Roberto Cascone stories II – Cattelan Funs Club

R. Cascone,“The Two cities”, 2010. (Courtesy GiuseppeFrau Gallery, Gonnesa -CI)
R. Cascone,“The Two cities”, 2010. (Courtesy GiuseppeFrau Gallery, Gonnesa -CI)

Art In Italy chiede a Roberto Cascone di raccontare i prodromi di una delle sue più eclatanti invenzioni artistiche e poi gli sviluppi della propria propensione alla creazione di happening, situazioni, eventi.

Negli anni 90 tra le tue operazioni spicca senza dubbio il Cattelan Funs Club. Come è nata l’idea e qual è il tuo rapporto con Maurizio Cattelan?
Il Club, come accennato, nasce dal tentativo di superare difficoltà relazionali, ai limiti della fobia sociale. Quando Claudia Colasanti mi presentò Maurizio nel 1992, provai attrazione ma anche repulsione per lui. Fui gentile, ma lui, senza motivo, attaccò a fare battute su fatto che mi firmassi Mistika Zero (mi chiamava Mistiche Nutelle, un gruppo oggi sciolto). Cattelan dunque rappresentò subito un problema, creando in me invidia e simpatia, incarnando le mie difficoltà relazionali all’interno del sistema dell’arte. Le parole di uno dei massimi sostenitori economici del Club, il collezionista PierLuigi Mazzari, che un giorno mi rilasciò un’intervista in cui sosteneva che detestava Cattelan come persona almeno quanto lo amava come artista, spiegano bene il mio conflitto emotivo.

R. Cascone, L'incontro della madre di Cascone con Cattelan, da  “Cattelanews”, 1997.
R. Cascone, L'incontro della madre di Cascone con Cattelan, da “Cattelanews”, 1997.

Non potevo che trasformare il problema sublimando la rabbia in “amore fanatico”. Così, sempre nel ’94, esposi  Omaggio a Maurizio Cattelan (il calco dei miei denti, argentati e fluttuanti in un cielo blu metallizzato), poi, a fine anno, progettai qualcosa che fosse virale, simbiotico ai limiti del parassitismo, giusto per lui al punto che non potesse sottrarsi all’operazione, ma che mi desse libertà di manovra. Funzionò. Infatti creò fraintendimenti e qualcuno arrivò a scambiarlo per una sua operazione. La cosa ci stava, ma Maurizio si infuriò al punto che, senza nemmeno voler sapere chi la pensava così (tra i tanti Giorgio Verzotti), mi ingiunse di scrivere sulla fanzine, Cattelanews, che considerava un cretino chi lo diceva.
Il Club, quindi, ha una matrice diciamo biografica e “terapeutica”, ma va inquadrato in un progetto più ampio, quello di RA First Agency, nata a sua volta dall’esperienza di Rentwork, agenzia di noleggio opere d’arte, e di Artplan, l’archivio delle idee. Col primo lavoro mi ero creato un’identità da promoter, mentre col secondo gestore di una banca dati alla quale chiunque poteva accedere purchè depositasse almeno un’idea della quale perdeva il copyright (una sorta di collettivizzazione dei progetti).
Il RA è composto dalle iniziali delle due operazioni, ma, come tutta la sigla, vuole ricordare e dare vita ad un fantasioso progetto di mio fratello, purtroppo arenatasi in un letto di contenzione. Egli nel 1985, convinto di essere la reincarnazione di Ammone RA, deciso a raccogliere fondi per un concerto per l’Africa, aprì, con tanto di partita IVA, l’Agenzia, arrivando a ricevere l’interessamento di vari potentati economici, tra cui Fiat, Fininvest, ecc.

Massimo Cascone interpreta il video “Comico a domicilio”. Arte x tutti, 1997.
Massimo Cascone interpreta il video “Comico a domicilio”. Arte x tutti, 1997.

Con l’Agenzia, che come molte attività nostre era a conduzione famigliare, collaboravano mia moglie Mari Iodice, e, occasionalmente, mia madre Maria Luisa, il vero “problema” di casa. Nel 1997, quando RA First (e quindi il CFC che era la nostra operazione di maggior successo), fece la mostra “Arte per tutti” con Loredana Parmesani, portammo oltre al Club, Lavori in corso (di cui parlo più avanti) e il Comico a domicilio, paghi solo se ridi, un video in cui mio fratello leggeva i titoli di alcuni miei racconti comici, mentre sul suo capo incombeva un quadro ad olio in misura reale che mi rappresenta a un anno di vita. Il video, che non ha niente di divertente, nonostante i racconti siano piaciuti a Paolo Rossi che li ha voluti per il suo show Scatafascio, fu gradito da Maurizio che mi fece i complimenti, quindi, conosciuta la mamma, staccò da una parete un’opera altri artisti e gliela diede a mò di fiore. Le foto le pubblicai subito sulla fanzine che testimonia un interesse e l’adesione di diverse centinaia di soci, a favore e persino contro Maurizio (sul lavoro del fachiro alla Biennale ho scritto un editoriale a favore e uno contro), anche perchè eravamo funs, e Maurizio divideva noi e il mondo, favorendo un’atmosfera di ambiguità dal sapore paradossale e non sense. Leggi tutto “Roberto Cascone stories II – Cattelan Funs Club”

