
Il feroce “Dogman” mostra un regista noto per gli eccessi al suo massimo livello di sfrenatezza.
Nelle sue migliori prove, i film di Luc Besson occupano sempre un spazio unico nel panorama cinematografico.
I suoi thriller d’azione “Il professionista” e “Lucy”, benché ambientati nel nostro mondo, sembrano collocati in un regno parallelo, alimentato dal piacere di evasione del cinema stesso. Forse è per questo che, quando il veterano regista francese si è avventurato in un terreno di fantasia più smaccato, come nel caso de “Il quinto elemento”, qualcosa non ha funzionato.
Per Besson, l’ordinario è soffuso di sufficiente stranezza.
Ma nessuno dei suoi precedenti lavori emanava una qualità fiabesca così decisa come “Dogman”, un inaspettato e sincero inno a un outsider dal cuore spezzato che potrebbe anche essere un sociopatico. In parte musical, in parte studio dei personaggi e in parte saga criminale, questo dramma fatalmente diseguale, racconta di un’anima danneggiata che trova conforto solo nei suoi compagni canini. Tuttavia, se non fosse per uno straordinario Caleb Landry Jones nel ruolo del protagonista, probabilmente il tutto non funzionerebbe.
Jones, vincitore per la recitazione a Cannes nel 2021 per aver interpretato un killer in erba in “Nitram”, ha preso l’abitudine di interpretare uomini fragili il cui inevitabile disfacimento potrebbe portare a una terribile violenza. È l’ideale per il ruolo di Douglas che, all’inizio di “Dogman”, è appena stato arrestato travestito da Marilyn Monroe, con tanto di abito rosa senza spalline e acconciatura incantevole da “Gli uomini preferiscono le bionde”.
A guastare la sua bellezza sono le bende e i lividi sul viso, per non parlare del sorriso inquietante che rivolge a Evelyn (Jojo T. Gibbs), la psichiatra incaricata di interrogarlo nel cuore della notte dopo che Doug è stato fermato alla guida di un camion contenente decine di cani abbandonati. Evelyn vuole capire come questo criminale in sedia a rotelle, possa essere arrivato a questo momento della sua vita. Attraverso dei flashback, l’uomo racconterà la sua storia di sventura.
Verosimilmente ambientato nel New Jersey, il film muove i suoi passi in una finzione disseminata di riferimenti casuali alla cultura pop e di spericolate transizioni di genere. Inizialmente Besson sembra essere radicato in un registro più grintoso. Lincoln Powell interpreta Doug nei flashback dell’infanzia, il più cruciale dei quali è quello in cui, da ragazzino, fa arrabbiare il padre violento (Clemens Schick), il cui approccio poco ortodosso all’educazione consiste nel rinchiudere il figlio all’aperto in una gabbia contenente diversi cani, animali che diventano la sua famiglia ritrovata. Dopo un macabro alterco con il padre, Doug riesce a liberarsi, ma non prima che il padre lo lasci senza un dito e con una lesione spinale invalidante.
“Dogman” evita i limiti di un approccio narrativo familiare, in cui la statica storia del presente serve da cornice per tornare al passato del personaggio. Le disavventure di Doug, pur essendo solo sporadicamente avvincenti, sono adeguatamente strane. Non solo lega con i cani, ma a quanto pare è in grado di comunicare con loro, utilizzandoli come una forza d’attacco incredibilmente (a volte comicamente) efficiente. Un vero esercito fedele a propria disposizione. Poi c’è la sua inaspettata partecipazione a uno spettacolo di drag queen, con una splendida interpretazione in playback di “La Foule” di Édith Piaf. Doug si imbatterà in gangster con rapine ad alto rischio, ma come è tipico dei solitari protagonisti di Besson, tutto ciò che desidera veramente è solo qualcuno da amare.
La salvezza del film è l’interpretazione sconvolgente e delicata di Jones. Sia nelle scene di intervista che nei flashback, la sua intensità sommessa suggerisce un fragile uomo-bambino fratturato che non è mai stato adeguatamente socializzato.
Lo straordinario attore non permette mai al pubblico di sapere definitivamente se Doug sia una vittima o una minaccia.
Questa tensione si rivela più avvincente dello stesso “Dogman”. Si percepisce l’empatia che Besson prova nei confronti di Douglas, che è un randagio come i cani senzatetto che adotta.
È anche difficile dimenticare che questo è il primo film del regista dopo essere stato formalmente scagionato dalle accuse di stupro del 2018). Volutamente o meno, “Dogman” può essere letto come la difesa di un innocente incompreso.
Ma Besson trova presto la sua strada verso l’incoerenza tonale: un’accozzaglia di cupa esplorazione dei personaggi e palesi cliché. Chi dovesse aver perso le sparatorie del suo “Nikita” sarà felice di sapere che sono state goffamente inserite nel finale di “Dogman”, costringendo Jones a trasformarsi in un improbabile eroe d’azione. Raramente Besson è sembrato così slegato da tutto ciò che assomiglia al normale comportamento umano.
Alcuni potrebbero apprezzare “Dogman” proprio per questo motivo. Nei suoi film c’è sempre stata un’irriverenza giocosa, un’adorazione sfrenata per l’esuberanza dei film di serie B, le deboli basi emotive delle sue storie stravaganti sposate a uno spettacolo vertiginoso. Jones, che fortunatamente non strizza mai l’occhio all’assurdità dilagante, dà un po’ di fondamento al processo. Ma Besson vuole liberarsi dal guinzaglio e il suo istinto lo porta nel complesso fuori strada, mancando l’obiettivo di rubare per qualche ora la scena al Joker del giovane Todd Philips che tanto ha animato Venezia nel 2019.
Daniele Bonomelli
