Venezia – Venezia – Biennale Danza 2019: pensieri a latere per riflettere sullo stato dell’Arte della Danza

Biennale Danza 2019 - I Leoni d'oro e d'argento. Foto di Octavian Micleusanu
Biennale Danza 2019 – I Leoni d’oro e d’argento. Foto di Octavian Micleusanu

Nell ’anno in cui Biennale Arte torna  tra i canali di Venezia, alla fine di giugno, per nove giorni, Biennale Danza giunge alla terza edizione sotto la direzione di Marie Chouinard. Edizione fortemente discussa in italia e a livello internazionale. Molte questioni rimangono incomprese riguardo alle scelte di premiazione dei Leoni e sulla costruzione generale del palinsesto.

Crediamo che al di là di tutti i commenti, articoli e social attivi che analizzano dettagliatamente le ragioni della critica, sia probabilmente più interessante fare una riflessione di ampio respiro sul settore Danza in modo trasversale, perché alcune delle contraddizioni che attraversano Biennale Danza si inseriscono in una tendenza più ampia su cui è giusto riflettere e porsi delle domande.
Senza screditare la coreografa Marie Chouinard, c’è da chiedersi se piuttosto possa essere saggio affidare la cura di un festival annuale a una figura professionale che possa appunto “curare” l’edizione e non per forza e sempre dare per scontato che sia un artista del settore, che seppur riconosciuto e con tutto il valore del suo lavoro internazionale non è detto che abbia le attitudini per disegnare un percorso di festival.
A fronte delle tantissime cose dette sulle scelte di consegne dei Leoni d’oro e d’argento, quasi tutte molto condivisibili, vale la pena aggiungere un aspetto non molto ricordato. La direttrice fin dalla sua prima edizione tre anni fa ci aveva raccontato del forte desiderio di premiare le donne, artiste, coreografe, dancemakers e su questo era stato infatti proposto un percorso dal Leone d’oro a Lucinda Childs e a Meg Stuart e il Leone d’argento a Dana Michal e Marlene Monteiro Freitas. Scelte opposte per l’edizione 2019, con motivazioni molto poco chiare. Nessuna direzione artistica di nessun settore di Biennale è obbligata a scegliere ogni anno a chi affidare i premi. L’oro delle pause.

Lisa Nelson, Nancy Stark Smith, Sasha Waltz, Debora Hay, Xavier le Roy, Lia Rodrigues, Alain Platel, Jan Fabre, Katie Duck, Julyen Hamilton, Marten Spamberg, Cena Onze, João Fiadeiro, DV8, Benoît Lachambre, Grupo Corpo, Dominique Mercy, Boris Charmatz, Wim Vandekeybus, Vera Mantero, Simone Forti, Jennifer Lacey, David Zambrano, Mathilde Monnier, Jan Ritsema, Sarah Michelson, Pa-f, Dominique e Françoise Dupuy, Anna Halprin, Daniel Levéillè, Jeremy Nelson, Iñaki Azpillaga, Ruth Zaporah, Robin Orlyn, La Ribot.

Solo alcuni tra i tanti artisti che potenzialmente sono meritevoli di un riconoscimento alla carriera per aver portato avanti un punto di vista originale e irripetibile. Una pluralità di contributi artistici al mondo della Danza che, al di là che piacciano o meno nello specifico di ogni singolo progetto di spettacolo, hanno dedicato la Vita all’arte della Danza con dedizione e ascolto dentro la comunità artistica e verso la società.

Qual è il valore simbolico di assegnare un Leone d’Oro dentro Biennale Danza a Venezia?
Qual è il circuito mediatico e il mercato della Danza a cui si accede grazie a un Leone d’Oro o Leone d’Argento ricevuto?

Quale il ruolo del pubblico? Riempire la sala, necessaria al set-up della scena, applaudire o esprimere una opinione critica e in dialogo con organizzatori e artisti?

Quale vogliamo che sia la relazione artistica, estetica, filosofica, politica e economica tra chi sceglie a chi assegnare il Leone e l’artista che lo riceve?
La direzione artistica di un festival quanto può determinare sul palinsesto, organizzazione e realizzazione di un evento internazionale e riconosciuto?  

Dove sta il valore internazionale di una Biennale Danza se alcuni paesi non vengono mai invitati e altri partecipano spesso o sempre con più spettacoli e artisti?
Quale spazio di confronto artistico può offrire Biennale Danza Venezia? Si può superare lo sguardo colonizzato o non riusciamo ancora a trovare altre chiavi di lettura del presente, anche in un settore artistico così facilmente e potenzialmente democratico e orizzontale, come la Danza è nella sua essenza ontologica?

Per fare Danza oggi serve entrare nel mercato con un buon packing oppure portare avanti una ricerca artistica nel profondo?
A chi serve il mercato della Danza? Quali obiettivi ha? Si differenzia dal grande mercato dell’Entertainment o ne fa pienamente parte? Fare Danza oggi vuol dire fare un patch-work eclettico di qualsiasi tipo, più pieno di trasversalità possibili e -forse anche volutamente- senza nessuna danza in scena o l’arte della Danza è solida ed ha diritto ad esistere al di là del Teatro-Danza, degli artisti visivi auto-definiti coreografi e dance-makers, le svariate terapie che si appoggiano al movimento danzato?

