BFM37- Il cinema di Carmelo Bene

Risulta difficile limitarsi ad analizzare la sola esperienza cinematografica di Carmelo Bene, circoscritta ad un periodo di appena sei anni, dal 1967 al 1973, senza citare la vasta produzione teatrale e scritta che l’autore salentino ha composto nel corso della sua vita. Trasferitosi a Roma dalla provincia di Lecce, Bene frequenta discontinuamente accademie teatrali e conduce una vita sregolata, finendo anche spesso arrestato; allo stesso tempo, esordisce sul palcoscenico con Caligola di Alberto Ruggiero e si approccia all’Ulisse di James Joyce, scoperta che condizionerà fortemente la sua poetica e, di conseguenza, la sua cinematografia. Dopo dieci anni dedicati al teatro, nel 67′ arriva la proposta da parte di Pier Paolo Pasolini di partecipare al suo film Edipo Re: inizia, con l’adattamento di un’opera teatrale, l’esperienza di Bene al cinema, che esordirà alla regia l’anno successivo con Nostra Signora dei Turchi.

BFM 37 -Carmelo Bene in Nostra Signora dei Turchi
BFM37 -Carmelo Bene in Nostra Signora dei Turchi

La prima vera e propria esperienza dietro la macchina da presa è in realtà Hermitage, cortometraggio che Bene dirige nel 1968 per prepararsi alla successiva lavorazione di Nostra Signora dei Turchi: nonostante i due film abbiano una propria personale identità, risaltano subito quelli che saranno i principali caratteri del cinema beniano, come il rapporto con l’impostazione e la recitazione teatrale, le problematiche legate all’essere e al riconoscimento del proprio io e l’ispirazione a maestri del muto come Buster Keaton e C. T. Dreyer. Nello stesso anno, Nostra Signora dei Turchi esordisce alla Mostra del Cinema di Venezia. Il film, benchè abbia una trama di fondo, collegata alla strage di 800 martiri a Otranto da parte dei Turchi, è composto da una sequenza di situazioni, immagini e monologhi scollegati, isolati e autonomi. L’influenza di Joyce è evidente, Bene produce uno stream of consciousness non solo verbale ma anche di immagini, gesti e suoni. La pellicola si contorce, vengono applicate distorsioni visive e sonore, come anche l’aspetto del protagonista, identificabile in Bene stesso, si modifica più volte nel corso della “non-narrazione”. Il teatro, la religione, la cultura territoriale e storica (Bene diventa una sorta di paladino collegandosi alla produzione di Tasso) sono temi insiti nella pellicola, ma in particolar modo lo è il tema dell’io: il monologo interiore del regista, rafforzato dalla componente visiva, esprime il suo rapporto con il proprio ego e con la sua (auto)distruzione, causata anche da forze esterne, i Turchi invasori appunto. A differenza delle seguenti produzioni, Nostra Signora dei Turchi è un’opera tratta d un romanzo e spettacolo teatrale di Bene stesso, essendo completamente avulsa da suggestioni e prodotti di altri. Il successo a Venezia (vince il premio speciale della giuria) conferma il suo apprezzamento da parte dell’élite culturale europea, mentre nelle sale italiane suscitò pesanti polemiche che degradarono addirittura in atti vandalici e accuse nei confronti del regista. Bene aveva creato un cortocircuito nel linguaggio cinematografico stesso, l’intenzione di demolire le fondamenta di quella da lui definita “l’ultima arrivata, la pattumiera di tutte le arti” caratterizzerà anche le seguenti produzioni filmiche.
L’anno successivo dirige Capricci, che lui stesso definisce “delirante, intenzionalmente sgradevole, non sta né in cielo né in terra, brutto a vedersi, senza infingimenti, nudo, crudo, disgraziato”, ovviamente da declinare in ottica beniana di sovversione e distruzione della materia cinema. Nel 1970 Don Giovanni, il suo terzo lungometraggio, viene accolto bene dalla critica ma ottiene un pessimo riscontro da parte del pubblico, come avenne per le due opere precedenti. L’adattamento del capolavoro di Barbey d’Aurevilly porta avanti il discorso sulla sequenzialità, comprendendo scene composte da moltissime inquadrature in rapida successione, alcune della durata nel’ordine dei frame, da risultare così appena percettibili e svolgendo funzione puramente subliminale. Il suo quarto film, Salomè, è tratto da una messa in scena teatrale dello stesso Bene, che interpreta qui Erode: ispirato alla versione di Oscar Wilde, il regista propone una scenografia con colori accesi e luci psichedeliche, dando al tutto un gusto decisamente teatrale. La sua ultima opera cinematografica è Un Amleto di meno, reinterpretazione beniana della tragedia di Shakespeare, riprendendo in molti aspetti le sue rappresentazioni teatrali del dramma. L’adattamento tinge l’originale storia con aspetti grotteschi e comici, creando un “non-genere” che si pone a metà della classica divisione bipolare del teatro enunciata da Aristotele, unito ad elementi di metateatro (e quindi metacinema) e di decostruzione del linguaggio mediale.