Ferrara/Gli Anni Folli nella Parigi del primo Novecento

Amedeo Modigliani, Nudo, 1917, olio su tela, cm 73 x 116,7, New York, Solomon R. Guggenheim Museum, Solomon R. Guggenheim Founding Collection, per donazione
Amedeo Modigliani, Nudo, 1917, olio su tela, cm 73 x 116,7, New York, Solomon R. Guggenheim Museum, Solomon R. Guggenheim Founding Collection, per donazione

Se mi soffermo sul titolo scelto per questa importante mostra, Gli Anni Folli – La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalì 1918-1933, la mia mente spicca il volo e corre tra le mansarde e i boulevards della capitale d’inizio Novecento. La Parigi delle esposizioni universali, centro nevralgico in cui confluiva la cultura del globo intero nella sua strabiliante varietà.

Piet Mondrian, Schilderij N. 1. Losanga con due linee e blu, 1926, olio su tela, cm 61,1 x 61,1, Philadelphia Museum of Art, A.E. Gallatin Collection, 1952
Piet Mondrian, Schilderij N. 1. Losanga con due linee e blu, 1926, olio su tela, cm 61,1 x 61,1, Philadelphia Museum of Art, A.E. Gallatin Collection, 1952

Penso alla straordinaria enarmonia dettata dal costante dialogo tra differenti discipline quali: pittura, scultura, musica, fotografia, danza, teatro, ecc. Non solo un’osmotica amalgama di linguaggi, ma una radicale fusione di arte e vita che, in questi anni particolari, a cavallo tra i due conflitti mondiali, pare essere indissolubile. L’arte non si esprime senza il brulicare della vita stessa ben testimoniato dalle biografie di artisti, intellettuali, collezionisti e dalla gente comune, fatte di speranza e incertezza, di gioia e disillusioni.

Ilse Bing, Parigi, Champs de Mars. Veduta dalle scale della Tour Eiffel, VII arrondissement, 1931, Stampa su gelatina al bromuro d’argento, cm 26,8 x 34, Parigi, Musée Carnavalet, Histoire de Paris
Ilse Bing, Parigi, Champs de Mars. Veduta dalle scale della Tour Eiffel, VII arrondissement, 1931, Stampa su gelatina al bromuro d’argento, cm 26,8 x 34, Parigi, Musée Carnavalet, Histoire de Paris

Con questa mostra, inaugurata sabato 10 settembre nella storica cornice del Palazzo dei Diamanti, Ferrara Arte ha cercato di ricostruire questo spirito, questa atmosfera, aprendo il sipario con le opere di due grandi maestri, Monet e Renoir che, ancora attivi al termine del primo conflitto mondiale, costituiscono il naturale trait-d’union con la modernità.

Salvador Dalí, L’eco del vuoto, c. 1935, Olio su tela, cm 73 x 92, Milano, Collezione privata
Salvador Dalí, L’eco del vuoto, c. 1935, Olio su tela, cm 73 x 92, Milano, Collezione privata

La sensualità femminile immortalata da De Chirico o Foujita e il mondo fantastico esplorato da Chagall testimoniano il fermento dell’École de Paris, mentre la luce e la natura della Côte d’Azur si riverberano nella capitale francese attraverso le opere di Matisse, Bonnard e Maillol. Il linguaggio cubista si ammorbidisce confluendo in una sinuosità di forme e linee qui rappresentate dalle nature morte di Picasso e Braque, o dall’essenzialità di Ozenfant e di Jeanneret, meglio noto come Le Corbusier. Leggi tutto “Ferrara/Gli Anni Folli nella Parigi del primo Novecento”

Michele Mattiello. L’urlo come fotografia dell’inconscio

Urlo ventuno, Michele Mattiello esposizione "l'Urlo", Padova, 2011
Urlo ventuno, Michele Mattiello esposizione "l'Urlo", Padova, 2011

