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Art in Italy | luoghi, persone, storie e sapori dell'arte

TAG | De Chirico

Galeazzo Viganò, Doppio ritratto Centanini, Collezione Cariparo, Padova, 2002

Galeazzo Viganò, Doppio ritratto Centanini, Collezione Cariparo, Padova, 2002

Fino al 5 giugno sarà possibile visitare gratuitamente negli storici palazzi Roncale e Roverella di Rovigo l’esposizione Al primo sguardo, che conta circa duecento opere appartenenti alla Fondazione Cariparo, che è anche proprietaria del Roncale. L’evento è stato realizzato in collaborazione con l’Accademia dei Concordi e la sua Pinacoteca, quest’ultima parzialmente fruibile tra le mura rinascimentali di fabbrica ferrarese del palazzo Roverella. Qui ha sede anche l’evento centrale della mostra, ovvero la presentazione al pubblico dell’inedita Collezione Centanini, recentemente pervenuta alla stessa Fondazione.
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Amedeo Modigliani, Nudo, 1917, olio su tela, cm 73 x 116,7, New York, Solomon R. Guggenheim Museum, Solomon R. Guggenheim Founding Collection, per donazione

Amedeo Modigliani, Nudo, 1917, olio su tela, cm 73 x 116,7, New York, Solomon R. Guggenheim Museum, Solomon R. Guggenheim Founding Collection, per donazione

Se mi soffermo sul titolo scelto per questa importante mostra, Gli Anni Folli – La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalì 1918-1933, la mia mente spicca il volo e corre tra le mansarde e i boulevards della capitale d’inizio Novecento. La Parigi delle esposizioni universali, centro nevralgico in cui confluiva la cultura del globo intero nella sua strabiliante varietà.

Piet Mondrian, Schilderij N. 1. Losanga con due linee e blu, 1926, olio su tela, cm 61,1 x 61,1, Philadelphia Museum of Art, A.E. Gallatin Collection, 1952

Piet Mondrian, Schilderij N. 1. Losanga con due linee e blu, 1926, olio su tela, cm 61,1 x 61,1, Philadelphia Museum of Art, A.E. Gallatin Collection, 1952

Penso alla straordinaria enarmonia dettata dal costante dialogo tra differenti discipline quali: pittura, scultura, musica, fotografia, danza, teatro, ecc. Non solo un’osmotica amalgama di linguaggi, ma una radicale fusione di arte e vita che, in questi anni particolari, a cavallo tra i due conflitti mondiali, pare essere indissolubile. L’arte non si esprime senza il brulicare della vita stessa ben testimoniato dalle biografie di artisti, intellettuali, collezionisti e dalla gente comune, fatte di speranza e incertezza, di gioia e disillusioni.

Ilse Bing, Parigi, Champs de Mars. Veduta dalle scale della Tour Eiffel, VII arrondissement, 1931, Stampa su gelatina al bromuro d’argento, cm 26,8 x 34, Parigi, Musée Carnavalet, Histoire de Paris

Ilse Bing, Parigi, Champs de Mars. Veduta dalle scale della Tour Eiffel, VII arrondissement, 1931, Stampa su gelatina al bromuro d’argento, cm 26,8 x 34, Parigi, Musée Carnavalet, Histoire de Paris

Con questa mostra, inaugurata sabato 10 settembre nella storica cornice del Palazzo dei Diamanti, Ferrara Arte ha cercato di ricostruire questo spirito, questa atmosfera, aprendo il sipario con le opere di due grandi maestri, Monet e Renoir che, ancora attivi al termine del primo conflitto mondiale, costituiscono il naturale trait-d’union con la modernità.

Salvador Dalí, L’eco del vuoto, c. 1935, Olio su tela, cm 73 x 92, Milano, Collezione privata

Salvador Dalí, L’eco del vuoto, c. 1935, Olio su tela, cm 73 x 92, Milano, Collezione privata

La sensualità femminile immortalata da De Chirico o Foujita e il mondo fantastico esplorato da Chagall testimoniano il fermento dell’École de Paris, mentre la luce e la natura della Côte d’Azur si riverberano nella capitale francese attraverso le opere di Matisse, Bonnard e Maillol. Il linguaggio cubista si ammorbidisce confluendo in una sinuosità di forme e linee qui rappresentate dalle nature morte di Picasso e Braque, o dall’essenzialità di Ozenfant e di Jeanneret, meglio noto come Le Corbusier. (altro…)

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mberto Boccioni, Forme uniche di continuità nello spazio, bronzo, 1913

Umberto Boccioni, Forme uniche di continuità nello spazio, bronzo, 1913

Finalmente, dopo un secolo d’attesa, i milanesi hanno ottenuto una loro galleria permanente d’arte contemporanea, il nuovo Museo del Novecento, recentemente inaugurato con grande successo nel Palazzo dell’Arengario, incompiuto architettonico di mussoliniana memoria in corso di ristrutturazione dal 2007 (architetti Italo Rota e Fabio Fornasari), dotato di un fregio storico di Arturo Martini.

