico. In effetti, fino agli eventi narrati nel film, non aveva precedenti
di difesa della giustizia contro i poteri costituiti.
Nelle mani del regista e co-sceneggiatore Santiago Mitre, del co-sceneggiatore Mariano Llinás e dell’attore protagonista Ricardo Darín (“Il segreto dei suoi occhi”), Strassera è il protagonista lento e costante ma che si potrebbe definire accattivantemente competente; e
interessante senza fare nulla per esserlo. Ovviamente questo ruolo si incastona perfettamente anche con il ruolo di padre della genuina, limpida e unita famiglia Strassera:
Santiago Armas Estevarena nei panni del figlio Javier, Gina Mastronicola nei panni della figlia Veronica e Alejandra Flechner nei panni della moglie Silvia. Le loro scene di vita famigliare sono educatamente informali e vive, mai forzate. Ognuno ha una personalità che emerge nel film, specialmente il giovane figlio Javier, entusiasta e di stimolo al padre nell’impresa di lottare per una impresa moralmente titanica . Le loro relazioni sono reali e i momenti tra loro
sono piccoli ma significativi. La famiglia ci invita nel loro mondo e ci fa preoccupare quando iniziano le inevitabili minacce di morte.
Non è una commedia a farci sorridere, ma è l’umorismo della vita di tutti i giorni che accompagna la famiglia Strassera nella sfida impensabile di restituire giustizia e dignità ad una Nazione intera.
Non riuscendo a reclutare grandi avvocati in quanto tutti compromessi con gli apparati di regime, Strassera viene aiutato da un gruppo di giovani, sconosciuti ma motivatissimi avvocati che si uniscono assieme, ciascuno per il proprio motivo personale. Di particolare rilevanza
sarà Luis Moreno Ocampo (Peter Lanzani). Questi personaggi, ancora una volta, si presentano a noi spettatori come vissuti umani, quasi chiedendoci di aiutarli a trovare la forza per lottare nella loro impresa.
Le commoventi testimonianze delle vittime sopravvissute sono sicuramente carbone per il fuoco della nostra voglia di giustizia, tuttavia il potere del film è derivato principalmente dalla sua forza di voler impedire che questa piaga autoritaria e terroristica si ripresenti in un futuro, in Argentina come altrove.

Le didascalie di apertura ci informano che l’Argentina ha subito oscillazioni tra governi democratici e colpi di stato militari per 50 anni prima dell’inizio della storia.
Strassera e la sua squadra di giovani hanno il compito di affrontare non solo coloro che avrebbero violato violentemente la legge in nome del ‘patriottismo’, ma anche coloro che avrebbero poi difeso quelle azioni.
Il procuratore si appella così, prima alla Corte riunita in tribunale e poi al Paese: “Questa è la nostra opportunità; potrebbe essere l’ultima”.
Daniele Bonomelli

La 79ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica

 

Rovigo Cello City alla nona edizione animerà il capoluogo polesano dal 4 all’11/09/2022

Il suono melodioso del Violoncello sarà il protagonista assoluto di Rovigo Cello City 2022 e allieterà la storica città di Rovigo.

Il Festival è stato ideato nel 2014 dal Maestro Luigi Puxeddu, insegnate di violoncello presso il Conservatorio “F. Venezze” di Rovigo e direttore artistico del Teatro Sociale di Rovigo. La rassegna musicale si prefigge di evidenziare l’eccellenza rodigina della scuola di violoncello fondata dal Maestro Luca Simoncini, oltre alla straordinarietà di questo strumento e dei brani musicali dei più famosi compositori. Leggi tutto “Rovigo Cello City alla nona edizione animerà il capoluogo polesano dal 4 all’11/09/2022”

I “Jeux d’Amour” di Pietro Beretta a Venezia

Pietro Beretta, Telefono rosso Kennedy-Kruscev, ottobre 1962, 2014, assemblaggio a tecnica mista su legno 35 x 55 x 20, dalla copertina del catalogo della mostra "Jeux d'Amour". Foto M. Agorri, grafica Christian Palazzo
Pietro Beretta, Telefono rosso Kennedy-Kruscev, ottobre 1962, 2014, assemblaggio a tecnica mista su legno 35 x 55 x 20, dalla copertina del catalogo della mostra “Jeux d’Amour” (Venezia, 2022). Foto M. Agorri, grafica Christian Palazzo

Venezia – Ancora pochi giorni  per visitare  l’esposizione
Jeux d’Amour , a cura di Roberta Reali, allo Spazio San Vidal a San Zaccaria.
In mostra vi sono tre serie di opere significative della produzione recente dell’artista asconese Pietro Beretta .
Si tratta della brillante Box Art Collection, realizzata insieme alla moglie Annagret Engelberger, così come le quattro elegantissime sedute “africane” del 2014 (Non è solo sedersi) e infine la sequenza di ritratti post-espressionisti e junghiani Sguardi, a lei dedicata. Leggi tutto “I “Jeux d’Amour” di Pietro Beretta a Venezia”