In breve, la Danza è al centro di se stessa e della ricerca su di essa che l’attraversa o danzare oggi è ormai “vintage” per cui meglio accoppiarsi con la qualunque disciplina e poi dichiarare di fare performance, spettacolo, sperimentazione multimediale ecc. ecc.?  L’ inter-disciplina annulla la Danza o la valorizza ? 

Cosa significa danzare là dove tutto è sempre più digitale e non dal vivo?
Cosa significa danzare là dove non si accede alla rete elettrica e si può entrare in contatto solo con ciò che esiste nel momento e con il proprio corpo?

Che cosa vuol dire fare Coreografia oggi?
Che cosa vuol dire fare Danza oggi? Quale il valore umano, politico e artistico del danzare?

Vorremmo che queste prime domande siano uno stimolo al confronto.

Livia Marques
www.gnomix.net

https://www.labiennale.org/it/danza/2019

A proposito di Democrazia. Memoria, sfide contemporanee e multidisciplinarietà: Holland Festival celebra 70 anni

La Democrazia in America di Sergio Castellucci all'Holland Festival 2017
La Democrazia in America di Romeo Castellucci all’Holland Festival 2017

Durante la primavera di Amsterdam, calda e dalle lunghissime luci fino a tarda sera, durante quasi un intero mese si è celebrata la 70° edizione di Holland Festival, con tanto di celebrazioni, memorie e intenso programma artistico e culturale.
Molte le tematiche che le opere e gli artisti hanno attraversato in discipline e tecniche di ricerca differenti, accanto ad un interessante e puntuale programma satellitare di seminari e incontri, che ha contribuito ad ampliare e approfondire le tematiche presenti su tutto il palinsesto del Festival e anche arricchendo le celebrazioni stesse.
Insieme ai Festival di Avignone ed Edimburgo il più antico d’Europa, fondato appunto 70 anni fa quando il secondo conflitto mondiale era terminato e alle spalle si desiderava ricostruire, anche culturalmente uno spazio d’incontro fra le arti e le differenti discipline.
Vari incontri, lectures e presentazioni hanno raccontato nel dettaglio e hanno dato anche una cornice storico-artistico-culturale dello stesso periodo, intorno appunto al 1947.
All’interno del programma artistico si sono intrecciate le tematiche della Democrazia con Focus on Democracy, iniziando proprio dal famoso e attesissimo regista italiano Romeo Castellucci, che con la sua compagnia Societas Raffaello Sanzio di Cesena ha quest’anno creato – grazie alla produzione del De Singel di Anversa- , il nuovo lavoro La Democrazia in America, ispirato dall’omonimo testo francese storico-teorico di Alexis de Tocqueville. Una costruzione scenotecnica raffinatissima mette in gioco l’atto del vedere per il pubblico che scorge sempre diversi strati della realtà, più o meno nitidi, offuscati, distorti. Con un testo ridottissimo, viene portata in scena piuttosto una presenza corale, grazie alle molte comparse, che parla di quel cruciale momento dell’arrivo degli europei oltreoceano. Una serie bellissima di scene collettive in cui giochi di luci e il colore rosso degli abiti domina. Unico appunto, il testo poteva essere recitato direttamente in inglese, non in italiano
Sempre nello stesso ambito Focus on Democracy, il lavoro Danse de nuit, fortemente voluto in una piazza periferica del ZuidOost (sud-est) di Amsterdam (conosciuta come la piazza del grande mercato multietnico della periferia più conflittuale della città olandese) il lavoro del coreografo francese Boris Charmatz, direttore del Centre chorégraphique national de Rennes nel nord della Francia e conosciuto internazionalmente per le sue importanti collaborazioni ad esempio con Tino Sehgal e Anne Teresa De Keersmaeker e per le sue serie di collaborazioni con gli ambiti museali e la danza contemporanea di ricerca, una su tutte alla Tate di Londra.
Cinque performer assolutamente eterogenei per fisicità e origini artistiche che trasportano nello spazio poco illuminato della piazza il pubblico, spostandolo liberamente mentre loro si occupano di ballare e raccontare simultaneamente alcuni dettagli più o meno pubblici e conosciuti, o più privati e sconosciuti ai più, degli avvenimenti terroristici di Parigi e in qualche modo facendo eco a tutta una complessa situazione socio-politica che la Francia per intero si trova ad affrontare non solo su un piano istituzionale ed internazionale, ma molto su un piano quotidiano e di scambio multietnico ed interculturale. Tutta questa condizione scottante che non vede sosta o pausa negli ultimi 2 anni di attualità del paese viene declinata in una performance assolutamente fuori dagli stereotipi coreografici e viene riportata a una sorta di Satyricon coreografico, nel senso che registri, sfumature e focus diversi si alternano in un flusso continuo che potremmo definire come un rap danzante e parlato. Un forte impatto emotivo e un’intima condivisione del caos caratterizzano la performance.
Nicht schlafen di Alain Platel, les ballets C de la B, porta in scena nove danzatori di nazionalità diverse intorno a una potente scultura di una cavallo morente, opera dell’artista visuale Berlinde De Bruyckere. Con il profondo supporto delle musiche di Mahler si vuole far riemergere i turbolenti anni dell’inizio del secolo scorso che portarono inesorabilmente ai due conflitti mondiali. L’intensità delle emozioni e della confusione della regia e dei suoi straordinari e impeccabili danzatori disegnano vari paralleli tra il passato e il presente, nella nitida speranza che una distruzione in larga scala non si ripeta più. Nicht schlafen, dal tedesco “non dormire” potremo considerarlo un monito all’attenzione decisiva che i nostri tempi ci richiedono. Il caratteristico movimento dei corpi de les ballets C de la B si riempie ancora una volta, con precisione di sincrono e distorsione , di potenza evocativa e paesaggi umani tra i più toccanti. Una standing ovation ha chiuso la serata di apertura al Koninklijk Theater Carré di Amsterdam.
Manifesto, una bellissima opera cinematografica con una ineguagliabile Cate Blanchete. Serie di personaggi tutti interpretati dall’attrice, uomini e donne in cui si mostra un aspetto sociale come produzione e risultato diretto del nostro mondo capitalista. Uno shock artistico e politico in cui in piccole storie brevi, ognuna ispirata a un famoso manifesto del passato, vengono messe a nudo persone e anime che caratterizzano i giorni nostri, dal barbone alla showgirl, dall’artigiano all’operaio, dall’artista all’esecutore / impiegato di qualsiasi cosa in cerca di sopravvivenza.
Un allestimento, quello fatto per Holland Festival, ad Amsterdam Noord in cui una sala intera al buio ha ospitato uno schermo per ogni storia/capitolo in loop. Come se il film possa essere una sorta di installazione permanente e il pubblico si alza e gira come vuole tra un racconto, un protagonista e un altro. Alla fine ognuno avrà realizzato il proprio percorso modulare dentro il film. Un opera bellissima, da non perdere.
Flexn nasce dall’incontro tra una intera crew rap di Brooklyn, NYC e il suo coreografo Reggie Gray insieme al famoso regista Peter Sellars di Los Angeles. Ancora una volta l’incontro di generi e spazi differenti portano a galla riflessioni e pensieri su come grazie alla condivisione di esperienze artistiche sia possibile evolvere socialmente e creare migliori ambiti di incontro e aggregazione.
Una danza collettiva tutta rap e hip hop molto spettacolare ci fa entrare in una sorta di “the Best of “ di ogni singolo che si mette in relazione con il pubblico e tutti gli altri sul palco, tante brevi esibizioni si alternano a scene collettive, in un progetto teatrale più complesso. Livelli tecnici molto alti e curati fanno leva sull’effetto sorpresa e il coinvolgimento emotivo del pubblico la loro forza.
Un esperimento riuscito, forse troppo dentro le regole dello show business ma sicuramente di forte ispirazione per altre iniziative che possano nascere sulla stessa onda creativa e d’incontro