Una rampa elicoidale in metallo post-futurista connette le gallerie della metropolitana direttamente al museo, le cui ampie vetrate si aprono su piazza Duomo, regalando generose vedute del centro storico.
Il percorso museale, che in circa 4.000 metri quadri ospita circa 350 opere d’arte contemporanea delle collezioni civiche, si apre simbolicamente con Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, opera emblematica delle lotte dei lavoratori ottocentesche che introduce, nella Sala delle colonne, ai capolavori della collezione Jucker: qui figurano i nomi più importanti dell’avanguardia internazionale, come Picasso, Braque, Modigliani, Morandi, Kandinsky, Klee e i capisaldi storici del Futurismo, che in questa sede annovera il maggior numero di opere in assoluto. Il fondo Canavase, in particolare, ha consentito l’esposizione più cospicua della produzione di Boccioni e, inoltre, sono presenti titoli di straordinaria qualità come La bambina che corre sul balcone di Balla e Il cavaliere rosso di Carrà. Quindi vi sono gli spazi dedicati al ritorno all’ordine di Novecento, con Donghi, Sironi e la metafisica di De Chirico. Il maestro della metafisica è celebrato anche in un allestimento molto discusso, quello dell’affascinante Fontana dei bagni misteriosi, prcedentemente collocata negli spazi della Triennale.
Il museo propone grandi artisti legati alla realtà di  Milano o del collezionismo milanese, come può essere un altro genio della scultura novecentesca, Fausto Melotti, di cui è presente un’intera collezione di opere astratte degli anni Trenta e lo strepitoso Lucio Fontana, cui è riservata una sala panoramica all’ultimo piano. Qui campeggiano i suoi famosi Concetti spaziali (collezione Boschi-Di Stefano), accanto a pitture e sculture in materiali diversi e, specialmente, l’arabesco al neon realizzato nel 1951 per la Triennale. Sono presenti poi opere dell’astrattismo italiano postbellico, l’informale di Burri, il concettuale di Manzoni, l’arte cinetica e programmata (il milanese “Gruppo T”), la Pop italiana e per concludere, Jannis Kounellis , Mario Merz, Gilberto Zorio, Luciano Fabro con l’Arte Povera, proseguendo idealmente fino al 1968. La città ora attende un nuovo museo che racconti il seguito della storia.

Museo del Novecento
Via Marconi, 1 (zona piazza Duomo)
20122 Milano
lun 14.30-19.30; mar-ven e dom 9.30-19.30; gio e sab 9.30-22.30
Ingresso gratuito fino al 28 febbraio 2011
www.museodelnovecento.org
c.museo900@comune.milano.it

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Magritte - L’avenir des voix 1927

Magritte - L’avenir des voix 1927

Dalle Avanguardie alla Transavanguardia, attraversando il neoavanguardismo che dalla fine degli anni ’50 si spinge fino ai tardi anni ’70: la mostra Il Teatro del Sogno da Chagall a Fellini (Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia) percorre un secolo di rivoluzioni artistiche che si sono generate in primis da rivoluzioni della coscienza e dalla consapevole  irruzione dell’inconscio nella vita quotidiana, ricercata attraverso la pratica dell’arte.

Il cinema ha un ruolo speciale nella storia del XX° secolo, in quanto, come settima arte, ha fatto sognare le masse di tutto il mondo. Rivolgiamo a questo proposito qualche domanda a Luca Beatrice, curatore dell’esposizione perugina, che annovera opere dei più grandi maestri del secolo, in un percorso storico artistico che esordice con i tardoromantici Böcklin e Klinger, citando l’imprescindibile metafisica di De Chirico, l’onirismo di Previati per poi entrare pienamente nel tema con i Dalì, Delvaux, Ernst, Magritte, Man Ray,Tanguy, quindi, l’esplosivo Gallizio e i pronipoti  Botero, Chia, Paladino, Schnabel, Salle – e il macabro Hirst.