Venerdì 6 maggio alle ore 18.00 alla libreria Pangea di Padova, nell’ambito del festival Padova Aprile Fotografia – I territori del corpo inaugura la mostra “L’Urlo” di Michele Mattiello.
Il fotografo patavino giunge alla serie dell’Urlo come a una svolta rispetto alle esperienze precedenti e a una sintesi di anni di sperimentazione su mezzi e materiali della fotografia, incominciata fin da ragazzo quando seguiva con l’obiettivo a teatro il padre e il fratello mentre calcavano le scena.
Il vero e proprio percorso di ricerca inizia nel 2004, quando Mattiello realizza dei reportage in alcune comunità gestite da Codess Sociale (onlus), in cui sviluppa una tecnica narrativa fondata sulla neutralità dell’osservatore e sullo zavattiniano “pedinamento” del soggetto: il “raccontare la realtà come una storia”, in un classico b/n. Qui incomincia l’esercizio d’empatia con il soggetto stesso che sarà fondamentale nella messa in scena di un “urlo” reale e si afferma l’idea di funzione auto-terapeutica della fotografia.
Segue la serie “Tracce” (2007-2008), in cui lo scenario di pietra a Erto è espressione di un dramma consumato, quello del Vayont. La luce zenitale si staglia nettissima nel nero assoluto dell’ombra e definisce la qualità della materia. Il taglio espressionista dell’immagine segna l’inquietudine del male incombente. Nelle “Nature Morte” del 2008 la tragedia si compone nella catarsi del compimento e la contemplazione della morte rituale del maiale è resa nelle gradazioni di grigio in un sontuoso b/w digitale.
Nell’Urlo il gesto assume una funzione liberatoria. Le barriere tra arte scenica, fotografia e realtà psicosomatica sono da considerarsi abolite. La nudità testimonia una ricerca esistenziale relativa alla condizione umana e alle sue profonde contraddizioni.
Mattiello in questa serie ritorna all’uso del colore ed elabora un’originale tecnica di trasferimento dell’immagine: “L’urlo toglie al soggetto una seconda pelle, quella delle convenzioni e mette a nudo il proprio momento di debolezza. Togliere l’emulsione superficiale di una foto per trasferirla su carta, è togliere la seconda pelle della foto, spogliarla dal suo supporto”, afferma il fotografo.
Una luce morbida, frontale, individua i volumi; la messa a fuoco e l’esposizione sono corretti. Il processo di trasferimento dell’icona genera la drammatizzazione della materia, che collassa, si raggrinzisce e si deteriora, ma anche quella della forma, che si altera e si fa ectoplasmatica, pur mantenendo intatta l’identità individuale del soggetto e la sua forza espressiva. Nitidissimi dettagli emergono dal fondo nero e caliginoso dell’immagine, che rievoca la qualità di un vecchio dagherrotipo. L’icona usualmente si compone di quattro foto che formano, dice Mattiello “un piccolo reportage sulla persona, un polittico”.
Dall’esperienza fotografica dell’Urlo emerge la fluidità emozionale di sentimenti e paure che, sublimando, trasformano la realtà nell’evento condiviso della creazione di un’opera d’arte.

L’Urlo
Michele Mattiello
Padova Aprile Fotografia – I territori del corpo
6/05 -4/06 2011
Libreria Pangea
via S. Martino e Solferino 106
35122 Padova
orario: mar-sab 9.30-12.30 e 15.30-19.30
vernissage: venerdì 6 maggio alle ore 18.00
Centro Nazionale di Fotografia
tel +39 049 820451 +39 049 8204530 fax + 39 049 8204532
http://cnf.padovanet.it
cnf@comune.padova.it
http://www.michelemattiello.com
http://www.michelemattiello.com/bio.html

Dino Manetta vignettista cartoonist sceneggiatore

 

Dino Manetta, "L'unica cosa che unisce davvero gli italiani"
Dino Manetta, "L'unica cosa che unisce davvero gli italiani"

Dino Manetta, viaggiatore, cartoonist, vignettista satirico e oggi sceneggiatore e scrittore di gag e testi da cabaret. La “vignetta in diretta” nelle piazze e in TV l’ha inventata lui, con un tratto deciso e minimale e la battuta salace sempre pronta a commentare il fatto del giorno.

