Venezia72/ Scano Boa 2015: il Polesine ieri e oggi

Il regista Alberto Gambato (a destra) intervistato da Vainer Tugnolo, con Angelo Zanellato (Consvipo), nella sala della Regione Veneto. Venezia72 Foto Valentina Zanaga
Il regista Alberto Gambato (a destra), Vainer Tugnolo e Angelo Zanellato (Consvipo), nella sala della Regione Veneto. Venezia72 Foto Valentina Zanaga

Le immagini storiche di Scano Boa, una vecchia pellicola del polesano Renato Dall’Ara (cortometraggio, 1954, poi film) scorrono in un drammatico B&W accanto a quelle  più “pulite”, a colori, iconiche e minimali, girate dal compaesano Alberto Gambato sessant’anni dopo e poi integrate nel montaggio del documentario L’isola che c’era. Il corto è stato proiettato oggi sullo schermo dello spazio della Regione del Veneto all’Hotel Excelsior nell’ambito della 72. Mostra d’Arte cinematografica di Venezia.
L’evento, dal titolo La genesi della film Scano Boa, è stato realizzato a cura di Polesine Film Commission e Regione Veneto, con interventi dello stesso regista, di Angelo Zanellato (Presidente Consvipo) e del giornalista Vainer Tugnolo.
Alberto Gambato ha rievocato il momento un cui, nel 2013, lo chiamò il Presidente del Circolo del Cinema di Adria, l’ex senatore Vittorio Sega, all’indomani della scomparsa di Giancarlo Morelli, sindaco partigiano e comunista di Rovigo, cui toccò fronteggiare l’Alluvione del ’51.  Sega gli disse “Dobbiamo intervistare Lamberto Morelli“, il fratello di lui, sceneggiatore. Gli chiese, inoltre, di recuperare il documentario di Dall’Ara.
Il Polesine durante e dopo l’Alluvione è stato meta degli artisti del neorealismo, “impegnati” a documentare e a dar voce al disagio sociale degli alluvionati: tra loro i pittori Arnaldo Pizzinato, Tono Zancanaro, Carlo Levi e il loro allievo Gian Paolo Berto. Sull’esempio di Michelangelo Antonioni, tra gli altri, anche Florestano Vancini e Gillo Pontecorvo filmarono il Polesine e, ben più tardi, nomi come Pupi Avati e Carlo Mazzacurati.
Il contatto diretto con gli artisti e la popolarità dei documentari dell’Istituto Luce girati sulle terre del Po contribuirono a creare un fermento culturale nella provincia, che portò alla nascita del cinema polesano. La gente usciva dalle fabbriche e filmava. “Erano cineamatori ed erano comunisti”, afferma Gambato, riferendosi a Dall’Ara e alla sua cerchia, che girarono il fim in 16 mm autofinanziandosi, con l’appoggio del partito locale.
L’intervista a Morelli è diventata la voce narrante del film, il cui intercalare cantilenante ha come colonna sonora i suoni ambientali della natura. Dal film di Dall’Ara è stato recuperato anche il canto funebre di autore ignoto. La composizione d’immagini vecchie e nuove cita la storia reale che ispirò il regista nel 1954: un fatto accaduto il 6 febbraio 1954, quando, durante un corteo funerario in mare, una donna ha dato alla luce una bambina.
Il montaggio del film alterna immagini storiche le  scene girate con la camera fissa, in cui è presente il movimento: la “vita dentro l’inquadratura”, afferma il regista.
Tocca il surreale l’immagine sacra di un capitello che si riempie di formiche. Altre inquadrature registrano indizi dell’inquinamento odierno dell’isola: giacciono abbandonati sulla sabbia un pallone, un tappo, una bottiglia plastica, del poilistirolo. Le forme naturali si dispongono secondo linee verticali od oblique entro piani orizzonali: i canneti, la spiaggia, oggi come allora, ma anche la centrale di Polesine Camerini. In Polesine, si dice, c’è ancora molto da fare.
All’immagine di Morelli, che compare solo dopo i titoli di coda, segue il suono dell’acqua a commento dello schermo nero.
Nel dibattito che ha seguito la proiezione Gambato descrive la preparazione alla regia: dopo il recupero del film dagli archivi storici sono stati necessari al regista tre giorni di esplorazione solitaria dell’isola, terra di confine che separa il Polesine dall’Adriatico, che hanno condotto a una riflessione sulla storia dell’Occidente, oltre che su quella del territorio: non si tratta solo della fine della civiltà del Delta del Po, ma anche del fiume stesso. L’isola oggi è disabitata e coperta di rifiuti, un mondo è cambiato; il lato positivo è che l’uomo non abita più nell’ambiente malsano di Scano Boa, ma è comunque presente.
Per l’autore il Delta rappresenta i confini del mondo, lontano dalle cronache anche fisicamente. Qui il suo lavoro documentario si è dovuto misurare con gli elementi della natura, con l’assenza totale suoni antropici e i rari animali. L’apparente chiusura, tuttavia è anche un’apertura: Scano Boa, infine, “è un’isola dell’immaginazione”, una zona di frontiera dove arrivano messaggi da ogni confine.

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