Perchè una mostra sull’inconscio e sul sogno oggi?

Una mostra sul sogno non ha tempo in quanto parla alla parte più intima di ogni uomo. Esattamente come l’arte che fino dalle proprie origini ha sempre saputo rappresentare mondi diversi, a cominciare da quello
onirico.
Mi piace pensare a Teatro del Sogno come a una mostra capace di condurre lo spettatore in un viaggio libero da coordinate temporali o spaziali attraverso visioni fantastiche e universi inesplorati.
L’idea della mostra nasce in particolare da un libro che ho amato molto: Teatro del sonno, pubblicato da Guido Almansi e Claude Béguin nel 1987. Si trattava di una raccolta di stralci romanzeschi, racconti, parti di saggio che descrivevano il rapporto tra la creatività letteraria e il mondo del Sogno. Da qui il passaggio alle arti visive che trovano un punto di incontro con la letteratura proprio nella volontà di rappresentare il confine tra reale e immaginario, tra il sonno e la veglia.

Qual è secondo lei l’apporto del Surrealismo, anzi dei Surrealismi, all’immaginario contemporaneo?

Il Surrealismo non ha avuto un percorso di nascita, sviluppo e fine, i suoi confini sono restati labili nei decenni permettendogli di essere ancora perfettamente attuale senza mai smettere di esistere.
Siamo davanti a quella che appare come un’unica avanguardia espansa e in evoluzione, difficilmente controllabile e sorprendentemente attuale. Lo stesso termine “surreale” è spesso usato nel linguaggio comune.
La sua forza è stata quella di coinvolgere ogni campo creativo, oltre alle arti visive, la letteratura, il cinema,
il teatro, e la mancanza di una un’unica forte figura di riferimento in campo visivo come era stato per le altre avanguardie storiche.
Ciò che unisce le diverse personalità che aderiscono al movimento è identificabile nella predisposizione da parte di questi artisti a indagare sfere alternative della realtà, caratteristica riscontrabile in artisti
appartenenti a generazioni recenti come Fernando Botero e Julian Schnabel. (altro…)

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Palazzo Strozzi«Durante un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su una panca in mezzo a piazza Santa Croce […]. Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito […]. Momento che tuttavia è un enigma per me, perché è inesplicabile».
Con queste parole Giorgio De Chirico ha descritto il momento in cui colse la rivelazione della realtà che precede la parola, il “grande silenzio” che possiamo ammirare nelle sue opere, spazi e geometrie aperte, piazze con figure solitarie e statue dalla sconcertante fissità, come ne “L’enigma di un pomeriggio d’autunno” del 1909, che aprì due decadi segnate dall’enigma della pittura del pensiero, la Metafisica.
A Palazzo Strozzi a Firenze l’occasione (fino al 18 luglio) per percorrere la via della pittura Metafisica segnata da De Chirico, Savinio e dai maestri della pittura che tentarono per mezzo dell”enigma la rappresentazione del mistero dell’inconscio, tra cui Ernst, Magritte, Carrà, Morandi, Balthus. Artisti di fama mondiale s’ispirarono alle atmosfere oniriche, ai dettagli ingranditi o rimpiccioliti, alle prospettive sfalsate, agli spazi deserti che creano suspance ed inquietudine in colui che fruisce dell’opera
De Chirico influenzò l’arte del Novecento in tutt’Europa: dal Surrealismo al Dada al Cubismo al mussoliniano “ritorno all’ordine”, reazione totalitarista all’esplosione delle avanguardie. A questo aristocratico italiano nato a Volos, in Grecia, formatosi in Francia e Germania e vissuto a Roma, l’avanguardia novecentesca riconosce la paternità della rappresentazione dell’invisibile e dell’inconscio: di ciò che sembra non esserci ma che in realtà informa tutto ciò che appare. Proprio di qui, dal simbolismo del linguaggio onirico, dal senso di spaesamento, dalle prospettive illusorie , prendono le mosse il Surrealismo e il Realismo magico di Carrà e Morandi. La pittura del Ventennio invece colse l’aspettto più esteriore della raffigurazione di monumenti, architetture e antichità classiche e la melanconia a cui si lega il senso di oppressione derivato dall’impossiblilità di un ritorno del glorioso passato italico. Nel caso di Balthus, la luce rivela l’improvviso insorgere di una sensualità prepuberale in uno spazio saturo di sottile erotismo. Da non perdere.

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