All’interno del folto palinsesto musicale, colpisce una bella iniziativa di collaborazione tra i Mause on Mars, storica formazione di musica elettronica e l’Orchestra di Colonia. Con robots/non/robots presentano un programma articolato e insolito, non del tutto compreso dal pubblico ma sicuramente lodevole per l’aspetto fortemente sperimentale, di ricerca e di sinergia artistica tra registri e origini artistiche distanti. Un importante appuntamento per gli appassionati e non solo per gli addetti ai lavori anche per essere un ambito all’interno del panorama sonoro dei Paesi Bassi forse meno sviluppato che in altri paesi europei.
Facendo incontrare alti parametri di complessità artistica, mediatica e di produzione, e un forte benvenuto e accessibilità – anche economica – al pubblico, Holland Festival conferma la sua peculiarità di importante Festival europeo, nella sua settantesima edizione. La sintesi di questa ricca iniziativa culturale può essere valorizzata nelle parole della direttrice artistica Ruth Mackenzie:
“I do believe Art is here to change the world”.
Livia Marques / www.gnomix.net

70° Holland Festival
Amsterdam
https://www.hollandfestival.nl/en/

Let’s dance. Sguardi sulla Biennale danza 2015

Xavier Le Roy,  "Low pieces" (2009-2011) - photo courtesy Vincent Caravac
Xavier Le Roy, “Low pieces” (2009-2011) – photo courtesy Vincent Caravac

La Biennale Danza di Venezia è da pochi giorni terminata e rimangono negli occhi le immagini di tante sfumature diverse sulla coreografia contemporanea. Il fitto programma, condensato in un fine settimana, attraversa la città passando per i tipici campi, i palazzi e i teatri fino all’Arsenale, entrando qui in contatto ravvicinato anche con la Biennale Arte. Leggi tutto “Let’s dance. Sguardi sulla Biennale danza 2015”