BFM 37 -Carmelo Bene in Salomè
BFM37 – Carmelo Bene in Salomè

Seppur limitato ad un breve periodo temporale, l’approccio al cinema di Carmelo Bene riesce a farsi partecipe della sua poetica e del suo pensiero, che, nel corso dei decenni, ha abbracciato poliedricamente gran parte delle arti e dei mezzi di comunicazione; oltre al teatro e al cinema, la sua produzione scritta è vastissima, come anche le sue apparizioni televisive sono entrate a far parte della storia della retorica italiana. Iconoclasta, provocatore, sperimentatore, Bene è tra le figure del Novecento più discusse e studiate in Italia, avendo avuto la forza e l’ego di approcciarsi in maniera tanto ardita alle arti, e, per poco ma non in maniera minore, al cinema.
Andrea Damiano

Apertura confusa per il Bergamo Film Meeting

Locandina del 37° Bergamo Film Meeting
Locandina del 37° Bergamo Film Meeting

Sabato 9 Marzo, il Bergamo Film Meeting ha inaugurato la sua competizione ufficiale con il film argentino Rojo di Benjamin Naishtat.
La pellicola ha sofferto forse il paragone con le precedenti proiezioni all’Auditorium di Piazza Libertà: il classico Les quatre cents coups ha infatti aperto la retrospettiva sull’attore-volto della nouvelle vague, Jean-Pierre Léaud, presente in sala.
Ambientato nella provincia argentina del ‘75, in una società sull’orlo del golpe fascista, il film intrattiene abilmente lo spettatore con il plot principale: Claudio (Darìo Grandinetti), avvocato borghese, ha una inaspettata lite in ristorante con uno sconosciuto forestiero di sinistra (Diego Cremonesi); i risvolti violenti della serata torneranno a tormentarlo tre mesi più tardi, quando un famoso detective televisivo si interesserà alle strane sparizioni che precedono l’avvento del regime.

BFM 37 - Scena del film Rojo di Benjamin Naishtat.
BFM 37- Diego Cremonesi e Darìo Grandinetti in una scena del film Rojo di Benjamin Naishtat.

La rinascita dei fascismi e il dirompere delle destre nazionaliste nel mondo contemporaneo spingono forse l’autore a interrogarsi nuovamente su uno spaccato della storia del suo paese.

Una serie di appendici narrative mettono in luce una società costruita sull’apparire e una borghesia dai tratti sostanzialmente violenti, pronta ad accogliere la dittatura di Videla, e che anzi la anticipa facendosi carico di crimini che restano impuniti grazie alla protezione esercitata dal suo potere. Nonostante ciò, il corollario infinito di situazioni minori e personaggi secondari altro non è che una corona di spine per la vera trama.
Rojo sceglie una regia grottesca per una società grottesca e non risparmia i suoi personaggi dalle continue derisioni della macchina da presa. La gravità della situazione politica è costantemente alleggerita da uno sguardo ilare, quasi farsesco, sino al finale che guarda all’assurdo.

BFM 37 - Scena del film Rojo di Benjamin Naishtat.
BFM 37 – Scena del film Rojo di Benjamin Naishtat.

Le innumerevoli imperfezioni tecniche, soprattutto nell’ambito della fotografia, incoerente per l’intera durata del film, non sembrano stonare con una regia da telenovelas argentina; non mi è chiaro poi se questo stile sia voluto, alla ricerca di un ulteriore grado di deformità, o se sia frutto di una produzione zoppa.

BFM 37 - La platea del film Rojo di Benjamin Naishtat. Foto Franco Cannavale
BFM 37 – La platea del film Rojo di Benjamin Naishtat. Foto Franco Cannavale

La scelta di aprire il concorso internazionale con la proiezione di un film tanto atipico è certamente da premiare. Rojo di Benjamin Naishtat, frutto di follia o forse di genialità, è un film che riflette sulla società contemporanea guardando alla storia e regalando sincere folgori di ilarità.

È una partenza confusa per la 37° edizione del BFM ma non per questo negativa.

Giovanni Merlini