Dino Manetta,tu sei stato il primo a creare un commento disegnato in diretta televisiva. Com’è nata quest’idea?
Da una inaspettata esperienza con una TV romana: Ivano Cipriani mi chiese di andare nel suo programma e disegnare qualche vignetta in tempo reale. Mi sembrò una proposta un po’ azzardata ma poi, quando mi rividi, mi convinsi invece che poteva essere una cosa carina. E la proposi a Baudo a Domenica In. Anno 1984. Esattamente 20 aprile (mio compleanno). Andai in trasmissione e lui mi fece una specie di intervista nella quale io realizzavo tre vignette davanti alle telecamere. Funzionò e l’edizione successiva mi feci tre mesi di Domenica In con vignette preparate sul momento. Da lì nacque anche l’idea di fare delle performances nelle Feste dell’Unità durante le quali io preparavo una vera e propria mostra in diretta, cioè realizzavo una serie di vignette su fogli grandi che poi appendevo su dei pannelli che restavano nella Festa. Insomma, avevo scoperto che la vignetta poteva fare spettacolo e sviluppai la cosa, tanto che diventò un lavoro, soprattutto estivo, che mi portò peraltro a scoprire l’Italia, soprattutto al centro-nord. Una bellissima esperienza. Ci fu anche una seconda fase evolutiva nella quale, invece dei fogli di carta, usavo la lavagna luminosa. Con questa mi inventai perfino un gioco del quale ero addirittura il conduttore! Ma poi ad un certo punto mi arresi, soprattutto agli insetti che, nelle sere d’estate, affollavano il piano della mia lavagna luminosa. E la cosa finì.
Comunque c’è da dire che, sempre partendo da quella prima esperienza di cui sopra, arrivai poi alla vignetta elettronica, cioè lavorata col computer per dare la sensazione di una cosa viva, con un risultato che ritengo, a tutt’oggi, insuperato. Che praticai per due anni tutti i giorni al TG3 delle 19, nel periodo ‘89/’90. Chi le ha viste penso si ricorderà.

Vignetta n°1 della serie "La Porta",  www.dinomanetta.it
Vignetta n°1 della serie "La Porta", www.dinomanetta.it

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro per realizzare la vignetta?
Pennarelli di vario taglio e banali fogli di carta extra-strong. Non uso cartoncini. Preferisco sfruttare la trasparenza dei fogli leggeri per seguire una prima traccia sotto, sempre fatta a pennarello. Questo per evitare il lavoro di matita e gomma, che non amo..
Chi ti ha ispirato dal punto di vista grafico?
Tanti. L’elenco è lungo. A partire da Steinberg, poi Sempè, Hart di B.C., Hart e Parker del Mago Wiz, Jules Feiffer, Schultz. Wolinsky. E forse dimentico qualcuno. Insomma, tutti i maestri.

Cosa rimane oggi del tuo background di viaggiatore e di cartoonist?
L’esperienza. Ricca. Magari non di denaro, ma mi accontento.

Come sei diventato sceneggiatore?
Conoscendo per caso Enrico Vanzina, gli parlai della mia voglia di cimentarmi con la scrittura cinematografica e lui mi disse di portargli un’idea. Lo feci, gli piacque e da lì partì la nuova passione. Di quella prima idea poi non se ne fece nulla, pur arrivando molto vicino alla realizzazione, ma questo bastò perché mi lanciassi con entusiasmo nella nuova direzione. In realtà si rivelò poi un terreno quanto mai in salita, il cinema italiano stava entrando in crisi di brutto (primi anni ’90) e di fatto non riuscii mai a farne un lavoro. Ma non dispero di riuscirci adesso.
Ho lavorato poi molto con i comici e i cabarettisti. Montesano, in più occasioni. Partecipai anche ad una delle prime edizioni di Drive In, come autore di testi e battute. Cosa che si è poi ripetuta, anni dopo, con Zelig. Adesso seguo un giovane e promettente cabarettista romano, Andrea Perroni, con il quale abbiamo progetti molto ambiziosi.

Quali sono state le tue esperienze più interessanti in questo settore?
Quelle che sto facendo adesso, con la scrittura per il Teatro.

Adesso a cosa stai lavorando?
Ho scritto tre commedie molto diverse tra loro. La prima è una storia dark, Colpo di luna, la seconda una commedia musicale, Benedetto senza donne, la terza una commedia, diciamo così, di costume, Una rosa per due. Tutte e tre sono in attesa di essere messe in scena. Speriamo presto.
C’è poi un altro progetto teatrale che mi intriga molto, ma lo tengo da parte che ho già troppa carne sul fuoco. Titolo Facce ride! Il programma mi sembra evidente…

Quale sarà la tua prossima evoluzione?
Beh, ovviamente spero, prima di tutto, che parta questa mia seconda carriera di autore teatrale, alla quale tengo molto. Poi il cinema, dove ho un bel progettino al quale sto lavorando in questi giorni. E, per il futuro, come al solito, tutto è possibile. Magari un giorno la pittura. E poi tante cose sul computer, questo mezzo straordinario che sta cambiando la storia dell’umanità. Se solo avessi la conoscenza tecnica! Ma troverò ugualmente il modo di sbizzarrire la mia creatività dentro questo sterminato terreno di conquista.

Dino Manetta
www.dinomanetta.it