- Venezia/ 80 – Première di ‘Priscilla’ (Sofia Coppola, 2023) al Festival del Cinema (photo Dan Bonahms)
‘Priscilla‘, il miglior film di Sofia Coppola da anni a questa parte, brilla di bellezza e di sofferenza.
Una delle prime canzoni che ascoltiamo in “Priscilla”, il sogno malinconico di Sofia Coppola di un film su Priscilla Presley, è una cover di “Venus” di Frankie Avalon, che rivive dal jukebox di un bar nel 1959. Coppola ha sempre avuto un modo di fare scelte musicali anacronistiche e sottilmente dissonanti, ma a parte la band (il gruppo francese Phoenix, capitanato dal marito della regista, Thomas Mars), questa canzone in particolare è perfetta per l’epoca e viene direttamente dai ricordi preziosi della Presley. Seduta al bar, è ancora solo Priscilla Beaulieu (Cailee Spaeny), una quattordicenne timida e senza pretese, che si è da poco trasferita dagli Stati Uniti a Wiesbaden con il padre adottivo Ufficiale di stanza in Germania Ovest per la U.S Air Force. All’improvviso uno sconosciuto le si avvicina e le chiede se le piace Elvis Presley. “Certo, a chi non piace?”, risponde lei, non molto tempo dopo che la canzone ha attraversato il suo passaggio più saliente: “Venere, se vuoi / Ti prego, mandami una bambina da far emozionare”.
In modo inquietante (e anche un po’ nauseante), queste parole preannunciano un incontro che cambierà per sempre la vita di Priscilla. Qualche sera dopo, la ragazza si ritrova a una festa organizzata dallo stesso Elvis (l’australiano Jacob Elordi), che è stato trasferito in Germania durante il servizio militare e organizza regolarmente incontri per i suoi connazionali espatriati. Ma qualcosa di più della nostalgia di casa sembra motivare l’interesse immediato e persistente di Elvis per Priscilla, che non si placa quando scopre che la ragazza frequenta la prima liceo (e ha 10 anni meno di lui). “Ma sei solo una bambina”, le dice, e lei risponde con un brusco e ferito “Grazie”. Lui è divertito dal suo coraggio. Lei è sconvolta e, sì, eccitata dalle sue attenzioni.
Con una pazienza squisita, dettagli da puntinista e una tristezza così morbida e rigogliosa da poterla praticamente drappeggiare intorno a sé come un manto, “Priscilla” racconta la lotta di questa giovane donna nei 14 anni successivi per mantenere quell’attenzione. Adattato dalla brava Sofia Coppola direttamente dal il libro di memorie di Presley del 1985 (“Elvis and Me” scritto insieme a Sandra Harmon), questo è, senza dubbio, il racconto di una vita vissuta all’ombra di uno dei più straordinari intrattenitori del mondo. Come tale, parla dell’ebbrezza di un amore troppo giovane, delle insidie della celebrità, dei danni della dipendenza e, inevitabilmente, dell’abuso di potere. Ma soprattutto, si tratta di disillusione: il graduale indebolimento e il crollo di uno potente miraggio.
Ma la Coppola, che non si lascia tentare dalle tante occasioni di giudizi moraleggianti, né disgiunge la tristezza dalla gioia, sua naturale compagna, non nega né condanna il potere seduttivo di quel miraggio. Né prende la facile strada di scambiare l’ingenuità di una giovane donna per passività o vittimismo, qualità che difficilmente potrebbero essere più assenti nell’interpretazione intensamente vigile della Spaeny, che non enfatizza troppo l’incredulità della giovane Priscilla di fronte a quella che sembra essere la sua impossibile fortuna. Se è scioccata dal fatto che Elvis voglia qualcosa da lei – e quel qualcosa non è solo il sesso, dato il suo rifiuto di andare a letto con lei – trasmette comunque una consapevole sicurezza .
Mentre il biopic “Elvis” di Baz Luhrmann ci ha recentemente ricordato il dono di quest’uomo di mandare le donne di tutto il mondo in urla e convulsioni di estasi erotica, non si può immaginare la Priscilla della Spaeny che si abbandona a un simile impulso. Per lei, il dono delle attenzioni di Elvis è come un segreto troppo prezioso per essere diffuso in modo così grossolano, o addirittura condiviso con chiunque altro. Mentre scivola lungo un corridoio della sua scuola tedesca, un mondo che sembra ancora più scialbo e brutto dopo le meraviglie che ha visto, questa Priscilla sembra persa in un sogno, la più privata delle fantasticherie.
Elordi, dal canto suo, ci regala un re del rock ‘n’ roll degno di queste fantasticherie. Non si è mai visto un Elvis più imponente – l’attore è più alto di cinque centimetri rispetto al personaggio reale, il che lo fa sembrare ancora più grande che nella vita – o, all’inizio, più dolorosamente vulnerabile. In una situazione imbarazzante per tutte le persone coinvolte (pubblico compreso), è la dolcezza di Elordi a disarmare il giudizio. Ottiene il permesso dei genitori di vedere Priscilla ancora e ancora, conquistando il severo padre Ufficiale militare (Ari Cohen) e la madre silenziosamente dubbiosa (Dagmara Dominczyk) con i suoi modi cortesi e galanti da americano del sud e le sue rassicurazioni di intenzioni onorevoli. Coppola, senza esprimere un giudizio esplicito, confida nel fatto che siamo conformemente turbati, ma anche che comprendiamo, a un certo livello, il disorientamento di essere travolti nell’orbita di una vera e propria superstar.
È difficile non farsi trascinare anche da Priscilla, anche se lo sguardo lucido di Coppola continua a farci tornare indietro. Anche durante questa quasi relazione sentimentale, le crepe nella facciata da principe azzurro di Elvis sono fin troppo evidenti. Circa un anno dopo, il suo servizio militare termina e lui torna negli Stati Uniti e alla sua carriera cinematografica hollywoodiana (in crisi), scomparendo per un lungo periodo dalla vita di Priscilla. “Forse è il momento di dimenticarlo”, suggerisce sensatamente la madre. Ma Priscilla, che riempie i suoi quaderni di scarabocchi romantici anche quando legge dell’avventura di Elvis sul set con Ann-Margret, è irrimediabilmente lontana. E quando Elvis torna da lei, lo fa con una forza irresistibile, invitandola a fargli visita a Graceland. Una visita prolungata porta a un trasferimento permanente, poiché i genitori di Priscilla accettano di permetterle di finire il liceo a Memphis.
Il resto è storia: sorprendente, inevitabile e insopportabilmente triste. È anche la parte in cui “Priscilla” diventa più riconoscibilmente un film di Sofia Coppola, ovvero uno scomodo soggiorno prolungato in una gabbia meticolosamente dorata. E anche per gli standard delle sue gabbie passate – l’opulenta Versailles settecentesca di “Marie Antoinette”, l’enclave di West Hollywood intrisa dell’uggia di “Somewhere” – la Graceland che ci mostra, immersa nelle tinte tenui e nelle ombre fioche della fotografia di Philippe LeSourd, è una prigione singolarmente ossessionante. C’è un’inquadratura iniziale, stuzzicante e tipicamente coppoliana, dei piedi nudi di Priscilla, con le unghie dei piedi appena dipinte, che affondano nel tappeto e lasciano appena un’impronta. Anche dopo che questa ormai iconica tenuta del Tennessee è diventata la sua casa, Priscilla si aggira per le sue stanze come un’estranea, silenziosa e inosservata come un fantasma.
Quando Elvis è lontano, e lo è per la maggior parte del tempo, tutto è silenzioso come un mausoleo; quando è a casa, sostenuto dalla sua sconclusionata “Memphis Mafia” e accudito dall’immancabile nonna (Lynne Griffin), è una festa senza fine. Nel mezzo c’è la sfuggente verità della storia d’amore e del successivo matrimonio di Elvis e Priscilla, di cui Coppola drammatizza i dettagli con un’assoluta franchezza. Ci sono le pillole che Elvis prende e, con crescente regolarità, condivide con Priscilla. Ci sono le sue aspirazioni spirituali e vagamente intellettuali, che cerca invano di far condividere a Priscilla, e anche i suoi improvvisi scatti d’ira, alcuni dei quali sfociano nella violenza fisica.
Soprattutto c’è un’atmosfera agghiacciante di repressione fisica e controllo psicologico, la cui manifestazione più affascinante è il rifiuto di Elvis di fare sesso con Priscilla finché non sono sposati. Se vi viene in mente “Marie Antoinette”, il precedente film del 2006 della Coppola su una giovane donna che vive una relazione non consumata da tempo, la differenza è chiarissima: Elvis e Priscilla sono ovviamente innamorati. La tragedia di quell’amore è altrettanto chiara: Elvis, in preda alle sue dipendenze e incerto su chi vuole essere, è troppo devastato psicologicamente per dare più del minimo pezzo di sé a Priscilla. Eppure il film non lascia dubbi sul fatto che ciò che questi due condividevano, con tutto il suo straziante squilibrio di potere, attenzione e sentimenti, era qualcosa a cui nessuno dei due poteva resistere o negare.
Nel tracciare i contorni di quell’amore, la regia di Coppola sprigiona una nuova, sussurrata sicurezza. La Priscilla di Spaeny deve invecchiare di circa 14 anni in poco meno di due ore, un processo che si svolge in modo quasi impercettibile sotto un flusso di parrucche nere e abiti scintillanti, emblemi dell’insistenza di Elvis nel rifondere Priscilla nella sua immagine di celebrità. (Le sue canzoni, tuttavia, sono vistosamente assenti per questioni di diritti; è una battuta d’arresto che sembra diventare anche un punto di forza, un rifiuto di lasciare che Elvis definisca i parametri del film e se ne appropri in modo esclusivo). Il tempo passa in una rapida sfocatura di titoli di giornali scandalistici, copertine di dischi e pagine di calendario strappate, ma il mondo che la Coppola costruisce per la sua eroina si tiene insieme con bella coerenza, fino al momento in cui è pronto a crollare.
E crolla, con una rapidità che può lasciare voi e la stessa “Priscilla” leggermente destabilizzati. C’è molto di più nella storia di Priscilla Presley che non è stato raccontato: la maternità (Lisa Marie appare brevemente qui, a diverse età), la sua infedeltà, le sue future storie d’amore, la sua amicizia con Elvis fino alla sua morte nel 1977, la sua carriera cinematografica, i film di “The Naked Gun”. (Le ricostruzioni meriterebbero da sole un sequel di “Priscilla”). Ma con una precisione penetrante, la Coppola conclude questo film, il suo più forte in più di un decennio, al momento giusto: quando un sogno inevitabilmente finisce, e l’emozione è ormai passata.
Daniele Bonomelli
